Quando si cerca un paragone immediato per descrivere Gideon Falls (Bao Publishing 2018), il riferimento più naturale è spesso The Shining, non perché il fumetto di Jeff Lemire e Andrea Sorrentino racconti una storia simile a quella dell’Overlook Hotel, ma perché riesce a ottenere lo stesso risultato emotivo, cioè trasformare lo spazio in una presenza viva, il trauma in un labirinto mentale e la paura in qualcosa di ambiguo, impossibile da definire del tutto. Come il capolavoro cinematografico tratto dal romanzo di Stephen King, Gideon Falls non è semplicemente un horror. È un’opera sulla disgregazione della mente. Una storia dove il male non irrompe dall’esterno come un mostro tradizionale, ma emerge lentamente dalle crepe della realtà quotidiana. La trama ruota attorno a due figure apparentemente lontanissime. Da un lato Norton Sinclair, un giovane ossessionato dai rifiuti urbani, convinto che nei frammenti di carta, legno e metallo abbandonati nella spazzatura si nascondano i pezzi di un puzzle terribile: il misterioso “Fienile Nero”. Dall’altro padre Fred, un prete trasferito nella cittadina rurale di Gideon Falls dopo un trauma personale. Entrambi vengono trascinati dentro una spirale di eventi sempre più inquietanti, dove tempo, spazio e identità iniziano a collassare. È qui che il paragone con Shining diventa illuminante. In entrambe le opere il male non è spiegato davvero. Non ha una forma stabile. È una forza che altera la volontà e corrompe la mente. Kubrick faceva dell’Overlook Hotel un organismo impossibile, pieno di corridoi che sembravano cambiare forma e stanze che esistevano come in un sogno febbrile. Allo stesso modo, Lemire e Sorrentino costruiscono un universo narrativo in cui il lettore perde continuamente l’orientamento. Il grande protagonista di Gideon Falls è infatti la tavola. Andrea Sorrentino dispone le vignette che utilizza come un architetto dell’angoscia. Le pagine si spezzano in frammenti irregolari, le vignette si moltiplicano come schegge di vetro, i volti emergono dal nero profondo come apparizioni. Non si tratta di semplice virtuosismo grafico è la struttura stessa della pagina a fondersi con la psicologia del racconto. In questo senso Sorrentino fa nel fumetto ciò che Kubrick faceva con la macchina da presa. Se il regista inglese usava carrellate lentissime e simmetrie geometriche per generare inquietudine, il disegnatore italiano sfrutta il montaggio interno della tavola per destabilizzare il lettore. La lettura diventa fisica, quasi claustrofobica. Ci sono sequenze di Gideon Falls che sembrano veri equivalenti fumettistici delle scene più celebri di Shining, non tanto sul piano iconografico, quanto nel ritmo emotivo. La paura nasce dalla ripetizione, dalla sospensione, dal dettaglio fuori posto. Un corridoio vuoto, una porta socchiusa, un volto che appare per un istante tra le ombre. È l’orrore dell’attesa, non quello dello shock immediato. Anche il rapporto col trauma è molto simile. In Shining Jack Torrance è un uomo già spezzato prima ancora che l’hotel lo possieda. L’Overlook amplifica qualcosa che esisteva già dentro di lui. In Gideon Falls accade lo stesso, il male trova terreno fertile in individui fragili, ossessionati, isolati. Norton è divorato dalla paranoia; padre Fred dalla colpa e dal senso di fallimento. Il Fienile Nero non invade semplicemente la loro vita, sembra materializzare le loro paure più profonde. Questa idea del male come riflesso interiore avvicina il fumetto anche alla tradizione dell’horror psicologico europeo e al cinema di David Lynch. Alcune sequenze ricordano infatti l’atmosfera di Twin Peaks, cittadine provinciali apparentemente tranquille, entità misteriose, doppi, realtà parallele, improvvise esplosioni di assurdo nel quotidiano. Ma mentre Lynch tende spesso all’onirico e al surreale, Lemire mantiene sempre un forte aggancio con la realtà. Gideon Falls è un incubo, ma è anche un thriller costruito con precisione quasi matematica. Un altro elemento che rende il fumetto simile a Shining è il modo in cui utilizza il tempo. In entrambe le opere il tempo perde linearità. Passato, presente e futuro sembrano contaminarsi a vicenda. I personaggi non si limitano a vivere gli eventi, sembrano intrappolati in un ciclo destinato a ripetersi all’infinito. Kubrick suggeriva che l’Overlook fosse una sorta di luogo fuori dal tempo, dove le tragedie continuavano a riecheggiare come fantasmi. Gideon Falls porta questa intuizione ancora oltre, introducendo dimensioni parallele e realtà alternative che trasformano la storia in un enorme labirinto cosmico. Il risultato è una sensazione costante di smarrimento metafisico. Eppure, nonostante la complessità narrativa, il fumetto non perde mai il suo lato emotivo. Jeff Lemire è uno scrittore profondamente umano. Anche nelle sue opere più cupe riesce sempre a raccontare personaggi vulnerabili, pieni di ferite e bisogno di redenzione. È questo che impedisce a Gideon Falls di diventare un semplice esercizio di stile horror. Dietro l’incubo c’è sempre il dolore umano. La collaborazione tra Lemire e Sorrentino raggiunge qui un vertice. I due autori sembrano fondersi in un unico linguaggio. La sceneggiatura non descrive soltanto gli eventi, crea ritmo, vuoti, silenzi che il disegno trasforma in esperienza sensoriale. Anche il colore di Dave Stewart gioca un ruolo fondamentale, tonalità fredde, improvvisi rossi violenti, imperiosi neri assoluti che inghiottono la pagina. Definire Gideon Falls “lo Shining del fumetto” significa quindi riconoscere la sua capacità di andare oltre il genere horror tradizionale. Come il film di Kubrick, il fumetto usa la paura per parlare di isolamento, follia, memoria e identità. Non punta tanto a spaventare con i mostri quanto a generare un senso di inquietudine persistente, quella sensazione che qualcosa nella realtà sia profondamente sbagliato anche quando tutto sembra normale. Ed è forse proprio questa la grande forza dell’opera. Dopo aver letto Gideon Falls, il lettore continua a portarsi dentro le sue immagini come accade con Shining. Non ricorda soltanto una trama, ma viene conquistato da un’atmosfera. Un sentimento di minaccia invisibile. La percezione che dietro il mondo quotidiano possa nascondersi un’altra realtà, oscura e incomprensibile. Come tutti i grandi horror, Gideon Falls non parla davvero dei mostri. Parla della paura di perdere sé stessi. Navigazione articoli MATITE BLU 488 L’ORIGINALE DEVIL AL TEMPO DELLA GUERRA