Se dovessimo votare la canzone che più ha rappresentato, nel bene e soprattutto nel male, la storia d’Italia nella prima metà del Novecento, senza dubbio sceglieremmo Giovinezza.
Il suo nome è ormai inscindibile dal periodo buio del fascismo, anche se oggi Faccetta Nera è erroneamente percepita come canto simbolo del Ventennio.
Chiedete a un parente o conoscente che ha vissuto quegli anni di intonare Faccetta Nera e Giovinezza: nel primo caso ricorderà a malapena il ritornello; nel secondo partirà quasi sicuramente da “Salve o popolo d’eroi…” e forse vi dirà anche che c’era un’altra versione che iniziava con “Allorché dalla trincea…”.

Il motivo è semplice: Giovinezza era l’Inno Trionfale del Partito Nazionale Fascista. Faccetta Nera, invece, era malvista da molti gerarchi: era spinoso parlare apertamente di schiavitù quando la retorica coloniale reale presentava la guerra d’Etiopia come una missione di liberazione, ed era altrettanto sconveniente incitare all’unione tra popoli per un regime che stava imboccando la strada delle leggi razziali.

Eppure, chi ancora conosce Giovinezza – perché le canzoni fasciste sono come quei film, che nessuno ammette di guardare, ma alla fine tutti ne sanno più di quanto non dicano – di solito la associa esclusivamente al Ventennio, ignorando che nacque con tutt’altre intenzioni. Un indizio sta proprio nel ritornello: “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza…”. Non ricorda qualcosa?

“Quant’è bella giovinezza…” di Lorenzo de’ Medici: un topos letterario antichissimo quello della breve stagione giovanile, splendida e fugace. Questa celebrazione, che nulla ha a che fare con il fascismo, viene ripresa ben prima della nascita della dittatura, a Torino nel 1909. Siamo nel pieno della Belle Époque quando lo studente di Giurisprudenza Nino Oxilia scrive il testo della canzone, intitolandola Il commiato. Il compagno di corso Giuseppe Blanc la mette in musica. L’obiettivo è creare un Inno dei Laureati che segni il passaggio dalla goliardia alla vita adulta. La canzone inizia così: “Son finiti i giorni lieti / degli studi e degli amori / o compagni in alto i cuori / e il passato salutiam”.

Un’altra canzone sotto la Mole di Torino, Piemontesina bella, riprenderà lo stesso tema: “Addio bei giorni passati / mia piccola amica ti devo lasciar”. Ma, mentre quest’ultima è inevitabilmente confinata nel suo regionalismo, Il commiato adotta un approccio rigorosamente nazionale, da vero inno, e nell’ultima strofa introduce persino l’irredentismo di chi soffre a vedere Trento e Trieste ancora sotto dominio austriaco: “Ma se un dì venisse un grido / dai fratelli non redenti / alla morte sorridenti / il nemico ci vedrà”.

Oxilia muore proprio in guerra, nel 1917 sul Monte Tomba. Intanto però Il commiato circola tra le truppe, viene più volte riscritto e rielaborato, perde la sua aria goliardica e, rafforzato nei toni irredentisti, diventa Inno degli Arditi, con un tono più cupo e guerriero.

Il successivo passaggio dagli Arditi al fascismo è meno sorprendente di quanto sembri: molti simboli, motti e atteggiamenti dei reparti d’assalto vengono assorbiti dal regime, complici anche i numerosi ex Arditi confluiti nel movimento. Me ne frego, A noi!, la Fiamma Nera, Eia Eia Alalà: quasi un intero reperorio, di origine perlopiù dannunziana.

Nel corso degli anni nascono altre e diverse versioni di Giovinezza. Una dei primissimi anni Venti (disponibile in rete cantata dal tenore Giovanni Martinelli) recita addirittura nel ritornello “Nel fascismo è la salvezza della nostra libertà”, ma si guarda bene anche soltanto dal nominare Mussolini perché la sua autorità, in quello che allora era un movimento acefalo, è ancora tutta da dimostrare.

Ma è soprattutto nel 1925, con il testo di Salvator Gotta (che l’anno dopo scriverà il famoso Piccolo alpino), che Giovinezza si trasforma nell’inno trionfale oggi più noto: “Salve o popolo d’eroi / salve o patria immortale…”. Le strofe successive lodano apertamente Mussolini, ma (casualità?) non lo chiamano mai “Duce”. È l’inno di un partito divenuto Stato, quello che risuona nelle parate del sabato pomeriggio, e il celebre rifiuto di Arturo Toscanini di eseguirlo prima di un concerto segnerà il definitivo strappo tra il direttore d’orchestra e il regime.

Con l’arrivo della Seconda Guerra Mondiale tornano a diffondersi gli stornelli degli Arditi, nella speranza che portino fortuna come nella Prima. Anche Giovinezza ne risente: si riprende a cantare “Allorché dalla trincea / suona l’ora di battaglia…”, aggiungendo alla fine “Per Benito Mussolini Eia Eia Alalà” per mantenere vivo il culto del capo. Ma nel secondo conflitto non c’è più posto per trincee, pugnali e neppure per gli otto milioni di baionette (ammesso che persino nel primo servissero a qualcosa). Chi, come Mussolini, crede che sia “come l’altra volta”, non tarda a subirne le conseguenze.

Il fascismo dunque cade e Giovinezza viene rigettata insieme al regime stesso. L’uso ossessivo fatto nel Ventennio ne cancella il passato goliardico e universitario. E così parlare di quella canzone diventa – per metonimia – un modo per indicare l’intero immaginario fascista. Un paradosso per Blanc, che l’aveva musicata pensando ai laureandi, e che per il fascismo aveva composto altri canti di successo come Fischia il sasso e l’Inno dei giovani fascisti.

A questo nuovo significato simbolico contribuisce anche la cultura popolare del dopoguerra. Nel 1959 Beppe Fenoglio intitola con ironia Primavera di bellezza un romanzo ambientato durante la Resistenza. Nello stesso anno Totò, ne I tartassati, canticchia il ritornello adattandolo a una scena comica sull’epoca della buonanima.
Un’ulteriore conferma dell’inscindibilità del connubio tra Giovinezza e il fascismo arriva nel 1981, con la canzone Mille lire di Sergio Endrigo, risposta alla celebre Se potessi avere mille lire al mese del 1939. Endrigo ricorda commosso le “mille lire del tempo che fu”, che “mi aprivano tutte le frontiere” e con cui “ci compravi anche la luna, belle donne e velociferi a motore”, ma poi, onde evitare di perdersi in vaghe e sterili nostalgie, pensa bene di concludere così: “Mille lire, mille lire che bellezza / ma si doveva cantare Giovinezza. / A dire il vero io ero appena nato, / però mi basta quel che mi hanno raccontato”.

E fu così che un canto nato come commiato goliardico attraversò decenni e contesti diversi, dagli studenti agli Arditi, fino a diventare uno dei brani più noti del fascismo: un inno, in ogni fase della sua vita, pur cambiando destinatari e significato.

 

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