“HP e Giuseppe Bergman” di Milo Manara (1978) è un’opera importante non solo nella carriera dell’autore, ma anche nella storia del fumetto europeo. È più di un racconto d’avventura: è una meta-narrazione ironica e sofisticata, una riflessione sulla fiction, sull’arte del racconto e sull’inadeguatezza dell’eroe moderno.
È anche un omaggio e insieme una parodia dell’avventura classica e dei suoi meccanismi, con un evidente riferimento a
Hugo Pratt, che appare nel fumetto con le iniziali HP.

HP e Giuseppe Bergman è un’opera ironica. Non è una storia d’avventura, ma una storia sulla necessità (e l’impossibilità) di vivere l’avventura. Giuseppe Bergman è un eroe mancato, un Ulisse smarrito nella modernità.

 

L’antieroe

Giuseppe Bergman è l’antieroe per eccellenza, una figura che nasce proprio per mettere a nudo il mito dell’eroe tradizionale. Milo Manara in quest’opera compie un gesto radicale: prende il modello classico dell’avventuriero, forte, carismatico e determinato e lo ribalta completamente, mettendo al centro della scena un personaggio insicuro, maldestro e spaesato.

Giuseppe Bergman sogna un’avventura vera, come quelle che ha letto nei libri, ma appena vi si trova coinvolto non sa come comportarsi, commette errori, spesso ridicoli, viene travolto dagli eventi, più che guidarli.
Come ogni antieroe anche Bergman finisce per suscitare l’empatia del pubblico, che riesce a comprendere le sue motivazioni e il suo percorso, anche se non lo approva completamente. 

 

La guida ambigua

Il personaggio di HP si comporta come una sorta di maestro zen ma in chiave ambigua e perfino disturbante. Non è un maestro che offre risposte o si propone come guida spirituale, ma piuttosto uno specchio spiazzante, che mette continuamente in crisi il suo allievo.

HP non spiega nulla in modo diretto. Spinge Bergman in situazioni caotiche, assurde, per fargli scoprire qualcosa da solo (anche se non è chiaro cosa). Utilizza frasi enigmatiche, allusioni; oppure tace, lasciando che il “discepolo” si perda nel dubbio.
Proprio come un koan zen, i suoi comportamenti
non vanno capiti, ma vissuti. Come ogni buon maestro zen che si rispetti il suo scopo sembra voler distruggere l’ego del suo allievo e mostrargli l’inconsistenza delle illusioni.

 

La meta-avventura

“HP e Giuseppe Bergman” è una meta-avventura, uno dei lavori più rappresentativi in questo senso all’interno del fumetto italiano. Una meta-avventura è un racconto che riflette su sé stesso, sul proprio linguaggio o sul proprio genere. In questo caso, si tratta di una meta-narrazione che mette in discussione e gioca con i canoni dell’avventura tradizionale, coinvolgendo direttamente il lettore nella consapevolezza della finzione narrativa.

Il personaggio di Bergman si confronta continuamente con l’illusione dell’avventura e con la propria incapacità di viverne una vera. L’autore inserisce riflessioni esplicite sul proprio ruolo e su quello del lettore, che spinge costantemente a prendere coscienza del fatto che sta leggendo un fumetto

 

Tra finzione e realtà

In HP e Giuseppe Bergman la finzione è realtà e la realtà è finzione. Questa confusione non è solo un gioco narrativo, ma è il cuore dell’opera. Manara ci immerge in un universo dove non esistono più confini netti tra vita e rappresentazione, tra autore e personaggio, tra realtà e immaginazione. E proprio qui sta la sua forza. 

Questa confusione tra realtà e finzione è profondamente postmoderna: in un mondo saturo di immagini, narrazioni, media, la realtà non è più distinguibile dal racconto che ne facciamo. Manara anticipa il pensiero di autori come Baudrillard, per cui viviamo nel “simulacro”: non c’è più realtà, ma solo rappresentazioni che si fingono vere.

 

Il figlio della contestazione

“HP e Giuseppe Bergman” è indubbiamente figlio della contestazione e in particolare del clima culturale e politico del ’77. Non solo per la sua data di pubblicazione (1978), ma per lo spirito critico, ribelle che attraversa l’intera opera. Nel 1977 nasceva il cosiddetto Movimento del ’77, radicale, creativo, fortemente antiautoritario, che rifiutava tanto la politica istituzionale quanto i modelli rivoluzionari tradizionali.
Manara si inserisce
in questo clima di disillusione e sperimentazione.

Giuseppe Bergman rappresenta il giovane intellettuale borghese disincantato che mette in crisi il mito dell’avventura e con esso il mito delle ideologie che non sanno più dare risposte ma solo moltiplicare le domande.

 

Un’autoanalisi culturale

Si tratta, insomma, di un’autonalisi culturale travestita da fumetto d’avventura. Milo Manara scava nel ruolo dell’artista, di se stesso come personaggio e dell’immaginario collettivo in un momento storico di profonda crisi e trasformazione. Manara sembra chiedersi: “Cosa vuol dire oggi fare fumetti? Che ruolo ha l’autore in un mondo saturo di immagini e narrazioni?”.

Giuseppe Bergman è una rappresentazione del suo stesso autore che porta sulla scena la crisi dell’uomo moderno, spaesato, passivo, privo di veri riferimenti, in bilico tra consumismo e ricerca di senso. È l’incarnazione della giovinezza colta e borghese del post-‘68, che si è liberata dalle vecchie ideologie ma non ha trovato niente per sostituirle.

 

L’erotismo c’è ma non si vede

In “HP e Giuseppe Bergman” l’erotismo c’è, ma non si vede, o meglio, non è mai esplicito: pervade l’opera in modo sotterraneo e simbolico. È un erotismo implicito, che agisce come tensione costante tra desiderio, immaginazione e frustrazione. Giuseppe Bergman è un personaggio in cerca non solo di avventura, ma anche di esperienza sensuale, intensa e vitale.

Il suo viaggio è popolato da figure femminili affascinanti, ambigue, irraggiungibili. Ma il desiderio è sempre frustrato, l’incontro non si consuma, o se si consuma, è deludente, fugace, inautentico. L’assenza di erotismo esplicito diventa funzionale a una critica della cultura moderna dominata dal desiderio, ma incapace di realizzarlo pienamente.

 

Stile e grafica

Lo stile di Manara in “HP e Giuseppe Bergman” riflette chiaramente l’influenza di Moebius, quello di Arzak, che Manara imita cercando di costruire un mondo altrettanto rarefatto e visionario. L’opera diventa così un ponte tra fumetto italiano e cultura visiva europea, che sulla rivista Metal Hurlant stava lavorando su un futuro possibile per il fumetto.

In particolare si apprezzano le ambientazioni stranianti, a volte surrealiste, a volte psichedeliche, sospese nel tempo e nello spazio, più evocative che realistiche e il tratto spontaneo che dimostra un coinvolgimento totale nella materia narrata. Bergman ne esce come una delle tante figure isolate, mute e nomadi di Moebius, che attraversano mondi simbolici alla ricerca della verità.

 

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