i Satanik

 

Avevo otto anni e una cartella sempre troppo pesante sulle mie spalle. Ogni giorno, appena suonava la campanella di fine lezione, non tornavo a casa, ma attraversavo il cortile e salivo le scale del palazzo accanto al mio dove viveva la signora Anita. I miei genitori lavoravano fino a tardi: mio padre in uno studio tecnico, mia madre all’Inam.

La porta della signora Anita era sempre socchiusa, come se mi aspettasse. Dentro c’era odore di sugo, di pane caldo e di qualcosa che cuoceva lentamente. Lei era una donna grande, con mani morbide e un seno importante. Quando  entravo, mi chiamava “il mio ometto” e mi sistemava i capelli con un gesto lento e affettuoso.

Mangiavamo insieme in cucina, parlando di cose piccole, un voto a scuola, un disegno, le canzoni di Sanremo. Poi il tempo si allungava, tranquillo. Fuori il pomeriggio scivola via, ma dentro quella casa sembrava fermarsi, come se tra quelle pareti ci fosse sempre posto per aspettare senza fretta.

Dopo aver mangiato, la signora Anita mi sorrideva e mi diceva che potevo andare a riposarmi “di là”, come sempre. Era la stanza delle sue figlie, che studiavano all’università e tornavano solo la sera, quando ero già a casa mia.

Io aprivo piano la porta, come se entrassi in un luogo segreto. La luce filtrava dalle tende leggere, color pesca, e l’aria aveva un profumo diverso che sapeva di terra bagnata, sottobosco e radici. Era dolce, quasi misterioso. Sul muro c’era un telo gigante in cotone con stampe psichedeliche, sul pavimento grandi cuscini in tessuto ricamato. In un angolo una lanterna marocchina in metallo traforato che avevo visto proiettare ombre geometriche sulle pareti. Su un tavolino basso c’era un contenitore pieno di bastoncini di incenso, sul comò una campana tibetana. Sulle pareti fotografie, disegni, biglietti attaccati con lo scotch… frammenti di storie che non conoscevo.

Sul comodino c’erano oggetti che mi incuriosivano particolarmente, piccoli flaconi colorati, collanine sottili, un carillon che, se lo aprivi, suonava piano. Io non toccavo quasi nulla, ma osservavo tutto con attenzione, come un esploratore silenzioso.

Mi sdraiavo sul letto e guardavo il soffitto. In quella stanza mi sentivo diverso, come se fossi entrato in un mondo più grande, fatto di cose che ancora non capivo ma che  mi affascinavano. E mentre ascoltavo i rumori che venivano da fuori, mi sentivo in pace.

Un pomeriggio, mentre la luce fuori era più grigia del solito e la casa sembrava ancora più silenziosa, notai qualcosa che non avevo mai visto. Sotto il letto, nascosta in una scatola di cartone un po’ schiacciata, c’era una pila di fumetti.

Li tirai fuori con cautela, come se potessero rompersi. Le copertine erano molto diverse da tutto ciò che conoscevo, i vari Tiramolla, Geppo e Soldino. Colori scuri, volti intensi, occhi giganteschi che sembravano guardarmi. E poi lei. Una donna bellissima, dai capelli rossi e dallo sguardo deciso. Il suo nome era scritto in grande: Satanik.

Mi sedetti sul letto e aprii il primo albo. Le pagine profumavano di carta. Dentro c’erano ombre, castelli, creature della notte, vampiri, mostri, figure inquietanti… e lei, che li affrontava senza timore.

Da una recente ristampa di Satanik “colorizzata” (testo di Max Bunker / Luciano Secchi e disegni di Magnus / Roberto Raviola)

 

Il cuore batteva forte. Non era paura, o almeno non solo. Era come se una porta si fosse aperta all’improvviso, mostrando un mondo più vasto, più oscuro, ma anche incredibilmente affascinante.

Sfogliavo una pagina dopo l’altra dimenticandomi del tempo. Per la prima volta, sentivo che esistevano storie che non erano solo per bambini, e che forse, in qualche modo, anche io stavo iniziando a entrarci dentro.

Numero dopo numero, la figura dell’arcinemico di Satanik, il fascinoso barone Wurdalak cambiava. Non era più soltanto un nemico. Io me ne accorgevo senza sapere bene come, nei loro incontri c’era qualcosa che somigliava a un’intesa, come se si riconoscessero, come se appartenessero allo stesso lato oscuro del mondo.

Quando si affrontavano non era mai uno scontro semplice. Si avvicinavano, si allontanavano, si studiavano, si sfioravano. A volte sembrava che dovesse succedere qualcosa tra di loro, tanta era la tensione che avvertivo, ma non capivo cosa. Satanik non arretrava, il barone non avanzava. Era una danza strana, sospesa, che mi metteva i brividi.

Più leggevo e più sentivo crescere dentro di me una sensazione difficile da spiegare. Non era solo tensione, non era solo curiosità. Era qualcosa che mi teneva immobile, con il fiato corto, come se stessi assistendo a un rituale segreto che non mi apparteneva ancora del tutto.

Non capivo bene perché le scene dove appariva la figura statuaria di Satanik in reggiseno e mutandine, o coperta solo di una vestaglia trasparente mi colpivano più delle altre. Il disegnatore la sapeva davvero lunga, usava campiture di nero profondo per “scolpire” il corpo della protagonista, rendendo la sua pelle bianchissima e luminosa, quasi marmorea, facendola risaltare violentemente sulla pagina. Non avevo mai visto niente di simile prima. Ma c’era qualcosa di ancora più sconvolgente, erano gli sguardi tra lei e Wurdalak, quelle lunghe pause in cui rimanevano immobili in attesa di chissà che cosa, che continuavo a portarmi addosso anche quando distoglievo gli occhi dalla pagina. Era una eccitazione che non avevo mai provato prima, una sorta di linguaggio nuovo che ancora non riuscivo a comprendere.

Quando alzavo lo sguardo, la stanza sembrava diversa. Più viva, piena di significati nascosti.

Il pomeriggio si allungava oltre il tempo normale. E senza saperlo conservavo quella sensazione come una scoperta preziosa, il primo contatto con un mistero che un giorno avrei imparato a riconoscere.

Tornato a casa di sera, mi chiusi subito la porta alle spalle. Avevo ancora addosso quella strana emozione, come un’eco che non voleva spegnersi. La luce della cucina era più fredda rispetto a quella della stanza della signora Anita, e tutto sembrava improvvisamente troppo normale.

Appoggiai la cartella senza fare rumore. Mia madre era già lì, intenta a sistemare qualcosa sul tavolo. Si voltò guardandomi con attenzione e accorgendosi immediatamente di qualcosa.

“Sei pallido”, mi disse avvicinandosi. Mi poso una mano sulla fronte, come faceva sempre.

Io esitai un attimo. Non sapevo cosa dire. Quelle immagini, quelle sensazioni… Mi sentivo confuso, agitato, come se qualcosa dentro di me si fosse acceso all’improvviso.

“Forse… forse mi sta venendo la febbre”, mormorai alla fine.

Mia madre mi osservò ancora, poi sospirò appena. “Sarà la stanchezza. Vai a sdraiarti un po’”.

Io annuii e mi diressi verso la mia stanza. Mi sdraiai sul letto, fissando il soffitto, proprio come avevo fatto poco prima, ma ora era diverso.

Dentro di me quel pomeriggio continuava a vivere, indistinto e potente, come un sogno da cui non volevo davvero svegliarmi.

Un pensiero su “I SATANIK NASCOSTI SOTTO IL LETTO”

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