Con I cugini Meyer”, l’ultima opera di Vittorio Giardino recentemente pubblicata, l’ebraismo latente di Max Fridman viene finalmente alla luce.
In questo capitolo conclusivo della saga,
Vittorio Giardino porta in primo piano un aspetto che era rimasto fino a oggi sottotraccia, presente più come sfondo identitario che come motore narrativo esplicito.

Nelle avventure precedenti (come “Rapsodia ungherese”, “La porta d’Oriente” e “No pasarán”), l’ebraismo di Fridman era solo accennato, mai al centro della narrazione. In questo nuovo volume, Max viene coinvolto non per una missione politica o strategica, ma per una questione intima e familiare: aiutare i suoi cugini ebrei a fuggire da Vienna nel momento più oscuro dell’Europa centrale.

 

La prima parte documentaristica

La prima parte de “I cugini Meyer” ha una vocazione quasi documentaristica, è talmente immersa nella vita quotidiana e nelle tensioni della famiglia Meyer a Vienna da poter essere vista come un ritratto realistico di una famiglia ebrea nel periodo dell’occupazione nazista.

Giardino annota con rigore la data su ogni tavola, rendendo l’incedere del tempo un elemento tragico e inesorabile e facendo avvertire costantemente la pressione del destino incombente.

Nelle prime 80 pagine circa, il protagonista non è Max Fridman, ma la quotidianità del nucleo familiare dei Meyer che diventa il cuore narrativo del racconto. Giardino costruisce un ritratto intimista, reale e corale dove lo spettro della persecuzione è percepito nelle azioni semplici, come preparare i documenti, ascoltare notizie, coltivare speranze.

 

L’Anschluss

Vittorio Giardino inizia col descrivere il clima politico dell’Austria prima dell’Anschluss (l’annessione alla Germania), un clima tesissimo, instabile e profondamente diviso dalle tensioni tra il cosiddetto regime “austrofascista”, cattolico e conservatore, che deteneva il potere e le pressioni esterne fortissime da parte di Hitler che voleva annettere l’Austria già nel 1934.

L’Austria riesce a rimanere indipendente grazie all’inaspettato appoggio di Mussolini fino al 1936, ma con l’avvicinamento dell’Italia a Hitler, rimane da sola. Nel marzo 1938, Hitler costringe il cancelliere austriaco Schuschnigg a dimettersi, sostituendolo con il nazista Seyß-Inquart. L’esercito tedesco entra in Austria il 12 marzo 1938, accolto da folle apparentemente entusiastiche: il 13 l’Austria è annessa.

 

Le persecuzioni

Ma il peggio doveva ancora venire. Il racconto di Giardino comincia a prendere corpo con la minuziosa descrizione delle persecuzioni degli ebrei dopo l’Anschluss, che furono immediate, brutali e sistematiche.

L’arrivo del Reich segnò per gli ebrei austriaci l’inizio di un vero e proprio incubo, che Giardino descrive con dovizia di particolari e che costituisce il nucleo della prima parte del racconto. Già nei giorni successivi all’annessione, iniziarono pestaggi pubblici, umiliazioni, arresti arbitrari, saccheggi e deportazioni.

Presto entrarono in vigore leggi che escludevano gli ebrei dalla vita pubblica e impedivano loro di esercitare certe professioni. Migliaia di ebrei cercarono allora di fuggire all’estero, ma anche questo non si rivelò per niente facile.

 

La banalità del male

La tesi più affascinante che Giardino sviluppa in questa prima parte dal sapore documentaristico è la stessa al centro del famoso saggio di Hannah Arendt, “La banalità del male”. La Arendt sostiene che i crimini più efferati, come quelli commessi dai nazisti, non sono sempre il prodotto di individui malvagi, ma possono essere il risultato di una mancanza di pensiero critico e di un’eccessiva adesione a regole e ordini, anche quando questi sono chiaramente immorali.

Giardino spende parecchie pagine per dimostrare come il male, anche nelle sue forme più estreme, può essere compiuto da persone comuni, che agiscono in modo meccanico e senza riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, permettendo al male di insinuarsi nella vita quotidiana attraverso l’obbedienza acritica.

 

La seconda parte: la spy story

la seconda parte de “I cugini Meyer” di Vittorio Giardino è una spy story a tutti gli effetti. Fridman si muove tra contatti ambigui, informatori, vecchi amici e nuovi nemici. Il mistero si infittisce attorno all’organizzazione dell’espatrio illegale dei cugini Meyer, in un clima di costante sorveglianza e minaccia.

Vienna è ritratta come una città cupa, piena di occhi e orecchie, dove nessuno si fida più di nessuno. Ogni incontro, ogni conversazione è potenzialmente un tradimento, ogni ombra può nascondere una spia nazista. La componente spionistica non è però mai fine a sé stessa, ma si intreccia perfettamente con il contesto storico e con la dimensione etica e personale del protagonista.

 

Myriam

Come sempre nei fumetti di Vittorio Giardino c’è una storia d’amore. Anche qui è una storia d’amore senza speranza. Anche qui non ha mai il peso di una trama sentimentale centrale, ma serve ad accompagnare e umanizzare il personaggio, arricchendone la complessità.

Fridman e Myriam vivono una storia sospesa fatta di memoria e rimpianto, distanza emotiva e fisica, passato condiviso e futuro impossibile. Myriam, anche quando appare vicina è in realtà lontana, irraggiungibile, legata a un mondo che Max ha perso o da cui si è volontariamente escluso.

Nei dialoghi Myriam rappresenta la coscienza, il dubbio, la voce critica, che chiede conto delle scelte di Max. Il loro amore non è mai consumato pienamente, è una ferita aperta, un filo interrotto.

 

Il disegno

Sì può sostenere che nel disegno de “I cugini Meyer” Vittorio Giardino mantenga intatta la sua precisione meticolosa, la sua straordinaria cura del dettaglio architettonico e ambientale, ma che,  rispetto ad alcune opere precedenti, perda in parte quella poesia visiva che lo contraddistinguevano.

La ricerca estrema della verosimiglianza e dell’equilibrio può aver fatto sì che l’immagine perdesse quella vibrazione lirica che in passato faceva risuonare i silenzi, i cieli e le ombre come stati d’animo.

In “Rapsodia ungherese” c’era un senso di poesia nella decadenza, quasi alla Hugo Pratt, qui completamente assente. Questa mancanza di lirismo è forse una scelta consapevole per raccontare una tragedia senza fare concessioni alla retorica o all’estetismo.

 

Conclusioni

In quest’opera Giardino padroneggia con rigore l’Austria post-Anschluss senza cadere mai nella retorica. La vicenda è tesa, precisa, storicamente fondata, ma anche emotivamente densa. Le ambientazioni viennesi sono ricostruite con un gusto compositivo da grande illustratore. Il disegno, pur impeccabile, sembra privo però di vibrazione poetica. Nella storia c’è una sorta di “controllo emotivo” che smorza l’intensità drammatica, soprattutto nei momenti più intimi o struggenti.

Alcuni lettori potrebbero trovare un’eccessiva linearità o prevedibilità, laddove in passato Giardino sapeva sorprendere anche con i silenzi e le ambiguità.

 

 

Un pensiero su ““I CUGINI MEYER”, L’ULTIMA PROVA DI GIARDINO”
  1. Ho preso il volume proprio ieri, quindi ancora non l’ho letto. Però vorrei fare una considerazione: cartonato, stampato su carta di qualità, corposo come foliazione, costo 20 euro.
    Un Vittorio Giardino inedito a 20 euro!
    Per un istante ho pensato che tutti gli altri cartonati sullo scaffale (a prezzi analoghi) meritassero di sprofondare in una cantina buia e umida.

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