La parola giapponese spokon indica i manga e gli anime ambientanti nel mondo dello sport, storie che incrociano la tenacia e l’ambizione sportiva a situazioni drammatiche e con tratti epici. Molte opere d’intrattenimento proveniente dal paese del Sol Levante hanno questa tematica, e hanno conquistato anche i lettori e gli spettatori italiani.

Non è raro che molti giovani cresciuti tra le fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 abbiamo cominciato a praticare uno sport spinti dall’entusiasmo trasmesso loro dalla visione di un anime o la lettura di un manga.

Abbiamo selezionato gli spokon che riteniamo i più caratteristici e rilevanti, cercando di variare di genere.

 

ROCKY JOE
(titolo originale: Ashita no Jo)

Nato dalla penna di Ikki Kajiwara (un nome che tornerà ancora) ma firmato con lo pseudonimo di Asao Takamori, Rocky Joe (in originale Ashita no Jo, ossia “Jo del domani”) è ritenuto uno dei migliori spokon di sempre, epico e drammatico come pochi.
La storia ruota attorno all’orfano Jo Yabuki, che vaga senza meta nei bassifondi della Tokyo del dopoguerra vivendo di furtarelli e truffe. L’incontro con l’ex pugile Danbei Tange, che vede in lui il potenziale di un campione, lo spingerà a entrare nel mondo della boxe professionistica, prima con la speranza di ottenere un domani migliore (da qui il titolo) e poi per migliorarsi sempre più in questo sport che lo appassionerà.

Tipicamente nello spirito di Kajuwara, Jo si muove in un contesto di degrado urbano, tra allenamenti estenuanti volti all’automiglioramento, spinto dalla determinazione di superare il rivale di turno. Caratteristica dell’opera è l’accesa rivalità sportiva tra Jo e Tooru Rikishi prima e Carlos Rivera dopo, due pugili talentuosi che vedranno in Jo un rivale da battere ma anche uno spirito affine da rispettare, in un bizzarro senso di amicizia che può nascere solo tra chi sa cosa prova l’altro, alimentati dalla stessa passione e spirito competitivo.

I toni della serie sono spesso drammatici, legati ai sacrifici fatti per mantenere il peso tramite diete da fame o ai duri postumi di un incontro. La vita di Jo, dei suoi amici ma anche dei suoi rivali è dura e aspra, ma è affrontata con una grande forza d’animo, animati dalla speranza di un futuro migliore.

Ashta no Jo è diventato un cult anche grazie al commovente finale, in cui il nostro eroe muore all’angolo del suo ring dopo aver dato tutto se stesso nell’incontro per il titolo di campione del mondo, che però verrà conservato dal rivale Josè Mendoza.

La scena di Jo morto ma con il sorriso stampato sul volto è un’immagine iconica amata dai fan di tutto il mondo.

 

L’UOMO TIGRE
(titolo originale: Tiger Mask)

Reso celebre da una sigla orecchiabile (“… e l’Uomo Tigre, che lotta contro il male, combatte solo la malvagità…”), l’Uomo Tigre è uno degli anime più famosi in Italia. Altra opera di Ikki Kajiwara, si muove su binari narrativi simili a quelli di Rocky Jo, ossia il Giappone post bellico, in piena ricostruzione tra miseria e povertà.
L’orfano Naoto Date dopo una visita a uno zoo, ispirato dalla vista di una tigre, fugge dall’orfanotrofio con l’idea di diventare “forte come una tigre” per combattere le ingiustizie a cui gli orfani come lui sono sottoposti. Verrà trovato da un emissario della misteriosa “tana delle tigri”, un’associazione di criminali volta ad addestrare lottatori di wrestling il cui compito è versare loro metà dei loro guadagni a vita.

Naoto si sottopone ad allenamenti estremi, come combattere animali feroci, mettere gli addominali appesi a un ponte o correre su tapis roulant posti su delle seghe circolari. Tana delle Tigri addestra lottatori violenti e sanguinari: una volta entrato nel circuito dei professionisti, anche Naoto, con il nome di “Diavolo giallo” e indossando una maschera con le fattezze da tigre (la Tiger Mask del titolo originale), inizia la carriera nel wrestling professionistico. Ma l’incontro con l’amica d’infanzia Ruriko, che ora gestisce l’orfanotrofio in cui sono cresciuti, gli cambia le prospettive di vita.

Naoto decide di dare una quota dei suoi guadagni all’orfanotrofio anziché a Tana della Tigri, guadagnandosi il rancore dell’organizzazione, che a ogni match gli manderà contro dei lottatori mascherati che in realtà sono sicari con il compito di ucciderlo. Vista la cattiva influenza che il “Diavolo giallo” stava avendo sui suoi sostenitori, in particolare il piccolo Kenta, anch’egli orfano cresciuto da Ruriko, Naoto cambia il proprio nome in Uomo Tigre e decide di mostrarsi come buon esempio, combattendo in modo onesto gli sleali avversari che cercano di eliminarlo di volta in volta.

Pur non essendo il wrestling un vero e propri sport, e pur mescolando diversi generi (Naoto ha una sorta di identità segreta, quasi fosse un supereroe) l’Uomo Tigre ha entusiasmato tutti i bambini degli anni 80, che hanno simulato nelle lotte tra amichetti le mosse e le prese che il loro beniamino applicava sugli avversari, con buona pace dei genitori che si lamentavano per la violenza mostrata dall’anime, sebbene questo cercasse di trasmettere dei valori umani e sportivi.

L’Uomo Tigre è stato talmente influente che un vero lottatore di wrestling giapponese ha assunto l’alias di Tiger Mask in incontri ufficiali nella lega professionistica nipponica. Non solo: nel corso degli anni in Giappone sono state registrate diverse donazioni di denaro a istituti per orfani firmate con lo pseudonimo di “Naoto Date”, a conferma della grande popolarità di questo personaggio.

 

TOMMY LA STELLA DEI GIANTS
(titolo originale: Kyoshin no Hoshi)

Il baseball è lo sport nazionale del Giappone, e dunque è prevedibile che vi siano numerose opere a trattarlo. Diversi anime importati nel nostro paese hanno avuto come tema principale questo sport, come Pat la ragazza del baseball (molto popolare, specie tra le ragazzine) e Mr Baseball (Dokaben in originale, molto più di nicchia) aiutando a farci conoscere questo sport poco diffuso qui da noi. L’anime più popolare e avvincente sul baseball è senza dubbio Tommy, la stella dei Giant.

Siamo di nuovo nel Giappone dopo la Seconda guerra mondiale e dunque siamo nuovamente in un’opera di Ikki Kajiwara, che caratterizza questa sua opera con lo stile che abbiamo visto in Rocky Joe e nell’Uomo Tigre, anche se, al contrario di quanto avvenuto nel nostro paese, Tommy la stella dei Giant è antecedente di due anni (è del 1966).

Arthur Young (Ittetsu Hoshi in originale) in gioventù è stato un promettente giocatore di baseball, ma lo scoppio della guerra e le ferite riportate dal conflitto hanno posto fine alla sua carriera. Incapace di accettarlo, Arthur decide di proiettare le proprie aspettative sul secondogenito Tommy (Hyuma in originale) obbligandolo fin dalla più tenera età a estenuanti allenamenti allo scopo di farne un grande giocatore.

Tommy è costretto a indossare una speciale imbracature fatta di ferro e molle allo scopo di potenziarne la muscolatura e a usare la mano sinistra nonostante non sia mancino. Con metodi severi, Arthur affina il talento del ragazzo, che diventa un pitcher (lanciatore) nella squadra del liceo Sinclair.

La serie composta da tre lunghe stagioni (182 episodi la prima del 1968, 52 la seconda del 77 e 23 la terza del 1979) segue tutta la vita e la carriera di Tommy dalla dura infanzia al campionato giovanile liceale fino all’ascesa come professionista dei Giant.

Vediamo anche in Tommy quanto visto con Rocky Joe, le accesissime rivalità con i battitori Alexander Mitchell e Simon Holden (rispettivamente Hanagata Mitsuru e Hosaku Samon in originale) gli estenuanti allenamenti a cui il ragazzo di sottopone pur di perfezionare i suoi lanci speciali, tanto da renderli impossibile da battere.

In più La Stella dei Giants ha con sé la tematica dello scontro tra padre e figlio; laddove Jo era orfano, Tommy ha questo eterno rivale nel padre a cui pian piano si ribella arrivando a sfidarlo sia nella vita che sul piano professionale, quando Arthur diventa l’allenatore della squadra rivale Dragons.

La crescita e la maturazione di Tommy, professionale e umana attraverso gli anni è avvincente, fatta di drammi, infortuni, sconfitte in campo e fuori, ma sempre in grado di sapersi rialzare e tornare a mettersi gioco.

 

JENNY LA TENNISTA
(titolo originale: Ēsu o nerae!)

Passiamo al tennis, nell’opera ideata da Sumika Yamamoto da cui hanno tratto ben due serie Anime, importate anche in Italia con il titolo Jenny la tennista.

Jenny Nolan (Hiromi Oka in originale) è una timida studentessa appassionata di tennis che entra a far parte del prestigioso liceo Nishi. Qui viene subito in contrasto con l’asso della scuola, Reika Ross (Reika Ryuzuki in originale), atleta talmente brava ed elegante da essere soprannominata Madame Butterfly.

Quando arriva il nuovo allenatore Jeremy (Jin Munakata), questi nota subito un potenziale enorme nella ragazza, e la spinge a privati allenamenti sfiancanti. Tuttavia l’occhio di riguardo che il bell’allenatore ha per Jenny la fa diventare il bersaglio della malignità e della gelosia delle altre ragazze, in particolare di Evelyn, esclusa a un prestigioso torneo in favore di Jenny, cosa che la renderà particolarmente perfida nei confronti della protagonista.

La crescita sportiva di Jenny si affianca alle vicende di cuore, infatti la nostra avrà un’infatuazione prima per il giovane Teddy (Takayuki) e poi proprio per Jeremy, anche se quest’ultimo verrà a mancare per leucemia, proprio quando a un torneo in America Jenny si guadagna un buon secondo posto.

A rendere celebre questo spokon sono le rivalità sportive mescolate a quelle personali, oltre alle tematiche romantiche. Senza dimenticare gli spettacolari disegni dell’animatore Akio Sugino, che con i suoi occhi espressivi e le lunghe chiome in movimento hanno ispirato numerosi artisti dell’epoca, incluso il più noto Shingo Araki, autore di serie come Lady Oscar, i Cavalieri dello Zodiaco e Goldrake.

 

MILA & SHIRO
(titolo originale: Attacker You!)

Anime di grande successo in Italia, tanto da aver spinto numerose bambine a praticare la pallavolo, Mila & Shiro è ancora oggi lo spokon più famoso dedicato a questo sport, benchè non sia stato il primo. Apripista del genere è senz’altro Mimì e la nazionale di pallavolo (Attack n. 1! In originale), che ci racconta l’ascesa di Mimì (Kozue) Ayuara, studentessa del liceo a campionessa di pallavolo. La ragazza, attraverso massacranti allenamenti (che prevedono addirittura di mettersi le catene ai polsi) migliora sempre più fino a rappresentare il Giappone al campionato mondiale juniores, sfidando in finale le temibili ragazze dell’Unione Sovietica (nota: la serie è degli anni 70).

Mimì è un anime molto amato e popolare anche in Italia, meriterebbe senz’altro un posto in questa classifica, ma che perde in popolarità con Mila e Shiro, trasmesso per più anni dalle reti Fininvest.

Mila Azuki (Yu in originale) si trasferisce a Tokyo dalla campagna per frequentare il liceo. Qui entra a far parte della squadra di pallavolo, notata per la sua grande elevazione e potenza nella schiacciata. Entra subito in rivalità con Nami Hayase, capitano e ricevitrice della squadra, anche se con il tempo diventerà la sua migliore amica.
Altri incontri determinanti per la sua vita sono quelli con Shiro Takiki e Kaori Takigawa. Il primo, ragazzo delle superiori e capitano della squadra maschile di pallavolo, è l’interesse romantico della nostra eroina. Pur ricambiando il sentimento, non si dichiarerà mai in quanto non vuole distrarre la ragazza dalla pallavolo, rimanendo però una fonte di sostengo e incoraggiamento per Mila. Kaori invece è l’asso della squadra rivale, le Sunlight, una ragazza talmente brava da venire convocata in Nazionale pur andando ancora alle medie (ebbene si…) per cui Mila avrà sempre un forte senso di rivalità e ammirazione.

Storie di amicizia, amori e sportività, che trovano sulle loro strada diversi ostacoli. In primis, i durissimi allenamenti di mister Daimon, un coach talmente severo da picchiare le sue ragazze e di colpirle anche con una spada di kendo allo scopo di farle migliorare. Poi c’è il padre di Mila, che vorrebbe proibirle di praticare la pallavolo, in quanto applicandosi con costanza in questo sport non potrebbe avere una sana vita sentimentale. L’uomo è stato abbandonato dalla moglie in quanto le avevo imposto di scegliere tra il ruolo di madre o la sua carriera sportiva.

Mila crede che la madre sia morta, ma questa è in realtà Kyushi Tajima, commentatrice sportiva e allenatrice di pallavolo, che segue la carriera della figlia in segreto.

I progressi di Mila come giocatrice delle medie, al liceo e poi nella nazionale Juniores vanno di pari passo con le rivalità sportive, i patemi amorosi e i conflitti genitoriali, facendo dell’anime uno dei titoli più amati tra gli spettatori dell’epoca.

Anche Mila, come Mimì Ayuara, arriva in nazionale, con l’ambizione di vincere una medaglia alle Olimpiadi di Seul del 1988.

 

SLAM DUNK
(titolo originale: Slam Dunk)

Titolo che ha fatto il percorso inverso rispetto a quelli finora descritti, in quanto arrivato prima come manga molto popolare pubblicato dalla Panini e in seguito come anime su Mtv. L’opera di Takehiko Inoue, vero appassionato di basket Nba, è stato uno dei pochi a trattare come tema la pallacanestro, avendo come illustre predecessore il demenziale e simpatico Dash Kappei, famoso in Italia come Gigi la trottola.

Slam Dunk racconta le vicissitudini di Hanamici Sakuragi, bulletto del liceo Shohoku, che quasi per caso entra nel club di basket in quanto dotato di doti fisiche fuori dal comune. Hanamichi è indisciplinato, rissoso, non troppo intelligente e ha un carattere focoso, cosa che lo renderebbe poco incline alla costanza degli allenamenti e al gioco di squadra… se non fosse che pare avere un talento quasi inconsapevole per il basket e un fisico dall’elevazione, la velocità e la resistenza incredibili, circostanze che spingono allenatore, capitano e compagni e sopportarne gli eccessi e le bizzarrie.

Ma sebbene incredibilmente promettente, Sakuragi è solo un dilettante, e ben poco può fare per superare il suo odiato rivale Kaede Rukawa, l’asso dello Shohoku e uno dei più forti giocatori a livello nazionale. Sakuragi lo detesta in quanto la bella Haruko Akagi, di cui lui è innamorato, è a sua volta infatuata di Rukawa, sebbene questi non le mostri attenzione.

Presto però le vicende sentimentali e urbane del manga vengono messe da parte per lasciare spazio a ciò che accade sul parquet, dove i nostri protagonisti (spessi ritratti da Inoue in pose da giocatori professionisti, cosa che ha contrariato l’Nba) danno vita e vere e proprio battaglie sportive all’ultimo canestro. I progressi che Sakuragi fa, spesso addirittura a partita in corso, lasciano stupefatti gli avversari. Ispirato nelle movenze dall’ex stella dei Chicago Bulls Dennis Rodman, Sakuragi, che inizialmente si era approcciato a questo sport solo per far colpo su Haruko, viene a poco a poco conquistato dalla pallacanestro, così come i lettori.

Al contrario di molti spokon, che spesso eccedono in drammaticità nella descrizione degli allenamenti spossanti e delle tecniche inverosimili di gioco, Slam Dunk ha nell’estremo realismo e nella dettagliata descrizione del gioco il segreto del suo successo, rendendolo fruibile anche a chi non è appassionato.

Inoue ha dichiarato di aver ricevuto lettera di migliaia di fan che hanno iniziato a giocare a basket dopo la lettura del manga.

 

HOLLY & BENJI
(titolo originale: Captain Tsubasa)

Ma il re degli spokon non può essere che lui, Holly & Benji, Captain Tsubasa per i puristi, opera di Yoichi Takahashi che dal 1983 a oggi (il manga originale ha smesso di venire prodotto da pochissimo) ha appassionato fan di tutto il mondo, contribuendo alla creazione della Lega calcistica giapponese.

In questo articolo abbiamo analizzato la storia del manga e dei suoi protagonisti, ma non potevamo certo non citarlo.
Pur affrontando il gioco più popolare del mondo in maniera superficiale e irrealistica, Holly & Benji ha generato un culto tra i suoi fan, che possono contare tra essi anche numerosi calciatori professionisti quali Alessandro Del Piero, Andres Iniesta, Fernando Torres, Hidetoshi Nakata e addirittura Lionel Messi.

Manga, Anime Oav e persino i videogame hanno a tutt’oggi un grande richiamo tra i fan, cresciuti simulando la catapulta infernale dei gemelli Derrick o l’imparabile Tiro della Tigre di Mark Lenders. Una serie che forse non ha precedenti per longevità e la passione che ha saputo generare. Ancora oggi la nazionale giapponese di calcio, che ad ogni manifestazione ottiene traguardi sempre più prestigiosi, suscita la simpatia tra i tifosi di altre nazionalità.

Può sembrare “facile” dato che stiamo parlando del calcio, lo sport più amato nel mondo, ma nel 1983, quando Takahashi ha prodotto la prima storia, in Giappone non era molto seguito.

Dai tornei delle scuole medie giapponesi passando ai mondiali juniores fino ad arrivare nella Liga spagnola e nella nostra serie A, i protagonisti di Holly e Benji hanno fatto sognare intere generazioni di spettatori.

 

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