In un’epoca di sovraccarico informativo e immagini digitali che scorrono via in un secondo, per fortuna c’è il fumetto di guerra ad aiutarci a capire il mondo. Nato con intenti puramente propagandistici, il fumetto bellico degli inizi aveva le idee molto chiare, i buoni stavano da una parte e i cattivi dall’altra. Negli anni ’50 e ’60 comincia a farsi strada una nuova sensibilità che tende a equiparare le due parti in causa eliminando la distinzione tra “buoni” e “cattivi”, accomunando tutti nella stessa sofferenza. Negli anni ’70 e ’80 la guerra viene infine spogliata di ogni retorica e si va a mettere l’accento sulla disumanizzazione a cui essa sottopone chiunque ne venga coinvolto. Negli ultimi anni i fumettisti stanno rivisitando quel linguaggio per raccontare le guerre asimmetriche e i conflitti invisibili di oggi. Il fumetto di guerra ha una grande arma a sua disposizione: impone una pausa riflessiva, costringe l’occhio a soffermarsi sulla singola vignetta dando alla mente il tempo di elaborare l’orrore. Il fumetto obbliga il lettore a guardare dove spesso i media tradizionali distolgono lo sguardo, diventando così non solo uno strumento di denuncia ma anche un mezzo che ci aiuta a decodificare la complessità di un mondo apparentemente incomprensibile. Terry e i pirati (1934) La striscia Terry e i pirati, creata da Milton Caniff, subisce a partire dal 1940 una trasformazione radicale che la eleva da semplice fumetto d’avventura esotica a primo esempio di fumetto di guerra americano. Con l’invasione della Cina da parte del Giappone (1937) e il successivo scoppio della Seconda guerra mondiale, Caniff sposta l’azione nel cuore del conflitto. Terry Lee smette di essere l’adolescente in cerca di tesori degli anni Trenta per diventare un giovane uomo. Nel 1943, si arruola ufficialmente nell’U.S. Army Air Corps, diventando tenente e pilota, imboccando lo stesso percorso di milioni di giovani lettori dell’epoca. Steve Canyon (1947) Se Terry e i pirati fu il grande fumetto della Seconda guerra mondiale, Steve Canyon (lanciato da Milton Caniff nel 1947) è l’opera che illustra la transizione verso la Guerra fredda. Steve Canyon inizia come pilota civile e proprietario della piccola compagnia aerea “Horizons Unlimited”, ma nel 1950, con lo scoppio della Guerra di Corea, Caniff lo fa rientrare in servizio attivo nell’US Air Force. Da quel momento, il fumetto diventa una cronaca dei conflitti con i Paesi comunisti. Buck Danny (1947) Se Steve Canyon rappresenta lo spirito americano, Buck Danny è il pilastro europeo del fumetto d’aviazione che ha documentato la Guerra fredda con una precisione tecnica maniacale. Creato nel 1947 da Jean-Michel Charlier (peraltro pilota lui stesso) e Victor Hubinon per il settimanale Journal de Spirou, il fumetto evolve rapidamente. Dopo l’esordio nel Pacifico, Buck e i suoi inseparabili compagni (Sonny e Tumbler) diventano piloti collaudatori e agenti segreti, operando nei teatri più caldi del confronto USA-URSS: dalla Guerra di Corea al Sud-Est asiatico. Ernie Pike (1957) Ernie Pike, creato nel 1957 dallo sceneggiatore argentino Héctor Oesterheld e da Hugo Pratt, riscrive le regole del genere, spostando l’attenzione dall’azione militare all’etica umana. Il protagonista è ispirato a Ernie Pyle, un vero corrispondente di guerra americano morto nell’attacco di Okinawa. Come Pyle, Pike non imbraccia le armi, ma scrive: la sua missione è raccontare la “piccola storia” degli uomini, non le grandi manovre dei generali. Pratt e Oesterheld eliminano la distinzione tra “buoni” e “cattivi”. Tedeschi, giapponesi o americani sono tutti accomunati dalla stessa sofferenza, dalla paura e, spesso, da gesti di inaspettata nobiltà che trascendono la divisa. Sgt. Rock (1959) In Sgt. Rock, Robert Kanigher e Joe Kubert spogliano il soldato dalla patina di perfezione tipica dei fumetti bellici classici. Per Rock e la sua Easy Company, la guerra non è un’avventura, ma un lavoro sporco che lascia i segni sulla pelle e nell’anima. I soldati di Kubert sono sempre coperti di fango, con le divise strappate e i volti segnati dalla stanchezza. La guerra è descritta come un’erosione continua della resistenza umana. Enemy Ace (1965) Enemy Ace, creato nel 1965 da Robert Kanigher e Joe Kubert, è considerato un fumetto “nobile” perché compie un’operazione rivoluzionaria per l’epoca: eleva il nemico a protagonista tragico, trasformandolo in un eroe romantico e tormentato. Kubert e Kanigher scelgono di raccontare la Prima guerra mondiale attraverso gli occhi di Hans von Hammer, un asso dell’aviazione tedesca. Il tema centrale non è la vittoria, ma il peso psicologico dell’uccidere. Von Hammer odia la guerra, definendola “un’amante crudele”, e cerca rifugio nella solitudine delle foreste o nella compagnia di un lupo nero, l’unico essere che sente simile a sé. Le falangi dell’ordine nero (1979) Le falangi dell’ordine nero (1979), capolavoro di Pierre Christin e Enki Bilal, è il fumetto che meglio descrive la guerra come un morbo ideologico che non si estingue mai, ma resta latente per decenni. È un “fumetto di guerra” atipico e modernissimo. La trama parte da un eccidio in un villaggio spagnolo commesso da ex combattenti franchisti. Questo evento riaccende un conflitto mai risolto: quello della Guerra civile spagnola. I protagonisti sono un gruppo di anziani ex membri delle Brigate internazionali che decidono di dare la caccia ai loro vecchi nemici franchisti. Rappresentano una generazione che non è mai tornata veramente dal fronte e che può definire la propria esistenza solo attraverso lo scontro. Charley’s War (1979) Molti critici e appassionati ritengono Charley’s War (scritto da Pat Mills e disegnato da Joe Colquhoun) il capolavoro assoluto del genere perché non si limita a mostrare la guerra, ma la smonta pezzo per pezzo attraverso gli occhi di un ragazzino di 16 anni, Charley Bourne. A differenza della “sporcizia” eroica di Sgt. Rock, qui il fango delle trincee della Prima guerra mondiale è intriso di gas, ratti e resti umani. L’inglese Pat Mills usa il fumetto per denunciare come la guerra sia un tritacarne per i poveri, gestito da ufficiali incompetenti e aristocratici distaccati. È una critica feroce al sistema gerarchico militare. Era la guerra delle trincee (1982) C’était la guerre des tranchées (pubblicato in Italia come “Era la guerra delle trincee“) del francese Jacques Tardi è considerato, assieme a Charley’s War, uno dei pilastri fondamentali del fumetto sulla Prima guerra mondiale. La profondità dell’opera risiede nella sua capacità di spogliare la Grande guerra di ogni retorica, concentrandosi sulla disumanizzazione sistematica e sul destino ineluttabile dei soldati. Maus (1986) Maus non è solo un fumetto di guerra, è un monumento alla memoria che ha cambiato per sempre la percezione dei comics nel mondo, diventando nel 1992 la prima (e unica) graphic novel a vincere il Premio Pulitzer. Il motivo per cui risulta così emozionante risiede in alcune scelte narrative uniche di Art Spiegelman, tra le quali l’uso di animali (topi per gli ebrei, gatti per i nazisti, maiali per i polacchi) che non serve a edulcorare la tragedia, ma a renderla universale e, paradossalmente, più cruda. Fax From Sarajevo (1996) Joe Kubert in Fax da Sarajevo riporta la guerra alla terra, al cemento e alla carne. Qui la guerra non è né gloria né ideologia, ma una lotta biologica e psicologica per la sopravvivenza quotidiana. Il fumetto, basato sui fax reali inviati dall’amico Ervin Rustemagić durante l’assedio, mette a nudo l’essenza più umana del conflitto. Questa guerra dei nostri giorni è descritta attraverso la mancanza di beni primari (acqua, cibo, calore), dove l’eroismo consiste semplicemente nel riuscire a tenere viva la propria famiglia. Sarajevo Tango (1996) In Sarajevo Tango, Hermann Huppen compie un passo decisivo: non si limita alla cronaca, ma sferra un atto d’accusa feroce contro l’indifferenza internazionale. Se Kubert usa il fax come grido d’aiuto, Hermann usa il pennello come un’arma per dipingere l’agonia dei civili intrappolati tra i cecchini e l’ipocrisia diplomatica. La vita civile è ridotta a una macabra lotteria dove anche solo attraversare una strada per prendere l’acqua diventa un gesto di estremo rischio. 300 (1998) In 300, Frank Miller non narra con precisione una cronaca storica, ma mette in scena la guerra come un mito ancestrale che definisce l’identità umana attraverso il sacrificio e l’onore. Più che una lotta per il territorio, la battaglia delle Termopili è descritta come uno scontro tra visioni del mondo opposte: la libertà dei greci contro la tirannia dei persiani. Leonida e i suoi uomini abbracciano la guerra per non perdere la loro autonomia. No Pasaran (1999) Vittorio Giardino con No Pasarán (parte della saga di Max Fridman) adotta una prospettiva radicata nel realismo storico e nel disincanto. In quest’opera sulla Guerra civile spagnola, la guerra è descritta come un labirinto morale. Giardino descrive come i nobili ideali vengano corrotti da giochi di potere, spie e servizi segreti che operano nell’ombra. Lungi dall’essere un confronto ad armi pari, il conflitto è mostrato nella sua tragica realtà quotidiana, dove la linea tra amici e nemici è sfumata da intrighi interni alle stesse fazioni. Goradze: Area protetta (2000) In Goražde: Area protetta, Joe Sacco porta il graphic journalism al suo apice, documentando l’assurdità di una guerra dove la definizione di “zona sicura” delle Nazioni Unite diventa un paradosso tragico. La città bosniaca di Goražde era stata dichiarata “area protetta” dall’ONU, ma i civili vi morivano quotidianamente sotto i bombardamenti serbi, mentre le forze internazionali restavano in gran parte impotenti o immobili. L’assurdità della situazione emerge da dettagli minimi. Joe Sacco racconta di giovani che sognano i jeans e la musica rock mentre fuori cadono le granate, o di come la ricerca della legna per scaldarsi diventi l’unica priorità in un mondo che ha perso ogni logica. Appunti per una storia di guerra (2004) Con Appunti per una storia di guerra, Gipi firma uno dei lavori più lucidi e feroci sulla natura umana, dimostrando che la guerra non ha bisogno di coordinate geografiche per distruggere l’anima. L’opera è una critica universale perché sposta il focus dal centro alla periferia morale. Non sappiamo dove né quando si svolga il racconto. Questa scelta rende la guerra una condizione esistenziale, un virus che trasforma la noia dei tre giovani protagonisti ( che ricordano Zanardi, Colasanti e Petrilli) in una violenza gratuita e nichilista. Quaderni ucraini (2010) In Quaderni ucraini, Igort compie un miracolo narrativo: estrae la poesia dal dolore, senza mai sminuire l’orrore della realtà. Se Gipi descrive la perdita dell’anima, Igort cerca di ritrovarla tra le macerie e le memorie di un popolo. Igort si sofferma su dettagli minimi, un vecchio cancello, una sedia vuota, il colore del cielo sopra le case distrutte, trasformando la cronaca in meditazione. L’inverno di Diego (2013) L’inverno di Diego, creato da Roberto Baldazzini, è uno dei lavori più preziosi e rigorosi sulla Resistenza italiana. Mentre molti fumetti di guerra puntano sull’azione, Baldazzini sceglie una via più intima e psicologica, che lo rende unico. Il fumetto esplora il momento cruciale in cui un giovane deve decidere da che parte stare. Diego non è un eroe predestinato, ma un ragazzo che vive il conflitto interiore tra la sicurezza della propria vita e l’imperativo morale di opporsi all’occupazione nazifascista. Kobane Calling (2015) Con Kobane Calling, Zerocalcare rivoluziona il genere portando la guerra all’interno della propria autobiografia. Non è più solo reportage o poesia, ma un diario di bordo implacabile dove l’ironia serve a digerire una realtà altrimenti insopportabile. Michele non si atteggia a reporter distaccato. Condivide con il lettore le sue paure, le sue contraddizioni e il suo sentirsi inadeguato, facendo respirare l’aria malsana del conflitto anche a chi lo segue da lontano. Tapum (2025) Sebbene il titolo “Tapum!” sia apparso originariamente come una storia breve all’interno della saga di Rat-Man, Leo Ortolani lo ha trasformato in una monumentale graphic novel edita da Feltrinelli nel 2025. Abbandonata la parodia pura, Ortolani usa il suo stile ben riconoscibile (con i celebri “musi a scimmia”) per raccontare l’orrore della Battaglia dell’Ortigara del 1917. L’umorismo non sparisce, ma diventa un’arma tagliente per evidenziare l’assurdità della guerra e l’incompetenza degli alti comandi, richiamando così capolavori come La Grande Guerra di Monicelli. Nella narrazione compare una personificazione della Morte con cui i soldati (tra cui il protagonista Vincenzo) dialogano quotidianamente, rendendo tangibile la fatalità della trincea. L’opera, frutto di anni di ricerche e sopralluoghi sui luoghi del conflitto, mescola la finzione del “Battaglione Fusar” con dati storici precisi. Navigazione articoli ALDO TORCHIO, MAESTRO DELLA MEZZATINTA QUANDO STELIO FENZO CONOBBE UGO PRAT