Prima che il panorama editoriale milanese venisse scosso da intuizioni rivoluzionarie, gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta avevano un re della stampa popolare più corsara e spregiudicata: Gino Sansoni. Romagnolo trapiantato sotto la Madonnina, “Il Dottore” – come amava farsi chiamare – era un editore vulcanico, istintivo e guidato da una regola d’oro: stampare tutto ciò che potesse scuotere la curiosità del pubblico. Attraverso la sua Casa Editrice Astoria, e sotto una miriade di sigle nate e morte nello spazio di una stagione, Sansoni mise in piedi un impero fatto di riviste scollacciate, fotoromanzi, collane di fantascienza e fumetti audaci, muovendosi costantemente sul filo del rasoio della censura.

Nei primi anni Sessanta, Sansoni intuì il potenziale della letteratura di genere. Lanciò collane come Super Fantascienza Illustrata e i tascabili della paura, riempiendo i testi di pseudonimi altisonanti anglosassoni che spesso nascondevano autori italianissimi. Poco propenso a pagare i diritti di riproduzione esteri, Sansoni applicava un metodo tutto suo: faceva tradurre a ritmi forzati racconti stranieri, ne modificava i titoli, i nomi dei protagonisti e le copertine – spesso riciclando immagini di nudi femminili da riviste francesi – e li mandava in edicola come novità assolute. C’era una vitalità piratesca persino nel modo in cui smaltiva le rese: inventò i “Pacchi Sorpresa”, scatole cariche di fumetti e riviste invendute, svuotando i magazzini.



Mentre nei corridoi della Astoria si continuava a navigare a vista tra un racconto dell’orrore e una rivista ammiccante, la vita privata e professionale di Gino Sansoni subì una scissione destinata a fare la storia. L’ex modella Angela Giussani, stanca del ruolo di comprimaria nel caos creativo del marito editore, decise che era giunto il momento di camminare con le proprie gambe. Con una liquidazione ottenuta dallo stesso Sansoni, Angela aprì una piccola redazione a pochi metri da quella del consorte, fondando la casa editrice Astorina. L’idea di fondo era tanto semplice quanto dirompente: creare un fumetto tascabile, economico, pensato per i pendolari che affollavano la vicina stazione di Milano Cadorna, qualcosa che si potesse leggere rapidamente in treno e poi infilare in tasca. Nacque così un criminale in calzamaglia nera, spietato e imprendibile, battezzato con un nome che evocava il mistero e che conteneva, in quel marchio finale, una “K” che suonava incredibilmente moderna e minacciosa.

La reazione di Sansoni di fronte al successo travolgente e immediato della creatura della moglie fu un misto di orgoglio ferito e fiuto commerciale. Non potendo controllare quel fenomeno che stava letteralmente ridefinendo i gusti dei lettori italiani, l’editore romagnolo decise di fare l’unica cosa che gli riusciva naturale: cavalcare l’onda a modo suo, tentando di fare concorrenza diretta ad Angela o di sfruttarne il traino. Se l’Astorina pubblicava le gesta di un re del terrore, Sansoni rispose trasformando le sue testate in una sarabanda di epigoni, parodie e variazioni sul tema del nero e del brivido, dando vita a una vera e propria guerra editoriale consumata tra le mura domestiche.

Sulle scrivanie della Astoria presero così forma pubblicazioni dai titoli urlati e dalle copertine magnetiche. Sansoni spinse al massimo l’acceleratore sul fumetto tascabile per adulti, sfornando Zakimort, una letale eroina in tutina attillata creata insieme a Pier Carpi. Pubblicò anche il tascabile di Teddy Bob, uno pseudo capellone. Sansoni, d’altra parte, continuava a farcire le sue riviste di finti reportage scandalistici, cronache nere romanzate e rubriche di corrispondenza con i lettori totalmente inventate dai suoi redattori per creare dibattito.

In questo vortice di creatività caotica e uffici affollati in Piazzale Cadorna, a metà degli anni Sessanta fece il suo ingresso un giovanissimo Alfredo Castelli. Poco più che adolescente ma già dotato di una cultura enciclopedica e di un’ironia fulminea, Castelli divenne rapidamente uno dei collaboratori più preziosi e fidati del “Dottore”. Sansoni, che era un talent scout nato e apriva la porta a chiunque mostrasse un briciolo di talento, vide nel ragazzo la mente fresca in grado di strutturare le sue visioni più bizzarre. Fu un sodalizio formidabile, un contrasto perfetto tra l’irruenza d’altri tempi dell’editore e la modernità visionaria del giovane autore.

La sintonia tra i due diede vita ad alcune delle operazioni editoriali più affascinanti del periodo. Castelli diresse, tra l’altro, Horror, una rivista ispirata a Zio Tibia. La redazione divenne un laboratorio sperimentale in cui Castelli, affiancato spesso da Pier Carpi, riversava la sua voracità di lettore di riviste horror americane. Sansoni assecondava ogni intuizione, e si racconta che gli edicolanti accettassero di esporre in prima fila le sue stravaganti nuove testate solo perché l’editore, con generosità tipicamente romagnola, allegava ai pacchi di fumetti intere casse di arance fresche come omaggio.

Questo fermento pionieristico e apparentemente disordinato fu la vera palestra per Castelli, che tra le spallate commerciali di Sansoni e la gestione quotidiana di scadenze impossibili imparò i segreti di un mestiere.



Il declino di Gino Sansoni si consuma con la stessa rapidità con cui era scoppiato il boom della sua editoria corsara. Sul finire degli anni Sessanta, il mercato del fumetto e della stampa popolare cambia pelle: l’epoca dell’approssimazione artigianale, dei tascabili stampati su carta da ricalco e dei sotterfugi per non pagare i diritti d’autore sta per essere spazzata via da una nuova industrializzazione della carta stampata, fatta di grandi distributori, contratti ferrei e controlli fiscali più severi.

Per un pirata dell’edicola come “Il Dottore”, abituato a gestire gli affari a braccio e a riempire i magazzini di “Pacchi Sorpresa”, lo spazio vitale comincia a restringersi. Le sue testate storiche iniziano a perdere colpi, schiacciate dalla concorrenza di strutture più solide e da un pubblico che, con l’avvento degli anni Settanta, diventa più esigente e politicizzato. Anche il sodalizio con i suoi talenti migliori si sfilaccia: Alfredo Castelli e Pier Carpi, ormai cresciuti e professionisti affermati, prendono altre strade, lasciando la Astoria priva della loro linfa creativa.

Il colpo definitivo, non solo professionale ma anche personale, arriva con la separazione da Angela Giussani. Il divorzio, sancito legalmente nei primi anni Settanta, mette fine a un tempestoso cortocircuito sentimentale ed editoriale. Mentre Angela vola sempre più in alto, trasformando l’Astorina in un colosso protetto da un’immutabile precisione svizzera, Sansoni rimane fatalmente ancorato a un modo di fare editoria che non esiste più. I debiti si accumulano, i sequestri per oscenità – un tempo usati come eccezionale veicolo pubblicitario – diventano mazzate economiche insostenibili.

Gino Sansoni si spegne a Milano nel 1980, a sessantanove anni, in un isolamento che contrasta dolorosamente con il rumore e la folla che avevano riempito i suoi uffici di Piazzale Cadorna. Eppure, dietro la sua fine malinconica, resta il fatto che senza la sua scanzonata e spregiudicata bottega, la storia del fumetto italiano sarebbe stata più povera.



 

(L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto creativo e redazionale per questo articolo).

 

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