Per Andrea Pazienza il fallimento del Movimento del ’77 non fu solo politico, ma anche umano. Paz era il corpo e la voce di quella generazione, quando quel mondo è crollato sotto il peso dell’eroina e del riflusso, Pazienza si è rifiutato di inventarsi un “piano B”. Gipi parte dalle stesse macerie, ma accetta la sconfitta e cerca di sopravvivere. Gipi non vuole vincere, gli basta non affogare. Il suo dolore non è acuto e lancinante come quello di Paz, è cronico ma meno intenso, gli permette di arrivare al giorno dopo. Mentre Pazienza soffriva la sua stessa genialità, Gipi usa i suoi limiti come scudo. La sua forza sta nel dirsi: “Sì, la nostra generazione ha perso, e allora?”. Gipi dimostra che a questo mondo si può anche invecchiare. La sua sopravvivenza è una forma di resistenza morale che a Pazienza è mancata. L’idea che Gipi sia l’erede spirituale o la “versione adulta” di Andrea Pazienza è un pensiero di alcuni critici e lettori, basato su affinità che vanno oltre il semplice stile. Entrambi gli autori hanno il dono di trasformare il quotidiano banale in epica. Pazienza lo faceva con il vuoto delle giornate studentesche bolognesi. Gipi lo fa con la provincia toscana, i bar e le chiacchiere tra amici. Pazienza usava il proprio corpo e la propria vita come materiale da macello (si pensi solo a Pompeo). Gipi fa lo stesso, si mette in scena senza filtri, mostrandosi meschino, fragile o ridicolo. Entrambi hanno abbattuto la barriera tra autore e personaggio. Pazienza stava portando il fumetto verso la letteratura e l’arte pura, rompendo tutti gli schemi del media moderno. Gipi ha completato questo percorso, portando la graphic novel a un pubblico generalista e “alto”, mantenendo però quella radice punk e anarchica tipica di Paz. In entrambi, il disegno cambia a seconda dello stato d’animo. Se Pazienza passava dal grottesco al realismo estremo in una pagina, Gipi alterna l’acquerello e il tratto sporco per evocare le stesse sensazioni. C’è un famoso aneddoto che racconta il primo incontro tra i due. È un racconto che Gipi ha condiviso spesso per descrivere l’impatto “devastante” e illuminante che ha avuto su di lui il genio di Pazienza. Il momento chiave avviene quando Gipi ha circa 19 anni e partecipa a un corso di fumetto tenuto da Andrea Pazienza presso la Libera Università di Alcatraz (fondata da Jacopo Fo vicino a Gubbio). Vedendo Pazienza disegnare dal vivo, Gipi ha una sorta di rivelazione. L’autore ha spesso dichiarato che quell’incontro fu quasi traumatico, vedere Pazienza all’opera gli fece venire voglia di buttare i pennelli, perché realizzò che quella specifica “scintilla” lui non ce l’avrebbe avuta mai. Gipi capì che non avrebbe mai posseduto il talento naturale assoluto e la facilità sovrumana di Pazienza. Pazienza disegnava senza schizzi preparatori, senza matita, con una sicurezza che sembrava magica. Gipi realizzò che, mentre lui doveva faticare, studiare e “costruire” l’immagine, in Pazienza il segno fluiva direttamente dalla mente alla mano senza nessun filtro. Scoprì l’esistenza di un limite invalicabile tra l’artista che lavora duramente e la divinità del disegno che non ha bisogno di sforzo. Invece di scoraggiarsi però decide di emulare non il “segno” di Pazienza, ma la sua attitudine alla vita, osservare il mondo con dedizione per poterlo poi raccontare. L’esordio professionale di Gipi avviene ufficialmente nel 1994, quando inizia a pubblicare vignette e storie brevi sulla rivista satirica Cuore, e viene notato per il suo segno graffiante e l’ironia amara. Cuore è stato il successore di Tango (fondato da Sergio Staino nel 1986) l’inserto satirico de L’Unità dove Pazienza portò il suo sguardo spietato sul potere. Quando Tango chiuse nel 1988 , l’eredità passò a Cuore (fondato nel 1989 da Michele Serra), che ne raccolse lo spirito anarchico e la commistione tra alto e basso. Quando Gipi arrivò a Cuore nel ’94, trovò un terreno già “arato” dalle innovazioni linguistiche di Pazienza. Gipi prese quel testimone e lo trasformò, passando dalla satira pura al racconto autobiografico e lirico. Se guardiamo le vignette di Paz su Tango e le prime di Gipi su Cuore, noteremo la stessa furia nel segno, un tratto che non cerca la “bella copia”, ma vuole la verità del momento. Il debutto di Gipi su Cuore rappresenta un passaggio di testimone quasi simbolico. Entrambi usavano il disegno non solo per far ridere, ma anche per “graffiare” la realtà. Come per Pazienza, la satira su rivista è stata per Gipi il campo di addestramento per poi passare al racconto lungo. Il fatto che Gipi sia partito dallo stesso “luogo” editoriale di Pazienza ha alimentato la percezione di lui come erede di quella spregiudicatezza comunicativa. Autodidatta e “apprendista di se stesso”, Gipi ha ammesso di aver passato molti anni a cercare una propria voce, sentendosi spesso un “imitatore” di altri autori contro la sua volontà. A differenza di molti fumettisti della sua generazione, Gipi trovò la sua voce concentrandosi su tecniche poco praticate dal fumetto come l’olio su tela e l’acquerello. In “Esterno Notte” (la sua prima graphic novel, pubblicata nel 2003), l’ombra di Pazienza è presente come lascito generazionale, come eredità ingombrante. Non è un romanzo unico, ma una raccolta di cinque storie brevi che raccontano la provincia, le solitudini, le bravate tra amici e la violenza improvvisa. Come Pazienza raccontava la sua Bologna o la Puglia come luoghi di deriva, noia e sogni infranti. Gipi descrive la provincia toscana tra bar, distributori di benzina, campi incolti e «gente che poi ha fatto una fine non proprio idilliaca». Entrambi rendono il “nulla” della provincia uno scenario epico e tragico, dove i piccoli gesti dei baristi o degli amici hanno un peso esistenziale enorme. Proprio come in “Zanardi”, anche in Esterno Notte il motore del racconto è la fenomenologia del branco. C’è la stessa tensione tra cazzeggio e violenza improvvisa, tra l’affetto cameratesco e la crudeltà gratuita che caratterizzava le storie di Pazienza. Gipi usa una narrazione che alterna realismo sporco a momenti di puro lirismo visivo. Questo ricorda la capacità di Pazienza di passare dal registro comico al drammatico nello spazio di una sola vignetta, mantenendo sempre un’estrema sensibilità poetica. Gipi alterna anche tavole a olio dalla solennità quasi museale a vignette zeppe di ghirigori al pennino che sembrano scarabocchi cercando di seguire l’onda emotiva che va e viene. Il successo è immediato e lo porta a vincere il premio come “Miglior Disegnatore” al Napoli Comicon del 2004. Con questo libro, Gipi diventa il volto della casa editrice Coconino Press, portando la “graphic novel” d’autore al grande pubblico italiano. In Esterno Notte si avverte quella urgenza creativa tipica di Pazienza, il bisogno di fissare l’emozione sulla carta prima che svanisca, lasciando che l’errore o la macchia diventino parte integrante della narrazione. Mentre però in Pazienza c’era spesso una spinta verso l’autodistruzione e il nichilismo, in Esterno Notte Gipi cerca una qualche forma di tenerezza. Gipi guarda i suoi personaggi con una pietà che Pazienza non ha mai riservato al suo Zanardi. “Storia di Faccia“ è considerato il racconto più “pazienziano” di Esterno notte perché tocca il cuore della poetica di Paz, la mitizzazione del quotidiano marginale. “Faccia” aveva preso a testate un uomo mandandolo all’ospedale e finendo per questo in galera. Come nelle storie di Pazienza, il centro del mondo sono i non-luoghi dove i personaggi sono “eroi del nulla”. Gipi descrive tipi umani che in qualche modo sembrano usciti dalle tavole di Zanardi o da Frigidaire. C’è quella stessa atmosfera di attesa immobile e cazzeggio feroce. In Pazienza, la violenza era spesso improvvisa, grafica e liberatoria. In Gipi, la dinamica della rissa trasuda la stessa tensione elettrica. Entrambi catturano quel momento in cui la noia della provincia esplode in rabbia pura. Il dialogo è stretto, gergale, infarcito di dialetto e imprecazioni. È un parlato reale, non scritto per il cinema o la letteratura classica. Ricalca le innovazioni linguistiche di Paz, che portò il gergo degli studenti e dei sottoproletari nel fumetto d’autore. Il punto di contatto massimo è la nostalgia per il presente. Entrambi riescono a farti provare malinconia per una situazione (una rissa, una serata al bar) mentre la stai ancora leggendo, elevando la “vita bassa” a materiale artistico nobilissimo. In “Appunti per una storia di guerra” (2004), Gipi si allontana dalla cronaca autobiografica per creare un’opera di finzione pura, ma paradossalmente è qui che il “fantasma” di Pazienza si avverte con più forza, specialmente nella dinamica dei personaggi. Il cuore del libro è il rapporto tra tre ragazzi, Giuliano, Christian e Little Kill. È difficile non vedere un riflesso del trio Zanardi, Colasanti e Petrilli. Come in Pazienza, c’è un leader carismatico e amorale (Christian ricorda la ferocia di Zanardi), un gregario debole e un elemento più riflessivo/borghese che viene trascinato nel baratro. Gipi esplora la stessa chimica del branco, quel mix di noia, cameratismo e crudeltà che spinge i giovani a compiere atti terribili quasi per gioco. L’ambientazione è una provincia devastata da una guerra mai nominata, un paesaggio fatto di fango, case diroccate e bar deserti. Richiama le ambientazioni post-apocalittiche o di frontiera che Pazienza accennava in certe storie brevi o nelle visioni più cupe di Frigidaire. Entrambi usano il paesaggio come specchio del vuoto interiore dei protagonisti. Pazienza ha raccontato la fine delle illusioni politiche e personali di una generazione (quella del ’77). Gipi in questo libro racconta la fine dell’adolescenza attraverso la violenza bellica. In entrambi gli autori il passaggio all’età adulta non è una crescita, ma una corruzione, si impara a stare al mondo diventando più cinici, più sporchi e più cattivi. In Appunti per una storia di guerra, Gipi utilizza uno stile acquerellato molto sporco e graffiante. C’è la stessa voglia di verità di Pazienza, il disegno non deve essere “bello”, deve essere “giusto” per il dolore che sta raccontando. La deformazione dei volti sotto lo stress o la paura è una lezione che Gipi ha assimilato dalla capacità di Paz di distorcere i corpi per renderli più espressivi. Mentre però Pazienza spesso restava affascinato dalla figura del “cattivo” (vedi Zanardi), Gipi sposta il focus sulla vittima e sul senso di colpa. Se i personaggi di Pazienza sono spesso “oltre il bene e il male”, quelli di Gipi soffrono terribilmente per le loro scelte, cercando una redenzione che quasi mai arriva. Possiamo concludere che Gipi, e ci sembra l’intuizione definitiva per leggere il legame tra i due, può essere visto come un Penthotal invecchiato. Pentothal è l’alter ego fragile, quello che subisce, che si perde nei propri flussi di coscienza e che, soprattutto, prova dolore. Pentothal è il diario di un ragazzo smarrito nel ’77, tra sogni di rivoluzione e paranoie personali. Gipi scrive le storie dei ragazzi smarriti nel mondo di oggi che non hanno più nessuna rivoluzione da sognare. Pentothal viveva la fine di un’epoca collettiva. Gipi sembra essere un Pentothal, sopravvissuto agli anni di piombo e all’eroina, che si è ritirato in provincia, ha cambiato i suoi pennarelli con gli acquerelli e ha iniziato a guardare il mondo con tanta malinconia. Pentothal era immerso in un mondo che credeva ancora di poter cambiare. Gipi sa che il mondo non si cambia eppure riesce ad andare avanti. Alla fine di “Momenti straordinari con applausi finti” (2019) Gipi dice “sono sopravvissuto”. Dire “sono sopravvissuto” in quel contesto lo lega al destino di Paz. A differenza di Andrea, Gipi è passato indenne (o quasi) attraverso le stagioni dell’autodistruzione. Pazienza è rimasto vittima del suo tempo e dei suoi demoni. Gipi riconosce di essere ancora qui, nonostante un corpo pieno di cicatrici e una mente piena di fantasmi. Gipi capisce che, nonostante tutto il dolore, la rabbia e la voglia di sputare in faccia al mondo, lui è riuscito a rimanere umano. In quel “sono sopravvissuto” c’è tutta la stanchezza di chi ha dovuto camminare anche per chi si è fermato troppo presto. È come se Gipi dicesse: “Andrea, io sono rimasto a vedere come andava a finire. Non ti sei perso nulla”. Navigazione articoli L’EROTISMO DI MANARA NASCONDE UNA SCONFITTA ROB LIEFELD, UN DOMINATORE DEGLI ANNI ’90