Spesso nei vari forum molti tendono a sminuire la figura di Stan Lee nella costruzione dell’universo Marvel a favore di Jack Kirby. Queste persone sembrano però dimenticare come negli anni ’60, aldilà della reale paternità dei personaggi e delle storie, Stan Lee abbia rivoluzionato il fumetto supereroistico grazie a una straordinaria capacità di differenziare i dialoghi, donando a ogni personaggio una voce unica. I suoi eroi non parlavano con frasi standardizzate, come quelli della DC comics, ma riflettevano universi culturali, psicologici e sociali quanto mai vari. Mentre Spider-Man sdrammatizzava il pericolo con battute ironiche da adolescente urbano, Thor si esprimeva con solenni formule arcaiche dal sapore shakespeariano. Al contempo, il Dottor Strange declamava esotiche e psichedeliche invocazioni mistiche, laddove Silver Surfer si lanciava in accorati e malinconici monologhi filosofici sulla natura umana. Perfino la vulnerabilità assumeva sfumature diverse, passando dalle riflessioni solitarie di Iron Man sul suo cuore malato al riaffiorare dei ricordi del passato in Capitan America che lo sommergevano di sensi di colpa. Questa diversificazione linguistica ha umanizzato i supereroi, trasformandoli da pupazzi stereotipati in individui complessi e memorabili. Fantastic Four I dialoghi di Fantastic Four costituiscono il laboratorio in cui Stan Lee costruì il linguaggio della Marvel moderna. Lee racconta che aspettava le matite di Kirby e che “ascoltava” i personaggi guardando le espressioni e il ritmo delle vignette prima di farli parlare. Lee volle creare una “famiglia” e non un gruppo di eroi perfetti. Per questo scriveva frequenti battibecchi, soprattutto fra Ben e Johnny, convinto che i conflitti quotidiani rendessero i personaggi più credibili. (“Litighiamo pure, ma quando conta restiamo uniti”). Ogni personaggio possiede una voce riconoscibile: Reed Richards usa termini scientifici, Ben Grimm parla in modo brusco, Johnny Storm è impulsivo e giovanile, Sue Storm ha un linguaggio affettivo. Lee sosteneva che il lettore dovesse riconoscere chi stava parlando anche senza vedere il disegno. Secondo diversi collaboratori, Lee modificava i dialoghi fino all’ultimo momento per migliorarne il ritmo, inserire una battuta efficace o dare maggiore enfasi emotiva a una scena. Lee amava inserire parole ricercate e raccontò più volte che se un ragazzo doveva aprire il dizionario per capire una parola lo considerava un risultato positivo. Frase iconica: “È tempo di distruzione!” (La Cosa). Thor Per i dialoghi di Thor, Stan Lee adotta un registro volutamente solenne, ricco di proclamazioni, giuramenti ed esclamazioni. (“Che gli dèi siano testimoni del mio giuramento!”). In un’intervista del 1977 Lee raccontò che, scrivendo le scene di Asgard, si chiedeva: “Se fossi Odino, come parlerei?“. Concludendo che il re degli dèi non poteva usare un linguaggio quotidiano. Non avrebbe mai detto qualcosa come “Ehi, Thor, smettila“, ma avrebbe dovuto esprimersi con formule solenni e arcaiche. Spiegò anche da dove proveniva quel linguaggio, leggeva regolarmente la Bibbia e amava profondamente Shakespeare. Disse esplicitamente: “Se si combinano gli stili della Bibbia e di Shakespeare si ottiene un linguaggio ricco e saporito, ed è quello che cercavo di inserire in Thor.” Un altro dettaglio interessante è la sua attenzione quasi ossessiva alla musicalità. Lee raccontò che non gli bastava usare parole antiche ma dovevano “suonare giuste”. Prestava attenzione persino alle forme verbali, scegliendo costruzioni arcaiche quando riteneva che rendessero più credibile la voce degli dèi. Frase iconica: “Finché avrò la forza di impugnare Mjolnir, il male non trionferà!“. Spider-Man di Steve Ditko I dialoghi di The Amazing Spider-Man realizzati da Stan Lee durante il periodo con Steve Ditko (1962-1966) segnano una svolta nel fumetto supereroistico. Lee racconta che quando si sedeva davanti alle pagine già disegnate di Ditko “recitava” mentalmente ogni personaggio, scrivendo i dialoghi solo dopo aver visto il ritmo delle vignette. Sempre Lee spiega che Spider-Man parlava continuamente perché era nervoso. Le battute micidiali durante i combattimenti non servivano solo a divertire il lettore, ma erano un modo per scaricare la tensione (“Faccio battute perché altrimenti mi faccio prendere dal panico”). Era una caratteristica praticamente assente nei supereroi precedenti. Un episodio celebre riguarda Amazing Spider-Man n. 33. Ditko trasformò una semplice scena di Spider-Man che solleva un enorme macchinario, in una lunga sequenza di quattro pagine. Quando Lee vide le tavole raccontò di aver “quasi gridato dalla gioia”. A quel punto costruì un monologo interiore di una forza inaudita che rese quella scena una delle più celebri della storia del fumetto e consegnò il personaggio di Spider-Man al mito. Frase iconica: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità“. Dr. Strange I dialoghi di Doctor Strange sono tra i più singolari della Silver Age. A differenza del linguaggio colloquiale di Spider-Man, qui Lee adotta un registro solenne, quasi liturgico. (“Non è magia ciò che vediamo, ma realtà che l’occhio comune non sa comprendere” ). Lee confessò più volte che nomi come l’occhio di Agamotto, lo scettro di Watoomb, le antiche schiere di Hoggoth e lo scudo di Seraphim non derivavano da un sistema esoterico preciso. Li aveva inventati perché “suonavano mistici e misteriosi”. Per lui la musicalità era più importante del significato letterale. Fra tutti i personaggi Marvel degli anni Sessanta, Doctor Strange è probabilmente quello in cui i dialoghi di Stan Lee sono più musicali che narrativi, le parole non servono tanto a spiegare la magia, quanto a far percepire al lettore di essere entrato in una realtà governata da leggi misteriose. Lee evita quasi del tutto lo humor tipico di altri eroi Marvel, usando un lessico elevato, con parole come “dimensione”, “eternità”, “astrale”, “mistero”, “forze”, “abisso”, per evocare un tono sacrale. Quando Ditko realizzava tavole psichedeliche Lee evitava di descriverle troppo, ma si limitava ad accompagnarle con brevi commenti solenni. Frase iconica: “Per le antiche schiere di Hoggoth“. Captain America I dialoghi di Captain America riflettono la natura unica del protagonista, un uomo fuori dal proprio tempo che vive ossessionato dai sensi di colpa. Steve Rogers parla con un linguaggio misurato, rispettoso e ricco di riferimenti al dovere, all’onore e alla responsabilità personale. (“Il coraggio è fare ciò che è giusto, anche quando costa caro”). Steve Rogers non doveva sembrare un fanatico patriottico, ma un uomo di principi. In una celebre intervista radiofonica del 1967, Lee e Jack Kirby spiegarono che non volevano trasformarlo in uno strumento della politica del momento (ad esempio inviandolo in Vietnam), perché Capitan America rappresentava valori permanenti più che una particolare linea politica. La malinconia sempre presente nei dialoghi di Capitan America deriva soprattutto dal fatto che Steve è un uomo degli anni Quaranta risvegliato in un’epoca che non gli appartiene. Dopo la sua rinascita in Avengers n. 4 (1964), Lee costruisce molti dialoghi attorno al senso di perdita, gli amici sono morti, il mondo è cambiato e lui deve trovare un nuovo posto nella società. Questa nostalgia diventa una costante delle storie pubblicate in Tales of Suspense. Frase iconica: “Sono un uomo fuori dal tempo… un fantasma del passato in un mondo che non riconosco più!”. Sub-Mariner I dialoghi di Sub-Mariner, a partire da Tales to Astonish n. 70 (1965), rappresentano uno dei registri più aristocratici della Marvel degli anni Sessanta. Namor parla come un sovrano, con un linguaggio fiero, imperioso e spesso venato di malinconia. Il primo elemento era la regalità. Stan Lee considerava Namor un sovrano prima ancora che un supereroe. Per questo evitava il linguaggio colloquiale e gli faceva usare un lessico ricercato, pieno di parole come regno, onore, trono, popolo, destino e tradimento. L’obiettivo era far percepire che ogni frase proveniva da un principe, non da un uomo comune. La caratteristica forse più originale dei dialoghi di Namor è il loro doppio registro. Quando parla come re, il linguaggio è nobile e autorevole; quando emerge il suo lato umano, soprattutto nelle scene con Lady Dorma o nei conflitti con il mondo della superficie, la stessa voce si incrina e lascia spazio a malinconia, orgoglio ferito e solitudine. Lee costruiva così un personaggio che passava continuamente dall’ira alla vulnerabilità. Frase iconica: “Imperius Rex!“. Daredevil Per il Daredevil disegnato da Gene Colan, Stan Lee inventò un nuovo metodo di costruire i dialoghi che erano quasi improvvisati sull’onda dell’emozione derivante dalla visione delle splendide tavole disegnate. Colan raccontava che Stan Lee gli telefonava, gli spiegava il principio, il centro e la fine della storia in pochi minuti e poi lo lasciava completamente libero. Gli aveva dato però tempo prima un consiglio fondamentale: “Rendi i personaggi vulnerabili. Fagli prendere perfino un raffreddore. Devono sembrare persone vere“. Colan raccontava che da allora iniziò a inserire pioggia, stanchezza, maltempo, esitazioni e piccoli dettagli quotidiani che rendevano Matt Murdock più umano. Secondo l’editor Tom Brevoort, Lee considerava Daredevil il luogo dove poteva dimenticarsi della trama per concentrarsi unicamente sulla caratterizzazione del personaggio . Le storie nascevano quasi come un’improvvisazione di Lee sulla pioggia, la stanchezza e il mood dei disegni di Colan. È significativo che Stan Lee abbia più volte indicato Daredevil n. 47, in cui Matt difende un reduce cieco del Vietnam, come una delle storie di cui andava più orgoglioso. Frase iconica: “Se solo Karen sapesse chi si nasconde dietro questa maschera… ma non posso rischiare la sua vita trascinandola nel mio mondo“. Iron Man I dialoghi di Iron Man scritti da Stan Lee durante il periodo disegnato da Gene Colan (1966-1968) mostrano una maturazione rispetto alle prime storie della serie. Stan Lee spiegò che aveva creato Tony Stark come un uomo che il pubblico avrebbe dovuto trovare inizialmente antipatico, un industriale ricco, brillante e legato all’industria bellica, per poi rivelarne la profonda umanità. La ferita al cuore e la dipendenza dall’armatura erano il centro emotivo della serie, dietro il playboy si nascondeva un uomo costretto a convivere ogni giorno con la propria fragilità. La malinconia di Iron Man nasceva soprattutto dal contrasto fra due voci. All’esterno, Tony Stark parlava con brillantezza, sicurezza e ironia; nei monologhi interiori, invece, Lee gli faceva esprimere dubbi, paura della morte, senso di isolamento e responsabilità verso Pepper Potts e Happy Hogan. Con l’arrivo di Colan nel 1966, Lee ridusse progressivamente la quantità di testo. Le tavole di Colan erano così eleganti e cinematografiche che non avevano bisogno di essere spiegate. I silenzi, gli sguardi e le ombre raccontavano già gran parte dell’emozione. Frase iconica: “Se solo Pepper sapesse la verità… Mi vede come un miliardario senza pensieri, senza sapere che sono prigioniero di questa armatura per rimanere in vita!”. Spider-Man di John Romita Sr. I dialoghi di The Amazing Spider-Man nell’era di John Romita Sr. (1966-1969), segnano un cambiamento rispetto al periodo con Steve Ditko. Con Ditko, Lee scriveva soprattutto il conflitto interiore di Peter Parker; con Romita, iniziò a scrivere anche il suo mondo emotivo e sociale. Quando John Romita Sr. arrivò su The Amazing Spider-Man nel 1966, Lee gli disse di non cercare di imitare Ditko, voleva invece che riversasse su Spider-Man l’esperienza che aveva accumulato in tanti anni dedicati ai fumetti romantici. Fu così che il fumetto più venduto della Marvel si trasformò in un melodramma sentimentale. Lee intuì che il punto di forza dei disegni di Romita erano i rapporti umani. Così aumentò le scene dedicate a Peter, Gwen Stacy, Mary Jane, Harry Osborn, zia May e Robbie Robertson. Le battute erano più spontanee rispetto all’epoca Ditko e i personaggi si muovevano in una alternanza continua tra umorismo e romanticismo. I dialoghi non servivano più soltanto a sostenere l’azione, ma a costruire relazioni credibili, gelosie, incomprensioni e momenti di leggerezza. Per questo molti lettori hanno definito lo Spider-Man di Romita una sorta di “soap opera con i supereroi”. Frase iconica: “Ammettilo, tigrotto… hai appena fatto tombola!“. Silver Surfer I dialoghi di Silver Surfer scritti nella serie del 1968 rappresentano probabilmente il vertice della scrittura di Stan Lee, che abbandona completamente l’ironia tipica di Spider-Man e dei Fantastici Quattro, per adottare un linguaggio lirico, “filosofico” e fortemente introspettivo. I dialoghi non sono costruiti per sostenere l’azione, ma per trasformare il fumetto di supereroi in una meditazione. Silver Surfer era, come Lee disse più volte, il suo “sbocco filosofico”. Raccontò che attraverso Norrin Radd poteva esprimere riflessioni sulla condizione umana che non avrebbe potuto mettere in bocca a Spider-Man o ai Fantastici Quattro. Lee spiegò anche che il Surfer era un osservatore esterno dell’umanità. Per questo evitava dialoghi quotidiani e preferiva trasformare ogni conversazione in una riflessione su libertà, odio, compassione, guerra o amore. (“Quando tutto è stato detto e fatto… chi è il sognatore e qual è il sogno?”). Un dettaglio poco noto è che Lee considerava Silver Surfer quasi un poeta cosmico e che scriveva le sue storie per spingere il lettore a “riflettere sul destino dell’uomo e a mettere in discussione alcune convinzioni fondamentali“. Frase iconica: “Perché gli uomini devono odiare e temere ciò che non comprendono?“. Navigazione articoli 5 EROI CHE AVREBBERO MERITATO IL SUCCESSO MATITE BLU 496