Voglio aprire questo pezzo con una dichiarazione d’affetto.
Scrivo di Frank Zappa non per dovere di cronaca, ma perché la sua musica mi ha insegnato a non accontentarmi, a esigere precisione quando tutti parlano di ispirazione, a difendere la libertà quando è scomoda, a ridere senza rinunciare alla complessità. Per me Zappa non è un eccentrico di lusso nella vetrina del rock, ma un artigiano totale che ha saldato il banco da lavoro alla sala d’incisione, la partitura alla chitarra, la satira alla forma. Ogni volta che torno ai suoi dischi, ho la sensazione di rientrare in un’officina dove il rumore diventa metodo e l’errore è solo materia da organizzare meglio (e, come diceva, se ripetuto, l’inizio di un arrangiamento).
Lo rispetto per la qualità del suo dissenso. Nel suo mondo non esistono scorciatoie: si prova, si studia, si pretendono precisi “cue” (qui “cue” è usato in senso musicale e teatrale: significa segnale di entrata o di cambio — attacco, stop, transizione, variazione di tempo/dinamica — dato dal direttore o dal band-leader) e si rispetta il testo. La disciplina non è un vezzo ma l’etica che rende possibile l’azzardo. Eppure, dentro questa severità, Zappa ha saputo custodire un senso dell’umorismo raro, spesso eccessivo e sopra le righe ma, comunque, non la risata complice per farsi perdonare l’intelligenza, ma la risata come strumento di verità. È una postura che mi esalta: prendere la musica terribilmente sul serio e, allo stesso tempo, impedire che diventi tronfia retorica.
Lo ammiro per la sua idea di indipendenza. Mai prigioniero del genere, mai prigioniero dell’industria. Dalla doo-wop di provincia agli scarti di Edgard Varèse, dalla satira del costume agli esperimenti di studio, ha tenuto insieme ciò che sembrava inconciliabile, rivendicando il diritto di pubblicare a modo suo, con i suoi tempi e i suoi mezzi. La sua continuità concettuale è una promessa mantenuta: temi, cellule ritmiche, personaggi che tornano, si deformano, si illuminano di colpo in un altro contesto. Non è un vezzo enciclopedico, è un modo di dirci che un’opera vive se sa cambiare pelle restando sé stessa.
Lo stimo per il coraggio pubblico. In anni in cui conveniva tacere, ha difeso la libertà d’espressione con chiarezza, ha smontato moralismi e interessi, ha ricordato che l’arte è un campo di responsabilità, non un recinto per anime belle. E lo stimo anche perché, quando la macchina orchestrale si è rivelata refrattaria al dettaglio che cercava, ha costruito un’alternativa: ha esplorato il digitale non come rifugio sterile, ma come strumento per far esistere musica che altrimenti non avrebbe avuto voce.
Questa introduzione è, dunque, un ringraziamento, non un’agiografia di un santo. Un grazie a un lavoratore del suono che mi ha insegnato che la coerenza non coincide con la comodità, che la forma non è un cappio ma un modo di essere liberi, che la risata può essere un gesto di precisione.
Ho provato a ripercorrere la sua storia come una linea continua, senza appoggiarmi alle mitologie, ma lasciando emergere il nucleo che per me conta: la “bottega musicale”, il metodo, la responsabilità, l’invenzione.
Se amate le storie che non chiedono permesso, spero che nelle righe che seguono sentiate la stessa riconoscenza che sento io. E, se non avete ancora incontrato davvero Frank Zappa, vorrei che questa fosse una buona porta d’ingresso, capace di farvi sorridere e pensare nella stessa misura. Perché, con Zappa, non c’è mai stata differenza.

«Informazione non è conoscenza,
conoscenza non è saggezza,
saggezza non è verità,
verità non è bellezza,
bellezza non è amore,
amore non è musica.
La musica è il meglio.»
Frank Zappa


Frank Zappa: una vita intera che suona

Se si prova a fissarlo in un’unica cornice, sfugge. Se lo si riduce a etichette — rocker, modernista, satirico, chitarrista, compositore — si ribella. Frank Zappa è una di quelle rare figure che hanno messo in cortocircuito i reparti stagni della musica del secondo Novecento, praticando con ostinazione l’arte antica e modernissima di fare a modo proprio. È stato l’ultimo dei contro-corrente e, al tempo stesso, uno dei pochi a pretendere dal sistema — discografico, orchestrale, politico — un rispetto che spesso gli è stato negato. La sua parabola è la storia di un autodidatta vorace che ha fatto convivere doo-wop1 e dodecafonia, Rhythm and Blues e Stravinskij, improvvisazione e notazione millimetrica, teatro e sala d’incisione. E che, quando la realtà gli ha opposto inerzia o burocrazia, ha costruito i propri strumenti, i propri studi, le proprie etichette, perfino i propri “orchestrali digitali”. Un artigiano totale travestito da provocatore.

«L’arte consiste nel fare qualcosa di nessun valore e,
in seguito, di venderla.
»

Frank Zappa

Un adolescente con Varèse in tasca

Nasce a Baltimore il 21 dicembre 1940, primogenito in una famiglia di origini italiane che si sposta molto fino a fissarsi in California. Da ragazzino prova la batteria, entra in bande scolastiche, scopre presto che il clangore delle percussioni può essere una forma di pensiero. A quindici anni inciampa sull’elettricità tellurica di Ionisation di Edgard Varèse: è una rivelazione che gli rimane addosso come un dogma privato: la musica può essere rumore organizzato e, soprattutto, può essere scritta senza chiedere permesso ai generi. Copia a mano le partiture dei suoi numi (Varèse, Stravinskij, Webern), scrive un brano per rullante, Mice, si fa le ossa nei gruppi locali. La scuola aiuta fino a un certo punto: il resto lo impara ascoltando dischi e rubando tempo alla notte.
Non gli manca la faccia tosta. Nel 1963, durante una puntata dello show televisivo americano The Steve Allen Show, a soli 22 anni e prima di diventare famoso, presenta un concerto per due biciclette e orchestra (Concerto for Two Bicycles), dallo humour dadaista che chiarisce subito l’equivoco: il suo gusto per l’assurdo è un modo serio per indagare il suono, non una pagliacciata. Frequenta i cabaret di Los Angeles, affila l’orecchio nel lavoro di studio con Paul Buff2, con i primi soldi di colonne sonore a basso budget (Run Home, Slow) compra un piccolo laboratorio di registrazione a Cucamonga: lo rinomina Studio Z e lo trasforma nel suo cantiere permanente. Lì capisce che l’ingegneria del suono può essere una forma di composizione e che la vita d’artista, a patto di reggere le conseguenze, può essere un’impresa in proprio.

«La stupidità si moltiplica a dismisura.
Si riproduce facilmente e si autofinanzia.»
Frank Zappa

L’incontro con Van Vliet e la grammatica del deserto

Tra percussioni e valvole, in California incrocia Don Van Vliet, futuro Captain Beefheart. Girano in auto per cittadine brulle, ascoltano Gatemouth Brown e Johnny“Guitar” Watson, imparano che si può cantare storto e suonare in diagonale senza chiedere scusa. È una fratellanza estetica che riaffiorerà negli anni: Zappa produrrà Trout Mask Replica (1969), Beefheart ricambierà con apparizioni memorabili nelle sue formazioni e in disco (in Hot Rats nel 1969 e in Bongo Fury nel 1975). La lezione è doppia: da un lato la materia sonora si può deformare fino a farne poesia; dall’altro il blues non è un museo, ma un metodo per sporcarsi le mani.

Mothers (of Invention): la satira, il collage, l’America nel mirino

Nel 1964 Zappa entra nei Soul Giants3, ne prende presto le redini e li ribattezza Mothers, che poi diventeranno Mothers of Invention. Li nota Tom Wilson e nel 1966 arriva Freak Out!, un doppio d’esordio che mischia satira sociale e collage sonori in una fotografia feroce dell’America — con una vena doo-wop trattata come un materiale da laboratorio, non come nostalgia. È solo l’inizio: Absolutely Free (1967), We’re Only in It for the Money (marzo 1968) e Lumpy Gravy (maggio 1968), rincarano la dose, tra orchestrazioni inattese, parodie spietate della flower power e un uso della sala come strumento. Zappa non si fida dei miti dominanti: detesta l’ipocrisia del Peace & Love confezionato, sul palco dice quello che pensa (Trouble Every Day, su Freak Out!, nasce guardando le rivolte di Watts4), alterna ironia slapstick e rigore compositivo. La sua è una controcultura che non si lascia ingabbiare nelle posture dell’epoca.
In quel frangente gli sta stretta anche l’industria. Si fa un sistema di etichette sue (Bizarre, Straight, poi Discreet, più avanti Barking Pumpkin e Zappa Records) per pubblicare ciò che gli serve (e, soprattutto, quello e chi gli pare), sottraendosi al ricatto della commercialità e controllando budget, tempi, diritti. È il modo con cui finanzierà sia i dischi di “canzoni”, sia le sortite orchestrali più costose e meno “spendibili”.

Happenings, Garrick Theatre e studio sociale del contemporaneo

Tra il 1967 e il 1968, al Garrick Theatre di New York, mette in scena spettacoli che sembrano sbucati da una cartella Dada5: sculture di suono, pantomime, improvvisazioni feroci. È teatro musicale che si nutre della vita reale, fatta di parole, mode e tic, che restituisce come specchio deformante. Il pubblico ride, si scandalizza, a volte resta spiazzato; Zappa registra tutto, rimonta, riusa. In parallelo si diverte a fare antropologia del presente producendo outsiders come le GTOs (Girls Together Outrageously) e i Wild Man Fischer. Come a dire che anche i margini hanno bisogno di una lente d’ingrandimento, non di pietà.

«Nella lotta tra te e il mondo,
stai dalla parte del mondo»
Frank Zappa

Sciogliere la banda per salvarsi la musica

La macchina Mothers diventa pesante e costosa (otto, dodici musicisti, fiati, cori). Dopo Uncle Meat (1969) e l’ambizioso esperimento di 200 Motels (1971) — che comprende film più colonna sonora rock e orchestra — capisce che così non regge e decide di sciogliere i Mothers (A), nella prima iterazione, a causa delle preoccupazioni finanziarie legate al mantenimento di un grande ensemble e passa a formazioni a geometria variabile, più snelle e manovrabili, meno “romantiche”, certo, ma più funzionali al suo metodo di lavoro ed economicamente gestibili.

(A) A questo proposito…
Frank Zappa e Duke Ellington, oltre al rispetto reciproco, condividevano la figura del compositore-capobanda e l’idea di una musica progettata nel dettaglio. Zappa indicava Ellington tra le sue influenze cardine, rivendicando la stessa postura di autore che guida l’ensemble con idee nitide e non negoziabili. In concerto spesso non mancava di omaggiarlo e capitava persino che ne citasse Satin Doll6. Come Ellington, cercava un equilibrio tra scrittura sofisticata e immediatezza ritmico-melodica.
Nel 1969, durante un circuito di festival jazz curato da George Wein con in cartellone, oltre ai Mothers of Invention, anche Duke Ellington, Gary Burton e Rahsaan Roland Kirk, Zappa raccontò di aver assistito a una scena per lui scioccante: Ellington che avrebbe chiesto un anticipo di 10 dollari a un assistente del promoter. Quell’episodio disse, gli fece capire quanto fosse insostenibile tenere in piedi una grande formazione e contribuì alla decisione di sciogliere i Mothers originari. Il fatto, ripetuto in varie interviste e riportato anche nell’unica biografia ufficiale The Real Frank Zappa Book (Frank Zappa. L’autobiografia, 2017, Arcana), scritta con Peter Occhiogrosso nel 1990, è però controverso e ritenuto poco credibile da diversi studiosi e testimoni: considerato lo status e lo stile di vita altamente agiato di Ellington all’epoca, ipotizzando un abbellimento narrativo da parte di Zappa. Resta, in ogni caso, la stima reciproca: il batterista Jimmy Carl Black ricordava Ellington elogiare i Mothers e persino unirsi a loro sul palco.

Subito incide Hot Rats (1969), un manifesto di jazz-rock febbrile e scrittura “classica” in salsa elettrica, con dentro Willie the Pimp cantata da Beefheart e il superclassico Peaches en Regalia che diventa una firma.
Intorno allo stesso periodo fa il maestro di cerimonie al Festival di Amougies (1969), si concede jam estemporanee, persino una puntata con i Pink Floyd al festival Actuel di Amougies, in Belgio (24–27 ottobre 1969), con i quali salì sul palco per una jam improvvisata di Interstellar Overdrive. È la prova che l’orecchio di Zappa sa nuotare anche in acque altrui senza perdere l’orientamento.

1971: l’anno che lo spezza (e lo reinventa)

Il 1971 è un calvario. A Montreux un incendio durante il concerto (quello di Smoke on the Water, per capirci — ne parlo qui), una settimana dopo il volo nella fossa orchestrale al Rainbow Theatre di Londra, spinto da uno squilibrato. Risveglio con fratture, convalescenza lunga, corde vocali schiacciate: la voce gli scende di tono, la tessitura cambia per sempre. Non si lamenta; registra l’evento, lo metabolizza, ci costruisce sopra una nuova postura vocale — talk-singing7 secco e sarcastico — che diventerà il suo marchio. Nel frattempo, fermo dai tour, scrive e orchestra. Al 1972 risalgono Waka/Jawaka e The Grand Wazoo, due dischi grandi anche nell’organico, con fiati imponenti e strutture che ragionano come suite.
Nel triennio successivo mette insieme la terza incarnazione dei Mothers con George Duke (tastiere, synth e voce) e Ruth Underwood (percussioni) come fari ritmici/melodici: è un’età dell’oro di concerti pirotecnici, commistioni, dischi vivi come Roxy & Elsewhere (1974) e lavori da studio di precisione chirurgica. La musica resta densa ma contagiosa; l’unità del gruppo è reale anche se Zappa dirige tutto con mano fermissima.

La guerra con la burocrazia e la “via di casa”

Tra la fine dei Settanta e primi degli Ottanta si consuma una delle sue faide più note: Läther (album con materiale registrato nel 1969 e tra il 1972 e il 1977, pubblicato postumo nel 1996), i contenziosi con manager ed etichette, il materiale riassemblato in uscite frammentarie — Zappa In New York (1976), Studio Tan (1978), Sleep Dirt (1979), Orchestral Favorites (1979) — e le battaglie legali per riavere il controllo.
Zappa stringe ancora le briglie dell’autonomia: fonda Zappa Records, poi Barking Pumpkin, pubblica Sheik Yerbouti (marzo 1979) e il monumentale Joe’s Garage(settembre e novembre 1979), un’opera-romanzo in tre atti (e tre dischi) incisa con una squadra di tecnici-virtuosi tra cui Vinnie Colaiuta (batteria), Dale Bozzio (voce), Warren Cuccurullo (chitarra, sitar e voce), Arthur Barrow (basso, voce) e Ike Willis(voce solista, chitarra). È anche l’epifania del concept home studio: produrre in casa con standard professionali.
Negli stessi anni continua a bruciare chilometri: Over-Nite Sensation (1973), Apostrophe (’) (marzo 1974), il live Roxy & Elsewhere (settembre 1974) One Size Fits All(giugno 1975), Bongo Fury (ottobre 1975) album live e studio in collaborazione con Captain Beefheart, Zoot Allures (1976) e il film Baby Snakes (documentario-concerto del 1979 con riprese dagli show di Halloween 1977 al Palladium, NYC, backstage della troupe e sequenze in stop motion con plastilina firmate dal pluripremiato Bruce Bickford) tengono insieme le due anime — scrittura e palco — senza farle fare a pugni. Intorno, un mondo discografico che non sa dove metterlo ma non può ignorarlo; un pubblico che lo segue come si segue un lessico familiare, sapendo che i temi torneranno, magari mutati, secondo la sua continuità concettuale.

«Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno,
poiché sembra essere ovunque, è la sostanza basilare dell’universo;
non sono d’accordo.
Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno
e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo.»
Frank Zappa

Boulez, Synclavier e l’ossessione della precisione

Il sogno di farsi eseguire “seriamente” dagli orchestrali rimane un’ossessione. Ci prova con Zubin Mehta a Los Angeles, poi con formazioni assemblate ad hoc e, più tardi, con la London Symphony Orchestra diretta da Kent Nagano. Il risultato musicale c’è, ma i processi lo esasperano. Lo dirà senza finti riguardi nelle note di London Symphony Orchestra: l’apparato orchestrale gli pare troppo poco flessibile per la musica che immagina. Pierre Boulez, invece, capisce e lo dirige con l’Ensemble InterContemporain8 in The Perfect Stranger (1984), mentre Zappa inizia a farsi un’orchestra personale: il Synclavier. È un “mostro” digitale programmabile che gli consente di scrivere linee “impossibili” e ascoltarle come le sente in testa: (l’incredibile) Jazz from Hell (1986) gli regala anche un Grammy. Non a tutti piace quell’asetticità, ma per Zappa è la prova che si può superare il filtro degli esecutori e scolpire il suono come nella mente.
La stagione è feconda: Tinseltown Rebellion (maggio 1981), la trilogia Shut Up ’n Play Yer Guitar (maggio 1981, comprendente Shut Up ’n Play Yer Guitar, Shut Up ’n Play Yer Guitar Some More e Return of the Son of Shut Up ’n Play Yer Guitar), You Are What You Is(settembre 1981), Ship Arriving Too Late to Save a Drowning Witch (maggio 1982), The Man From Utopia (B) (marzo 1983), Them or Us (ottobre 1984) e Thing-Fish (novembre 1984) — teatro musicale, satira e virtuosismo, fu pubblicato come cofanetto triplo e presentato come cast recording di un musical omonimo che Zappa non realizzò mai (parti dell’opera furono messe in scena nel 2003, dieci anni dopo la sua morte).
Nel frattempo, Valley Girl, un piccolo successo radiofonico estratto da Ship Arriving Too Late to Save a Drowning Witch, con la voce della figlia Moon Unit, finanzia ulteriori ambizioni sinfoniche, London Symphony Orchestra, Vol. I (giugno 1983) — ma anche nuove frustrazioni con gli orchestrali londinesi — e Boulez Conducts Zappa: The Perfect Stranger (agosto 1984).
Zappa incassa, rilancia e continua a pubblicare come un ossesso, fedele all’idea che tutto, dai riff alle orchestrazioni, fa parte di un unico album infinito che cambia pelle all’occasione.

(B) Un paio di cose sulla copertina di Man From Utopia

Frank Zappa - The Man From Utopia (fronte)

La copertina, illustrata da Tanino Liberatore (disegnatore di Ranxerox, soprannominato da Zappa “Michelangelo del fumetto”), mostra il musicista italoamericano sul palco, mentre tenta di scacciare uno sciame di zanzare. L’immagine rimanda al concerto del 7 luglio 1982 al Parco Redecesio di Segrate (Milano), richiamato anche da un cartello stradale in secondo piano: quella sera gli insetti invasero il palco e compromisero l’esecuzione, costringendo la band a suonare in condizioni difficili, al limite del possibile.
Sul retro della copertina, compare la platea di Palermo in rivolta, ripresa dal palco durante lo show del 14 luglio 1982 allo stadio La Favorita (che dal 2022 è intitolato a Renzo Barbera), in cui fa capolino anche uno striscione con scritto 3-1 Vaffanculo, in riferimento alla vittoria, tre giorni prima (11 luglio 1982), dell’Italia contro la Germania Ovest nella finale dei Mondiali di Calcio). Ultima tappa del tour europeo di Frank Zappa, si trasformò in un intervento d’ordine pubblico e si chiuse bruscamente dopo circa quaranta minuti.
La disposizione del palco, collocato al centro del campo, creò un ampio corridoio vuoto tra band e spettatori. Nel corso dello show molti presenti lasciarono le proprie posizioni per raggiungere il terreno di gioco, tentando di avvicinarsi all’esibizione. La pressione verso il fronte palco incrinò gli equilibri organizzativi e diede l’inizio all’ingresso delle forze dell’ordine nell’area.
L’intervento di polizia ed esercito con cariche e lacrimogeni rese la situazione ancora più incontrollabile. I gas raggiunsero anche la pedana del palco; la band proseguì per alcuni brani in un contesto di confusione e scarsa visibilità, mentre dalle tribune venivano segnalati focolai e scoppi. A quel punto lo spettacolo venne interrotto. L’episodio lasciò un segno profondo su Zappa, già provato da altri incidenti del tour italiano, come quello di Segrate. La somma di questi eventi riaffiorò nell’immaginario visivo dell’album The Man From Utopia (1983), la cui copertina, opera di Tanino Liberatore, condensa gli inconvenienti italiani in un’immagine diretta ed evocativa.
La ricostruzione della serata palermitana è al centro del documentario Summer 82: When Zappa Came to Sicily di Salvo Cuccia, che intreccia filmati rari, testimonianze e il viaggio di Dweezil e Diva Zappa, che allora avevano rispettivamente 11 e 3 anni, nei luoghi d’origine del padre.
Sempre sul retro, compare lo striscione “3-1 Vaffanculo”, in riferimento alla vittoria, tre giorni prima (11 luglio 1982), nella finale dei Mondiali di Calcio in Spagna dell’Italia contro la Germania Ovest (quando ancora riuscivamo a giocarli, i mondiali di calcio, ma questa è un’altra storia…) e Papa Giovanni Paolo II, che proprio in quel periodo vedeva l’avvio della conclusione dello scandalo del Banco Ambrosiano, a seguito della morte per “suicidio” di Roberto Calvi, presidente dell’istituto di credito legato al Vaticano.
Fronte e retro della cover dell’album, ispirata a quel tour italiano del 1982, che Zappa intendeva come un ritorno alle origini ma che si rivelò traumatico, registrano due fatti concreti e situazioni particolarmente rilevanti di quel periodo (serie o meno).

Frank Zappa - The Man From Utopia (retro)

La politica della libertà (e il rispetto degli insulti)

Sul versante civile, Zappa non le manda a dire. Quando il PMRC (Parents Music Resource Center — Centro d’Informazione Musicale per Genitori) — il comitato delle “signore del Senato” — spinge per lo sticker di avvertimento sui dischi, Zappa si presenta in Commissione, scrive a Reagan, demolisce con ironia chirurgica argomenti, e conflitti d’interesse. Difende la libertà d’espressione anche quando le sue stesse canzoni, o quelle di chiunque altro, sfiorano il cattivo gusto. La coerenza, per lui, sta nel proteggere il diritto di dire cose scomode.

Frank Zappa Meets the Mothers of Prevention

Nel pieno dello scontro con il PMRC, Zappa pubblica un album-manifesto dal titolo programmatico — omaggio rovesciato ai Mothers of Invention e frecciata al comitato dei “segnalatori di volgarità”: Frank Zappa Meets the Mothers of Prevention (1985). L’album esce in due configurazioni: negli Stati Uniti include il lungo collage Porn Wars, costruito con registrazioni (fatte da Zappa stesso) delle audizioni al Senato sui testi “pericolosi”; nelle edizioni europee quel brano viene sostituito da I Don’t Even Care (scritta ed eseguita con Johnny “Guitar” Watson), e da due strumentali: One Man, One Vote, composta al Synclavier e H.R. 2911, che riassembla la trama sonora di Porn Wars senza gli estratti d’aula.
Dopo il rifiuto di MCA di distribuire Them or Us e Thing-Fish (ottobre e novembre 1984), Zappa siglò un accordo con EMI che, tramite Capitol, consentì negli USA la circolazione dei due album. Su quegli album e, successivamente anche su Frank Zappa Meets the Mothers of Prevention, Zappa inserì anche un avviso/garanzia agli acquirenti, una presa di posizione contro la censura e a tutela del pubblico.

WARNING/GUARANTEE:
This album contains material which a truly free society would neither fear nor suppress.In some socially retarded areas, religious fanatics and ultra-conservative political organizations violate your First Amendment Rights by attempting to censor rock & roll albums. We feel that this is un-Constitutional and un-American.As an alternative to these government-supported programs (designed to keep you docile and ignorant). Barking Pumpkin is pleased to provide stimulating digital audio entertainment for those of you who have outgrown the ordinary.The language and concepts contained herein are GUARANTEED NOT TO CAUSE ETERNALTORMENT IN THE PLACE WHERE THEGUY WITH THE HORNS AND POINTEDSTICK CONDUCTS HIS BUSINESS. This guarantee is as real as the threats of the video fundamentalists who use attacks on rock music in their attempt to transform America into a nation of check-mailing nincompoops (in the name of Jesus Christ).If there is a hell, its fires wait for them, not us.
AVVERTENZA/GARANZIA:
Questo album contiene materiale che una società veramente libera non temerebbe né sopprimerebbe. In alcune aree socialmente arretrate, fanatici religiosi e organizzazioni politiche ultraconservatrici violano i vostri diritti sanciti dal Primo Emendamento tentando di censurare gli album rock & roll. Riteniamo che ciò sia incostituzionale e anti americano. In alternativa a questi programmi sostenuti dal governo (progettati per mantenervi docili e ignoranti), Barking Pumpkin è lieta di fornire intrattenimento audio digitale stimolante per coloro che hanno superato l’ordinario. Il linguaggio e i concetti qui contenuti sono GARANTITI PER NON CAUSARE TORMENTI ETERNI NEL LUOGO IN CUI IL TIPO CON LE CORNA E IL BASTONE APPUNTITO CONDUCE I SUOI AFFARI. Questa garanzia è reale quanto le minacce dei fondamentalisti del video che usano gli attacchi alla musica rock nel loro tentativo di trasformare l’America in una nazione di idioti che spediscono assegni (in nome di Gesù Cristo).Se esiste un inferno, le sue fiamme attendono loro, non noi.

Le note interne del disco contengono anche una citazione del senatore Fritz Hollings tratta dalle stesse audizioni al Senato a cui prese parte anche Zappa:

«…if I could find some way constitutionally to do away with it [foul language in music], I would.» «…se potessi trovare un modo costituzionale per eliminarlo [il linguaggio volgare nella musica], lo farei.»

[Senatore Fritz Hollings, estratto della testimonianza durante le udienze del PMRC]

Frank Zappa Meets the Mothers of Prevention (front)

L’Europa orientale, tra mito e libertà

In parallelo, il suo anti-populismo lo rende ascoltatissimo nell’Europa orientale che si sta liberando (chissà cosa direbbero ora…). Nel gennaio del 1990, su invito del musicista e parlamentare Michael Kocáb, che aveva avuto modo di conoscere negli Stati Uniti, Zappa si reca a Praga, appena uscita dalla Rivoluzione di Velluto. All’aeroporto lo attendono circa 5.000 fan: un’accoglienza “incredibile”, mai vista in 25 anni di carriera. La visita culmina al Castello di Praga, con l’incontro dell’allora presidente della Cecoslovacchia, Václav Havel, che vorrebbe farne un ponte culturale verso l’Occidente, ma pressioni politiche americane mandano tutto all’aria. L’immagine del musicista che ammonisce la piazza di Praga a “restare sé stessa”, resta una delle più nitide della sua biografia pubblica. Dopo la sua morte, Havel ebbe a dire che «Zappa era uno degli dèi dell’underground ceco, era uno degli uomini che hanno plasmato la vita della generazione a cui appartengo».

Collaborazioni e incroci: dal Beat al pop, passando per l’imprevisto

Zappa è un magnete di incontri. Produce l’amico-rivale Beefheart e continua a farlo salire sul palco quando serve una voce abrasiva; invita John Lennon e Yoko Ono al Fillmore East nel 1971 per una jam che finirà per esistere in più versioni; accoglie — con gusto per lo scherzo — Paul Simon e Art Garfunkel “in borghese” come Tom & Jerry (C) per un’apertura-a-sorpresa; dirige i lavori di Over-Nite Sensation e Apostrophe (’) nello studio di Ike & Tina Turner e registra le Ikettes9 (Tina compresa) — pagate poco, provate tanto, ma orgogliosissime del risultato — in un micidiale passaggio di Montana (da Over-Nite Sensation, 1973). Documenta outsiders, “jammando” con caravanserragli psichedelici e si ritrova persino a innescare improvvisazioni con i Pink Floyd, in una leggendaria jam session del 25 ottobre 1969, durante l’Actuel Rock Festival di Amougies, in Belgio, in cui suonarono una versione estesa di Interstellar Overdrive, tratta dal loro album di debutto del 1967, The Piper at the Gates of Dawn.
Zappa non fa featuring, costruisce invece contesti in cui gli altri possono essere se stessi dentro la sua “grammatica”.

(C) Tom & Jerry
Da adolescenti, Paul Simon e Art Garfunkel incidono insieme con il nome Tom & Jerry, ricavato dal celebre cartoon: hanno appena tredici anni quando firmano il loro primo 45 giri e, nel 1957, centrano un piccolo successo con Hey, Schoolgirl.
Come riportato in The Real Frank Zappa Book, nella primavera del 1967, nel negozio Manny’s Music, di New York, Simon incrocia Frank Zappa. La conversazione prosegue a cena, con anche Garfunkel al tavolo; entrambi ammettono a Zappa quanto sentano la mancanza del palco. È allora che Zappa, con il suo gusto per gli imprevisti ben orchestrati, propone ai due di aprire il successivo show di Buffalo (2 maggio 1967) “in incognito”, come Tom & Jerry e di suonare solo canzoni di quel loro primo periodo. L’idea li entusiasma e accettano. Nel bis, Zappa li richiama sul palco, questa volta presentandoli come Simon & Garfunkel e in quell’occasione eseguirono The Sounds of Silence.

«Well, I can understand your desire to experience the joys of touring once again, and so I’ll make you this offer. . . we’re playing in Buffalo tomorrow night. Why don’t you guys come up there and open for us as Tom & Jerry? I won’t tell anybody. Just get your stuff and go out there and sing ‘Hey, Schoolgirl in the Second Row’ – just play only your old stuff, no Simon & Garfunkel tunes.» They loved the idea and said they would do it.

«Beh, capisco il vostro desiderio di provare ancora una volta l’emozione di un tour, quindi vi faccio questa proposta… domani sera suoneremo a Buffalo. Perché non venite lì e aprite il nostro concerto come Tom & Jerry? Non lo dirò a nessuno. Prendete la vostra roba, andate lì e cantate “Hey, Schoolgirl in the Second Row” – suonate solo i vostri vecchi pezzi, niente canzoni di Simon & Garfunkel». L’idea gli è piaciuta molto e hanno accettato.

[Da The Real Frank Zappa Book]

L’ultima stagione: Ensemble Modern e l’addio

Nel 1988 compie l’ultimo grande tour, dissemina album dal vivo: Broadway the Hard Way (1988), The Best Band You Never Heard in Your Life (aprile 1991), Make a Jazz Noise Here (giugno 1991) e avvia la serie-archivio You Can’t Do That on Stage Anymore (6 corposi volumi tra il 1988 e il 1992).
Poi la diagnosi di cancro alla prostata gli ridisegna il tempo. Non smette di lavorare: compone al Synclavier di notte, setaccia gli archivi, prepara il congedo. Lo fa con un atto d’amore per la musica scritta: The Yellow Shark (novembre 1993) con l’Ensemble Modern, l’esecuzione che aspettava da un quarto di secolo, fedele, feroce, umana e “impossibile” (ci infilano persino G-Spot Tornado, nato al Synclavier per Jazz from Hell). È la chiusura perfetta: dopo una vita a litigare con gli orchestrali, trova un’orchestra capace di essere la sua.

«Mi sentivo malato da diversi anni, ma nessuno aveva individuato il problema.
Poi sono stato davvero male e sono finito al pronto soccorso.
In quell’occasione hanno fatto alcuni test e hanno scoperto che il cancro era lì
da qualcosa come otto o dieci anni, crescendo senza essere rilevato
da nessuno dei miei medici precedenti.
Quando l’hanno scoperto, era inoperabile.
»

Frank Zappa
[da un’intervista di David Scheff per Playboy, aprile 1993]

Frank Zappa muore il 4 dicembre 1993 a 52 anni, lasciando una famiglia che custodirà con zelo (e qualche controversia) l’eredità e una discografia che continua a crescere dagli scaffali del suo vault.


Una cronologia ragionata

1940–1963: apprendere disimparando
Baltimore, poi California. Percezioni, percussioni, grafite sulle partiture dei maestri europei e ascolti R&B come vero conservatorio. Prime composizioni, prime direzioni scolastiche, prime sperimentazioni in pubblico. Lo Studio Z come laboratorio di autonomia e suono. Il tratto comune? La convinzione che l’orecchio preceda la tecnica, e non viceversa.

1964–1969: inventare i Mothers
Dai Soul Giants ai Mothers, da Freak Out! a We’re Only in It for the Money: la satira come etica, la sala come strumento, i generi come scotch per collage. In mezzo, la decisione chiave: creare etichette proprie per non essere ostaggio delle majors. Sulla strada, show che sembrano happening surrealisti più che concerti rock.

1969–1972: sciogliere per ricominciare
Hot Rats stabilisce il perimetro: jazz elettrico, scrittura densa. 200 Motels tenta la sintesi film-orchestra pop, ma il sistema “classico” non capisce davvero come (e quanto) provare. Incidenti gravi nel 1971: la voce cambia, la mente no. Nel 1972 due dischi “grandi” come organico e struttura (Waka/Jawaka e The Grand Wazoo) rimettono al centro la composizione.

1973–1976: il laboratorio perfetto
Con Ruth Underwood e George Duke, Zappa dispone di una macchina ritmica-melodica ideale. Il repertorio mescola brani tagliati a rasoio e improvvisazioni a briglia corta. Roxy & Elsewhere è un prontuario dell’estetica FZ: tempi strani che però “camminano”, virtuosismo che non sacrifica il groove, ironia che non diventa caricatura.

1977–1984: autonomia a ogni costo
Contenziosi, Läther, dischi “forzati” e poi la controffensiva: Sheik Yerbouti, Joe’s Garage, i cofanetti di soli di chitarra come manifesto (“parlate pure: io suono”). Torna all’orchestra, ma si scontra con processi lavorativi e inerzie, finché Boulez non lo prende sul serio e il Synclavier gli permette di aggirare l’ostacolo.

1985–1988: politica e palcoscenico
PMRC nel mirino, interventi pubblici, Frank Zappa Meets the Mothers of Prevention(1985). Intanto il palco resta centrale — tour infinito e tre album dal vivo che fotografano una band di livello stellare.

1989–1993: archivi e addio
Esce l’autobiografia The Real Frank Zappa Book (Frank Zappa. L’autobiografia), scavi nel vault, collaborazione con Ensemble Modern. The Yellow Shark e Civilization Phaze III(primo album pubblicato postumo nel 1994) come epitaffi diversissimi e complementari: uno umano e acustico, l’altro digitale e mentale. Fine di una corsa che aveva fatto dell’indipendenza un’arte.


Frank Zappa e l’Italia

In Frank Zappa. L’autobiografia (The Real Frank Zappa Book), Zappa descrive Dio fa, una mega-opera pensata per la serata conclusiva dei Mondiali 1990: debutto alla Scala, regia e libretto sotto il suo controllo, diretta TV satellitare in più lingue (inglese, italiano, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, russo), con il sostegno del Comune di Città di Milano e della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC).

Il progetto univa danza, effetti speciali e una sfilata di moda a una tavolozza musicale estrema: orchestra sinfonica e musica da camera, cori ed ensemble etnici via campionamento, elettronica avanzata e rock che andava dal doo-wop all’heavy metal; parte della musica sarebbe stata amplificata o eseguita in playback digitale. Zappa si riservava storia e testi, supervisione di scene, costumi ed effetti, e la scelta di regista, direttore e solisti (con ingaggi da gestire a cura del Comune di Milano). L’orchestra prevista era la Chicago Symphony (tramite il gemellaggio Milano-Chicago), con il Coro della Scala in evidenza; set disegnati negli USA e costruiti nei laboratori scaligeri, effetti speciali assemblati in America e spediti a Milano.
La drammaturgia ruotava all’idea che “per milioni il calcio è Dio” e giocava sull’intercalare torinese “Dio fa” (derivante da Dio faus, che in torinese significa “Dio falso” o “Dio bugiardo”): in scena un Football God meccanico, il cui naso cresceva a ogni menzogna (alla Pinocchio); monaci in stile corale sardo tentavano di sorreggerlo con bizzarri meccanismi. Nel finale, il dio del calcio intonava una versione anglo-italiana di “I’m Bad” di Michael Jackson, unico modo per far tornare il suo naso umano, accompagnato dai monaci, che si riveleranno essere la Nazionale italiana travestita. Il marchio Dio fa doveva diventare anche una linea di abbigliamento sovietica, realmente licenziata, presentata in scena con ballerini come modelli. Nel cast simbolico figuravano Galileo, Tesla, Newton, Leonardo, Mussolini, Hitler, Stalin ed Elvis nei panni del Diavolo; il Regno Unito era ritratto da hooligan che fraintendevano i segnali della Regina, gli Stati Uniti da turisti in fila a una cabina Talk to God per porre domande triviali (tipo “Che ore sono lì?”, “Quanto costa in dollari?” ecc.).
Nato come proposta e poi archiviato nel capitolo Failure (Fallimento), Dio fa non vide mai la luce, ma resta una delle più ambiziose allegorie multimediali immaginate da Zappa tra satira, alta gamma sonora e teatro totale e surreale.

L’etica del mestiere: lavoro, controllo, responsabilità

Zappa è stato un capo-officina. Non nel senso paternalista, tutt’altro, ma nell’idea che una musica così esigente richieda strumenti, persone e processi altrettanto esigenti. Ha provato a lungo con le sue band, a volte quattordici ore al giorno. Ha preteso puntualità, disciplina, competenze multiple. Ha dato spazio alle personalità forti (come George Duke, Adrian Belew e Steve Vai), ma all’interno di un reticolo di partiture, cambi serrati e gesti sul palco. L’assolo di chitarra non è stato per lui un rito narcisistico, ma un’estensione della scrittura: “melodia che giustifica l’armonia”, come suggeriva la sua stessa formazione. Ha persino inventato una tecnica, la xenochrony 10, per incastrare linee soliste nate in contesti diversi in nuovi brani, cercando un tempo “altro” che scintillasse. È la stessa logica che lo ha portato a diffidare delle droghe — non delle allucinazioni — come di una scorciatoia: se vuoi che una partitura rischiosa regga, serve lucidità, non foschia mentale.
Questa etica del mestiere ha conseguenze politiche. Significa difendere la libertà d’espressione non in quanto licenza d’insultare, ma come spazio in cui l’artista rischia e paga di persona. Significa anche sfidare i meccanismi dell’industria (etichette proprie, studio proprio) non per velleità ideologiche, ma perché certe musiche — e certe produzioni — altrimenti non vedrebbero la luce. Significa, infine, trattare il pubblico da adulto: lo si può offendere, lo si può conquistare; ma lo si deve sempre mettere di fronte a qualcosa che non aveva ancora ascoltato.

«Perché devi avere per forza torto
solo se alcuni milioni di persone la pensano così?»
Frank Zappa
[da The Real Frank Zappa Book]

Cosa resta (e perché ci riguarda)

Resta una discografia smisurata e intimidatoria e un principio semplice che la tiene insieme. Lui lo chiamava continuità concettuale: temi, cellule ritmiche, personaggi, battute ricorrono come attori di una compagnia stabile in un teatro di decenni. Ascoltare Zappa non è spuntare una lista, è imparare una lingua: più la parli, più le frasi — anche quelle apparentemente volgari, ti si mostrano per quello che sono, pezzi di un mosaico che ruota tra il serio e il faceto, tra l’elettrico e il cameristico, tra il gesto e il progetto. Il suo rifiuto delle appartenenze facili (hippie, jazz, rock, colto) oggi, nell’epoca degli sconfinamenti per algoritmi, suona meno scandaloso e più naturale. La differenza è che Zappa non ha navigato tra stili a caso, ne ha sempre cercato la logica interna, il punto di tensione da cui spremere energia. È il contrario dell’eclettismo come arredamento, è artigianato concettuale.
C’è, poi, il lato umano: non sempre comodo, spesso spigoloso. Ha litigato con orchestre e promotori, ha scritto testi che oggi farebbero discutere (e allora facevano scandalo), ha fatto della provocazione un cacciavite più che un fine. Ma nessuno potrà dire che abbia barato sul proprio talento, o sul proprio lavoro. Nemmeno quando, come in The Yellow Shark, ha dovuto ammettere che, per farsi ascoltare “davvero”, doveva trovare non un’istituzione, ma un ensemble curioso e disposto a faticare come lui. Quando l’ha trovato, ha salutato con un disco che è una stretta di mano.
Forse è proprio questa la sua eredità più concreta. Non l’idea che tutto sia permesso, semmai l’idea (faticosa) che tutto sia possibile se si costruiscono gli strumenti per farlo. Zappa ha costruito studi, etichette, orchestre reali e digitali, personaggi, dispositivi di palco, grammatiche di editing. Ha chiesto tanto a sé e agli altri e ha lasciato in cambio una biblioteca di musica che non si consuma in una stagione. Ogni volta che, ascoltandolo, vi sembrerà di riconoscere una battuta già sentita, fate un passo avanti: probabilmente è un tema che vi guarda da un’altra angolazione, con un’altra luce, dentro un altro tempo. È la sua maniera di ricordarci che un’opera non è una vetrina di reperti, ma un cantiere aperto.

Questa, in fondo, è la storia di Frank Zappa. Non la biografia di un personaggio “scandaloso”, ma il romanzo di apprendistato di un lavoratore del suono che ha preso sul serio la musica quanto prendeva sul serio le risate. Non c’è contraddizione: le due cose, per lui, sono sempre state la stessa. E continuano a esserlo, se abbiamo la pazienza di ascoltarle come parti di un unico, lunghissimo, album.


Un post-scriptum ragionato: cose che abbiamo capito meglio dopo il 1993

Se la sua vita è stata un laboratorio perenne, il dopo-Zappa lo è stato ancora di più. Alcuni nodi (legali, artistici, umani) si sono stretti e sciolti negli anni successivi, rivelando sfumature che dialogano con quanto già raccontato: l’ossessione archivistica, la disciplina come etica del lavoro, l’ambizione di controllare ogni aspetto del suono, ma anche l’idea che la musica debba vivere al di là del suo autore.

Il “cantiere infinito” del Vault
Che Zappa conservasse moltissimo era noto; meno evidente era la scala quasi industriale di quel deposito creativo. Pellicole di famiglia, audio multiformato, nastri di tournée con organici a 20 e 10 elementi rimasti in vita per un soffio eppure documentati, esperimenti su super-8 duplicati, tagliati, disegnati a mano e riversati su video con nuova musica: il Vault non era solo un magazzino, era un’opera nell’opera, un autoritratto in progress che lui stesso manipolava come materiale vivo. L’archiviazione postuma ha richiesto anni anche solo per rimettere in funzione le macchine con cui riprodurre tutto quel patrimonio, a conferma che Zappa trattava l’archivio come un’estensione della sua tecnologia compositiva.

«Il giornalismo rock è fatto di gente che non sa scrivere,
che intervista gente che non sa parlare,
per produrre articoli per gente che non sa leggere.
»

Frank Zappa
(da un’intervista di Ben Watson, per Mojo Magazine, ottobre 1993)

Eredità, controllo e il paradosso dell’ultima volontà
L’altra metà della storia è legale e, inevitabilmente, controversa. Dopo il 1993, la gestione dei diritti e dell’immagine ha assunto forme molto rigide: licenze, diffide, cause a festival e cover band, una linea di principio che pretendeva fedeltà assoluta alla “versione Zappa” della musica di Zappa. Il paradosso, emerso a posteriori, è che tra le volontà dichiarate in famiglia circolava anche l’idea — mai semplice da verificare — che lui avesse chiesto di vendere i master superstiti e uscire dal business. La realtà successiva ha preso invece la direzione opposta, con la costituzione di un trust e una vigilanza capillare sull’uso dell’opera. In mezzo, la domanda cruciale: fino a che punto la tutela diventa riscrittura dell’autore?

«Continuate a suonarla»: la voce dei musicisti
Al quadro si è aggiunta la memoria di chi ha condiviso palco e sala con Zappa. C’è chi testimonia — prima della fine — un desiderio semplice e potente: che quella musica continuasse a risuonare, nelle mani di chi l’aveva imparata sul serio. La fedeltà richiesta non era mummificazione, ma rispetto del testo e consapevolezza del suo spirito: disciplina, precisione, elasticità. La frizione con interpretazioni “non autorizzate” ha acceso per anni un braccio di ferro fra diritto, prassi esecutiva e comunità dei musicisti, ma il messaggio di fondo resta: la musica vive solo se si suona.

Antidroga, sul serio (anche quando sembrava una gag)
La disciplina di cui sopra aveva un corollario non negoziabile: niente droghe. La cultura pop ha spesso letto questo tratto come una posa da guastafeste; la documentazione uscita negli anni lo conferma come parte integrante della sua “organizzazione” del rumore”. Non era moralismo, ma ingegneria: partiture e cambi complicati richiedono lucidità collettiva. Anche per questo certe apparizioni televisive, celebri e controverse, si sono chiuse con inviti poco graditi a non tornare: Zappa non fingeva e non compiaceva, pretendeva che il laboratorio restasse nitido.

Il carattere fuori scena: severo, sì, ma più umano del mito
La montagna di filmati e nastri ha ridimensionato l’icona del direttore implacabile. Il rigore resta, la richiesta di eseguire ciò che è scritto pure; ma dentro le prove e dietro il palco affiora spesso un modo di lavorare più collaborativo del previsto, curioso dell’apporto altrui, capace di calore e ironia tranquilla. La differenza fra la maschera pubblica, dalla dialettica, spesso tagliente e il mestiere quotidiano è meno verticale di quanto si credesse. Zappa organizzava, guidava, correggeva, sì, ma anche ascoltava.

Che cosa avrebbe fatto con Internet (e contro chi)
Se c’è un campo in cui è facile immaginare Zappa, è la rete. L’idea di piattaforme aperte dove tutti possono pubblicare gli sarebbe piaciuta; meno l’assetto oligopolistico che ha svalutato l’opera registrata. Conoscendone le campagne a difesa della libertà d’espressione e dell’autonomia degli artisti, è verosimile che avrebbe affiancato l’entusiasmo tecnologico a una guerra di posizione contro i conglomerati: non per nostalgie analogiche, ma per ridisegnare le condizioni economiche di chi crea. In altre parole: avrebbe usato gli strumenti del presente per riaffermare il (suo antico) principio del controllo d’autore.

Successo sì, ma non come fine
Un altro fraintendimento che il tempo ha limato riguarda il suo rapporto con la popolarità. Non era l’asceta che rifugge il pubblico in quanto tale; il sospetto riguardava semmai il momento in cui l’orizzonte commerciale comincia a piegare l’estetica. Non paura del successo, quindi, ma un’allerta perpetua a non trasformare la bottega sonora in catena di montaggio. È lo stesso filo che attraversa tutta la sua produzione: usare il mercato come mezzo, non come metro.

Joe’s Garage a teatro: un’opera che trova il suo palcoscenico
Tra le riemersioni più significative c’è la traduzione scenica di Joe’s Garage: un allestimento complesso nato molti anni dopo l’album, con trascrizione integrale dalle incisioni e cura maniacale delle parti. La sua attualità — controllo, sorveglianza, religione come potere — suona fin troppo contemporanea, ricordando che certe opere sono nate per il palco tanto quanto per il vinile. E che il teatro musicale zappiano, tra satira e struttura, è un’ossatura pronta a rinascere se trattata con serietà.

Perché queste aggiunte contano
Non cambiano la sostanza del ritratto precedente: la continuità concettuale resta il modo migliore di leggere Zappa. Ma lo completano, mostrando come dopo la sua morte si siano confermate tre costanti del suo mondo:

  1. L’archivio come gesto creativo continuo.
  2. La libertà come responsabilità (disciplina prima di tutto)
  3. Il controllo come strumento per proteggere l’opera, non come feticcio.

Ciò che è emerso dopo il 1993 non corregge Zappa: lo mette semplicemente a fuoco con più dati, più storie, più prove del suo modo di intendere la musica: un mestiere serio che fa ridere quando serve, ma che non si improvvisa mai.


Frank Vincent Zappa
21 dicembre 1940 — 4 dicembre 1993




Note
  1. Il doo-wop è un R&B vocale nato nelle comunità afroamericane urbane negli anni ’40 e diffusissimo negli anni ’50 (fino ai primi ’60). Si basa su armonizzazioni di gruppo, ritmo semplice, strumentazione minima, testi d’amore e un solista sostenuto da cori che usano sillabe senza senso (“doo-wop” ecc.); spesso include un bridge parlato melodrammatico. Ha influenzato molti generi successivi.[↩]
  2. Paul Conrad Buff (California, 24 aprile 1936 — 14 marzo 2015) è stato un imprenditore statunitense. Negli anni Sessanta emerse come proprietario di studio, produttore e tecnico del suono, dando impulso alla surf music e innovando la tecnologia audio/studio con proprie invenzioni. Dagli anni Ottanta abbandonò la musica per progettare illuminazione per studi fotografici, guidando più aziende (due dedicate a flash da studio per target diversi, una ai multipli d’arte) e un piccolo editore che pubblicò i suoi libri.[↩]
  3. Nei primi anni ’60, Roy Estrada e Dave Coronado formano i Viscounts. Quando il batterista se ne va, Estrada arruola Jimmy Carl Black e il gruppo cambia nome in Soul Giants. All’audizione al club Broadside di Inglewood ottengono il posto a patto di prendere Ray Collins (che lì lavorava come carpentiere) come cantante; Collins sostituisce il vocalist e la line-up diventa: Estrada (basso), Black (batteria), Collins (voce), Coronado (sax), Ray Hunt (chitarra). Quando Hunt lascia il gruppo, Collins chiama Frank Zappa (conosciuto ai Pal Studios): Zappa prova ed entra nella band; un mese dopo anche Coronado esce, lasciando il ruolo di leader vacante, che viene raccolto da Zappa e poco dopo ne cambierà il nome in The Mothers.[↩]
  4. Le rivolte di Watts (o Watts riots), si svolsero a Los Angeles dall’11 al 16 agosto 1965 nel quartiere Watts e aree limitrofe. Scoppiarono per frustrazione verso i metodi razzisti e violenti della LAPD, la discriminazione sul lavoro, la segregazione abitativa e la povertà. La scintilla fu il fermo per guida in stato d’ebbrezza del ventunenne Marquette Frye, l’arresto degenerato in colluttazione con l’intervento della madre e voci su una donna incinta colpita. In sei giorni di disordini furono mobilitati quasi 14.000 membri della Guardia Nazionale; il bilancio fu di 34 morti e oltre 40 milioni di dollari di danni. Fu la peggiore rivolta cittadina fino al 1992.[↩]
  5. Il Dada (o Dadaismo) nasce a Zurigo durante la Prima guerra mondiale, in dialogo/contrasto con il Futurismo, come movimento internazionale anti-arte fondato su casualità, ironia, collage, ready-made e performance. Formalizzato dal Manifesto Dada di Hugo Ball (1916), si diffonde rapidamente a Berlino, Parigi, New York e oltre. Tra i protagonisti: Ball, Emmy Hennings, Duchamp, Arp, Ernst, Hausmann, Höch, Heartfield, Schwitters, Picabia, Man Ray, Sophie Taeuber-Arp, Tristan Tzara, Grosz, Baader, Beatrice Wood. La sua eredità alimenta Surrealismo, nouveau réalisme, Pop Art, Fluxus e molte avanguardie (anche nella scena musicale downtown).[↩]
  6. Satin Doll è uno standard jazz del 1953 composto da Duke Ellington e Billy Strayhorn con testi di Johnny Mercer. È diventato un evergreen interpretato e inciso da svariati interpreti, tra i quali nomi come Ella Fitzgerald, Frank Sinatra e Nancy Wilson.[↩]
  7. Lo Sprechgesang (canto-parlato o talk-singing) è una tecnica vocale a metà tra parlare e cantare, codificata da Arnold Schönberg nell’alveo dell’espressionismo. Esempio emblematico è Pierrot Lunaire, dove la voce segue contorni d’intonazione senza altezze stabili.[↩]
  8. L’Ensemble InterContemporain (EIC) è un ensemble da camera francese con sede alla Cité de la musique/IRCAM di Parigi. Fondato nel 1976 da Pierre Boulez, con l’allora ministro dei beni culturali francesi Michel Guy e il cofondadore della London Sinfonietta Nicholas Snowman, nasce come gruppo di solisti flessibili pensato per le richieste d’organico dei compositori contemporanei. È un riferimento internazionale per l’interpretazione della nuova musica colta contemporanea ed è particolarmente nota per l’esecuzione di musica europea.[↩]
  9. Nate come Artettes, le Ikettes erano un trio, talvolta quartetto, concepite per fare i cori nell’Ike & Tina Turner Revue. Trasformarono presto il ruolo di backing vocalists in una carriera autonoma e, negli anni ’60 firmarono, successi propri, tra cui I’m Blue (The Gong-Gong Song) e Peaches ’N’ Cream. 2017, Billboard ha collocato I’m Blue al n.63 delle 100 Greatest Girl Group Songs of All Time.[↩]
  10. La xenochrony è una tecnica di montaggio da studio ideata da Frank Zappa, probabilmente già nei primi anni Sessanta, e impiegata in diversi suoi album. Consiste nel prelevare un assolo (spesso di chitarra) o un’altra parte registrata e trapiantarla dentro un brano completamente diverso, così da generare incastri inattesi, talvolta ritmi altrimenti irrealizzabili, che, come diceva Zappa, non si otterrebbero suonando in tempo reale.[↩]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *