Prima del 1938 i ragazzi belgi leggevano soprattutto riviste cattoliche tradizionali o importavano i settimanali dalla Francia (come
Le Journal de Mickey, che pubblicava i fumetti americani di Topolino). L’editore Jean Dupuis intuì che c’era un enorme spazio vuoto per un prodotto belga moderno, dinamico e di qualità. Quando il numero 1 del Journal de Spirou uscì il 21 aprile 1938, i giovani lettori si fiondarono in edicola, attratti da un formato gigante a colori che non aveva nulla da invidiare ai colossi americani.
Dupuis aveva fortemente voluto un personaggio che facesse da “traino” e da titolo al nuovo settimanale per ragazzi e per crearlo aveva ingaggiato il fumettista francese
Robert Velter, noto con lo pseudonimo di Rob-Vel. Il personaggio di Spirou  inizialmente, non era il reporter avventuroso che conosciamo oggi ma un semplice e vivace liftboy (ragazzo dell’ascensore) del prestigioso Moustic Hôtel.

Dupuis sapeva bene che per fare grandi numeri non poteva limitarsi al Belgio francofono. Già nell’ottobre del 1938 (sei mesi dopo il debutto), lanciò la versione gemella in lingua olandese chiamata Robbedoes. Questa mossa raddoppiò il bacino di utenza, conquistando le Fiandre belghe e i Paesi Bassi e garantendo alla casa editrice buone entrate.
Il successo non fu solo legato alle vendite del giornalino, ma a un vero e proprio fenomeno di costume. Nel 1938 nacque il club degli
Amis de Spirou (Ads): i lettori potevano tesserarsi, ricevevano un distintivo e dovevano giurare di rispettare un codice d’onore basato sull’onestà, il cameratismo e l’aiuto reciproco. In pochissimo tempo il club raccolse decine di migliaia di iscritti, trasformando i lettori in una community fedelissima e attiva.

 

L’ascesa fulminea della rivista venne bruscamente frenata nel 1940 dall’occupazione nazista del Belgio. Con lo scoppio della guerra, Rob-Vel venne richiamato al fronte e fatto prigioniero dai tedeschi nello stesso 1940. Per non interrompere le pubblicazioni, la casa editrice Dupuis affidò temporaneamente il personaggio a Jijé (Joseph Gillain). Di lì a poco la carta iniziò a scarseggiare e i tedeschi, nel settembre 1943, vietarono la pubblicazione di Spirou a causa del rifiuto dell’editore di sottostare alla censura e di inserire un redattore filonazista.

Sotto la guida di Jijé, la redazione creò un vero e proprio teatro di marionette ambulante. Gli autori (tra cui lo stesso Jijé e un giovanissimo André Franquin) giravano fisicamente il Belgio con un furgone mettendo in scena spettacoli con i personaggi di Spirou.



Gli spettacoli non solo mantenevano i personaggi nel cuore dei ragazzi, ma raccoglievano fondi per gli artisti e offrivano, tra le righe delle sceneggiature comiche, messaggi di speranza e piccole critiche che i censori tedeschi presenti in sala spesso non riuscivano a cogliere.

Non potendo pubblicare una rivista periodica, l’editore aggirava la legge stampando pubblicazioni “una tantum”. Venivano spacciate per cataloghi o almanacchi annuali o supplementi, ma in realtà contenevano fumetti e storie inedite. Quando anche questo divenne impossibile, la Dupuis non si fermò ma continuò a stampare in gran segreto dei piccoli fogli unici tipo volantini, contenenti una brevissima storia a fumetti, distribuiti sottobanco nelle edicole di fiducia ai membri del club degli Amis de Spirou (Ads).

Fu così che non appena il Belgio fu liberato dai tedeschi, nel settembre del 1944, Spirou tornò in edicola registrando vendite ancora più clamorose. Verso la fine del 1944 Jije, che gestiva ancora il personaggio, inventò  Fantasio, il compagno di avventure strambo, irascibile e pasticcione che trasformerà per sempre la serie in un duo.
Subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Jijé era l’unico autore di punta rimasto alla casa editrice Dupuis. Aveva sulle spalle una mole di lavoro insostenibile (disegnava contemporaneamente
Spirou, Jean Valhardi e diverse biografie storiche). Decise allora di invitare a vivere e a lavorare a casa sua a Waterloo tre giovanissimi fumettisti alle prime armi, quasi privi di mezzi: André Franquin, Morris e Will (la futura “Banda dei Quattro”) perché gli dessero una mano. Quattro disegnatori che condividevano gli spazi, mangiavano insieme e lavoravano nella stessa stanza, con i tavoli da disegno messi l’uno di fronte all’altro.

Era nata la cosiddetta “scuola di Marcinelle” una specie di bottega rinascimentale dove Jijé non faceva lezioni teoriche ma mostrava ai ragazzi come impugnare il pennello, come dosare l’inchiostro di china e come studiare l’anatomia partendo dal vero, correggendo i loro errori direttamente sulle tavole. Jijé impose ai suoi allievi una rottura totale con l’illustrazione accademica e statica del fumetto dell’epoca. Incoraggiò l’uso del pennello di martora al posto del classico pennino metallico. Il pennello permetteva una linea più varia che passava da sottilissima a spessa a seconda della pressione della mano, dando vitalità al disegno. Spingeva i suoi ragazzi a esagerare i movimenti, a far “recitare” i personaggi con tutto il corpo e a non temere le deformazioni caricaturali .Una vignetta doveva essere capita in mezzo secondo; lo sfondo doveva solo accompagnare l’azione dei protagonisti, mai soffocarla.

I talentuosi ragazzi sbocciarono immediatamente. Un giorno del 1946, mentre la “Banda” lavorava a Waterloo, Jijé si alzò dal suo tavolo da disegno, si avvicinò al tavolo del ventiduenne André Franquin porgendogli il suo pennello e una tavola mezza bianca. Jijé aveva iniziato a disegnare la nuova avventura di Spirou, intitolata “La casa prefabbricata” (La maison préfabriquée), e ne aveva completato solo le prime quattro pagine. Disse semplicemente a Franquin: “Tieni, continua tu, d’ora in poi Spirou è tuo”. Franquin, colto di sorpresa e terrorizzato all’idea di ereditare l’icona della rivista, si mise al lavoro cercando di imitare il più fedelmente possibile lo stile del maestro per non far notare lo stacco ai lettori. Franquin prese un fumetto che fino ad allora era fatto di brevi gag autoconclusive e lo trasformò in una saga di grandi avventure graficamente rivoluzionarie.

Il 1946 è anche l’anno in cui il giovane Maurice De Bevere (in arte Morris) diede vita a Lucky Luke, il suo celebre cowboy “che spara più veloce della sua ombra”, debuttando sulle pagine di L’Almanach Spirou 1947 (pubblicato a fine 1946) con la storia Arizona 1880. Da Jijé, aveva imparato le regole ferree della narrazione visiva, il dinamismo delle linee e la gestione dello spazio nel fumetto. Da parte sua Morris aggiunse la sua venerazione per il mito del cinema western americano e per i cartoni animati di Walt Disney.
In un’epoca in cui l’Europa stava uscendo dalle macerie della Seconda guerra mondiale, Morris sognava gli spazi aperti, i saloon e la frontiera americana. Il successo di Lucky Luke spinse ancora più in alto
Le Journal de Spirou, tanto che alla fine degli anni ’40 vendeva complessivamente circa 120.000 – 150.000 copie a settimana, una cifra straordinaria che ne sancì lo status di colosso editoriale dell’era post-bellica.

Nel marzo del 1954, sulle pagine de Le Journal de Spirou, Jijé iniziò la pubblicazione di Jerry Spring, un’opera che rappresenta una pietra miliare del fumetto franco-belga. Fino al 1954, il genere western su Spirou era dominato dal tono umoristico e caricaturale di Lucky Luke. Con Jerry Spring, Jijé decise di fare l’esatto opposto: creò un western iperrealistico, maturo e filologicamente accurato.

Nella seconda metà degli anni ’50 André Franquin si scatena: nel 1956 inizia una serie dedicata al Marsupilami, l’animale dalla coda lunghissima che aveva inventato nel 1952 all’interno della storia di “Spirou e Fantasio i ladri del Marsupilami”; nel 1957 crea Gaston Lagaffe, campione di indolenza urbana e geniale sabotatore della burocrazia.



Nel 1957 fa il suo esordio sulle pagine della rivista Gil Jourdan, una delle serie investigative più brillanti e amate del fumetto franco-belga. Il personaggio fu creato da Maurice Tillieux, un autore straordinario che con questa opera ha fuso la commedia della Scuola di Marcinelle con le atmosfere del cinema poliziesco francese (il genere Polar).
Nel 1958 fanno la loro primissima apparizione i
Puffi. Nelle intenzioni del loro creatore Peyo non erano nati per avere una serie propria, ma dovevano essere semplicemente dei personaggi secondari di passaggio. La reazione dei lettori di Spirou fu un terremoto editoriale. La redazione venne sommersa da lettere di bambini che volevano assolutamente rivedere quelle creaturine blu.
Grazie a tutti questi personaggi alla fine degli anni ’50,
Le Journal de Spirou raggiunse su una media di 180.000 – 200.000 copie a settimana.

L’inizio degli anni ’60 se da un lato coincide col momento di massimo splendore economico e di vendite della rivista, dall’altro lato vede André Franquin crollare sotto un esaurimento nervoso devastante, che segnerà una svolta drammatica per la sua vita e per l’intera storia di Spirou. Nel 1961, schiacciato da scadenze settimanali insostenibili (doveva produrre contemporaneamente le grandi storie avventurose di Spirou, le gag di Gaston Lagaffe, le illustrazioni per il giornale e le campagne pubblicitarie). Per mesi l’autore si trovò nell’impossibilità fisica e psicologica di toccare la matita. La rivista fu costretta a scusarsi con i lettori e a riempire le pagine con ristampe o altri autori.

Per salvare la situazione e alleggerire l’amico, l’intera comunità della Scuola di Marcinelle si mobilitò. Peyo (il papà dei Puffi) si offrì generosamente di scrivere le sceneggiature per lui, e diversi assistenti dello “Studio Franquin” intervennero per inchiostrare le tavole e disegnare gli sfondi.

Questa crisi cambiò profondamente il rapporto di Franquin con i suoi personaggi. L’autore si rese conto di non sopportare più Spirou, che gli appariva un eroe troppo perfetto, rigido, legato a schemi tradizionali in cui non si riconosceva più. Nel 1968, Franquin compì un gesto radicale: abbandonando definitivamente la serie di Spirou e Fantasio, cedendola al giovane Jean-Claude Fournier. Nonostante la crisi di Franquin gli anni ’60 sono stati uno dei periodi di massimo successo commerciale per Le Journal de Spirou che tocca il suo record storico sfondando il tetto delle 280.000 copie settimanali.



Gli anni ’70 si aprono con la pubblicazione dell’ultima grande icona della “scuderia classica” di Spirou, la sexy-hostess Natacha, capace di chiudere l’Età d’Oro della rivista e di imprimere uno shock culturale al mercato del fumetto franco-belga.
Ideata nel 1965 da François Walthéry, ma pubblicata ufficialmente a puntate solo nel
febbraio del 1970, l’hostess di volo Natacha non è una fidanzata o una spalla, ma il motore dell’azione. Viaggia per il mondo, risolve misteri, pratica le arti marziali e spesso salva la pelle al suo collega maschio, il goffo e fifone Walter. Natacha non basterà però a dissuadere i lettori dal smettere progressivamente di comprare le riviste antologiche settimanali per rivolgersi direttamente agli albi cartonati in libreria. Le vendite de Le Journal de Spirou scesero a 140.000 – 160.000 copie a settimana, segnando l’inizio di una lenta ma inesorabile inversione di tendenza.

Nel 1982, Tome ( lo sceneggiatore Philippe Vandevelde) e Janry ( il disegnatore Jean-Richard Geurts) ereditarono la serie principale di Spirou e Fantasio, rilanciandola con successo dopo un periodo di stanca. Nel 1987, mentre lavoravano all’albo “La giovinezza di Spirou” (La Jeunesse de Spirou), si divertirono a immaginare come potesse essere stato il protagonista da bambino. L’accoglienza dei lettori fu così entusiasta che la casa editrice Dupuis spinse i due autori a creare una serie parallela (Le petit Spirou) consistente in gag autoconclusive di una pagina singola. Fu una mossa azzeccata. Ogni album cartonato di questa nuova serie usciva con tirature iniziali che oscillavano tra le 500.000 e le 700.000 copie solo per il mercato francofono. Nonostante questo exploit la rivista continuò a perdere copie e alla fine degli anni ’80, Le Journal de Spirou vendeva complessivamente 110.000 – 130.000 copie a settimana.

Negli anni Novanta Le Journal de Spirou dovette affrontare cambiamenti profondi del mercato che misero in discussione il modello su cui aveva prosperato per quasi cinquant’anni. Il fumetto franco-belga stava passando dal modello della rivista a quello del volume. In quegli anni inoltre la rivista aveva perso progressivamente le sue “locomotive”. André Franquin non realizzava più Spirou da decenni, Peyo era ormai impegnato soprattutto nella gestione dei Puffi, Maurice Tillieux era scomparso già nel 1978, Morris nel 1968 aveva lasciato la Dupuis per la Dargaud e Lucky Luke era passato da Spirou a Pilote. Le vendite calarono, assestandosi a fine decennio intorno alle 80.000 – 95.000 copie a settimana. Ci furono diversi tentativi di rinnovamento ma fallirono tutti e la rivista non riuscì a competere alla pari con manga e videogiochi . A tenere a galla la testata fu la straordinaria fidelizzazione degli abbonati (che coprivano la stragrande maggioranza delle vendite).

Dopo le tempeste degli anni ’90, nel periodo tra il 2000 e il 2010 la rivista smise di rincorrere le mode e accettò il suo nuovo ruolo: non più un medium di massa per bambini, ma un prestigioso “laboratorio d’autore” per appassionati di fumetti. Per risolvere il problema di un personaggio (Spirou) bloccato in schemi rigidi, nel 2006 la redazione inventò la formula parallela “Une aventure de Spirou et Fantasio par…”. Questa collana permetteva a grandi autori esterni, estranei alla serie regolare, di realizzare volumi unici reinterpretando il personaggio secondo il proprio stile personale. È qui che è nato il capolavoro del decennio: “Il diario di un ingenuo” (2008) di Émile Bravo, che riraccontava l’adolescenza di Spirou come cameriere d’albergo alle soglie della Seconda guerra mondiale. L’albo vinse tutti i premi possibili e ridiede al personaggio una dignità letteraria immensa. La rivista però si stabilizzò su una tiratura di sole 75.000 – 80.000 copie a settimana.

Negli anni tra il 2010 e il 2026 Le Journal de Spirou, continua a stupire. Tra il 2018 e il 2022 Emile Bravo prosegue la storia di Le Journal d’un ingénu, che raccontava i primi giorni di Spirou alla vigilia della Seconda guerra mondiale, in un racconto fiume: “Spirou – L’espoir malgré tout”, raccolto in quattro albi che seguono Spirou e Fantasio durante l’occupazione tedesca del Belgio. Si tratta di un’opera drammatica e documentatissima che descrive la vita quotidiana, la fame, la persecuzione degli ebrei e la Resistenza in Belgio durante l’occupazione nazista, acclamata dalla critica come un capolavoro della Graphic Novel contemporanea. È significativo che Dupuis abbia scelto questa saga per celebrare gli 80 anni della rivista: in un certo senso, Émile Bravo racconta non solo la giovinezza di Spirou, ma anche la giovinezza del Journal de Spirou, durante gli stessi anni in cui la rivista dovette realmente affrontare la censura, l’occupazione tedesca e la sospensione delle pubblicazioni, chiudendo un circolo ideale.

Oggi Le Journal de Spirou vende 80.000 – 90.000 copie a settimana, confermandosi come l’ultimo vero e grande baluardo delle riviste antologiche settimanali del fumetto franco-belga.

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