Considero da sempre
Franco Caprioli una delle vette del fumetto e dell’illustrazione italiana. Il suo nome evoca immediatamente l’idea di un segno che ha saputo nobilitare la letteratura d’avventura e trasformarla in un’esperienza contemplativa. Di fronte alle sue tavole, la tentazione immediata è quella di abbandonarsi alla pura meraviglia, lasciandosi cullare dal ritmo ipnotico del suo celebre puntinismo e dalla maestosità dei suoi orizzonti oceanici. Per amore, solo per amore, ho voluto guardarlo al microscopio cercando di individuare accanto ai molti pregi anche quei pochi limiti che spesso sfuggono a uno sguardo distratto. Nelle pagine che seguono, analizzeremo la sua opera senza ma e senza se, per capire come, partendo da una straordinaria precisione, sia riuscito ad arrivare alla poesia.


I pregi

In Caprioli ogni cosa parte dal puntino. E’ l’elemento primigenio su cui si basa la costruzione di tutto. E’ una tecnica di disegno ma è anche un modo di concepire la realtà, uno strumento interpretativo. E’ un metodo di rappresentazione delle cose ma è anche una visione del mondo. Tutto è fatto della stessa materia e assume una forma e una consistenza precisa grazie a leggerissime variazioni tonali nella disposizione dei puntini. Le cose non hanno mai un aspetto definitivo, ma sembrano fluttuare continuamente tra iperrealtà e sogno.

La tecnica puntinista raggiunge il suo apice nella costruzione del paesaggio. Caprioli riesce a strappare il paesaggio allo sfondo e a portarlo in primo piano rendendolo protagonista allo stesso modo e forse di più delle figure umane. Le rocce, l’oceano e gli alberi raccontano meglio degli uomini. Le sue storie vivono soprattutto dí atmosfere che vanno a interagire con la psicologia dei personaggi e contribuiscono al procedere della narrazione. La geografia perde il suo valore documentaristico per assumere connotazioni poetiche.

Caprioli spesso stupisce per come costruisce la profondità. Lo fa utilizzando la sovrapposizione di almeno tre piani prospettici. Il principale in primo piano, il secondo in una zona intermedia e l’ultimo sullo sfondo. Questo crea l’illusione di una profondità inesistente che però riesce a trascinarci all’interno della storia. Parallelamente alla profondità questo modo di procedere rafforza anche l’impressione di tridimensionalità permettendoci di sperimentare un’immersione totale nel mondo evocato dall’artista.

La linea di Caprioli è spesso stata definita come “semplice”, ma tanto semplice non è. Questo per la relativa uniformità dello spessore che sembra variare molto meno rispetto ad altri autori. La cosa però è molto più complessa. La linea si interseca continuamente con i puntini andando a costituire un insieme composito fluido adattabile alla rappresentazione dei vari elementi della tavola. E’ il rapporto sempre nuovo tra linea e puntini a costituire l’elemento fondante del disegno di Caprioli e a conferirgli quella forza semplice e misteriosa.

 

A un primo sguardo la luce sembra quasi assente dai disegni di Caprioli. L’artista sembra più preoccupato dai volumi e dai pesi delle cose che ottiene grazie alla sua peculiare tecnica. In realtà variando la densità dei puntini in rapporto a gli spazi bianchi Caprioli riesce ad arrivare a effetti di luce molto personali. E’ una luce particolare che sembra emanare direttamente dall’interno delle cose, come nella pittura di Jan Vermeer, dove i raggi accarezzano gli oggetti quasi costringendoli a rivelare la loro trama segreta.

Anche gli animali sono un suo punto di forza. Caprioli ne conosce a fondo l’anatomia e il carattere riuscendo a rappresentarli in tutto il loro mistero. Sia che ce li mostri in pose statiche che nel pieno dell’azione riesce a infondere in quei corpi una presenza archetipica che ci riporta dritti dritti a un mondo primigenio. La loro presenza contribuisce a conferire alle tavole un realismo “irreale” che potremmo definire “magico” o “metafisico”.

Caprioli è un grande disegnatore di avventura, ma la sua non è l’avventura convenzionale. E’ un avventura che ha un ritmo molto diverso da quello a cui siamo abituati. Molto più lento. Le sue tavole ricchissime di dettagli ci spingono a soffermarci su ogni singola vignetta molto più del solito. I tempi di lettura si dilatano e l’esperienza complessiva si fa ipnotica. Potremmo quasi parlare di “avventura contemplativa”. Un’avventura che ha sostituito l’azione esterna con un ritmo interiore “meditativo”.

Un’altra caratteristica fondamentale di Caprioli è il modo in cui inserisce i personaggi nell’ambiente. Non solo il paesaggio risulta molto più lirico e curato rispetto ai personaggi ma questi ultimi hanno dimensione infinitamente ridotte rispetto alle meraviglie della natura.

Caprioli mette spesso figure piccole davanti a montagne enormi, ghiacciai eterni, oceani in tempesta. Non è soltanto una scelta estetica. È anche etica. Per Caprioli l’uomo non è al centro del creato, ne è una parte infinitesimale.

L’ossessione di Caprioli per il dettaglio dovrebbe in teoria costituire un rischio. Spesso il disegno troppo dettagliato manca di leggibilità. Spesso l’eccessivo amore per il dettaglio fa perdere di vista il percorso narrativo. In Caprioli non succede nulla di tutto questo. Anzi, sembra succedere l’esatto contrario. Più dettagli aggiunge e più riesce a raggiungere una dimensione poetica purissima e riservata a pochi eletti. Si tratta di un paradosso che una volta di più ci dà l’idea della statura immensa di questo autore.


I difetti

Le critiche a un autore di questa fatta devono necessariamente focalizzarsi sul rovescio delle medaglie dei suoi pregi. Esplorare quei territori dove i suoi stessi punti di forza diventano limiti. Caprioli è talmente bravo a disegnare paesaggi che inevitabilmente risulta meno convincente quando deve rappresentare un personaggio. In lui la natura ha una liricità e una forza tali da assumere sempre il ruolo di protagonista. L’essere umano risulta una comparsa tutto sommato stereotipata, immersa in un universo iperrealista e immortale.

Questa caratteristica si riflette in primo luogo sui volti dei personaggi, che appaiono spesso poco espressivi e privi di una reale vibrazione emotiva. Mentre il paesaggio sembra sprigionare vita da tutti i pori, i visi dei protagonisti restano ancorati a una compostezza rigida e convenzionale. Mentre la natura ci trasmette l’emozione e il senso della storia Caprioli fatica a tradurre sui volti i tormenti dell’anima o le sfumature psicologiche più sottili. L’uomo di Caprioli sembra incapace di confrontarsi alla pari con la maestosità del mondo circostante.

Anche i corpi in definitiva subiscono la stessa sorte dei visi. Costantemente ancorati a pose classiche, a una certa rigidità accademica e idealizzata non riescono a trasmettere emozione attraverso le posture. I corpi dí Caprioli non si deformano mai, non vanno mai in tensione, mancano della capacità di raccontare la fatica, la paura o il dolore tramite l’atteggiamento. Ogni gesto appare composto e perfetto ma privo di quella vibrante espressività corporea che ci porta a condividere i destini dei nostri eroi preferiti.

Caprioli a volte col dettaglio esagera. Quando tutto è portato al massimo grado di dettaglio cosa rimane da fare al lettore? Il lettore non può immaginare nulla perché nel disegno c’è già tutto. Deve necessariamente limitarsi ad osservare. Un atteggiamento di questo tipo soffoca ancora prima di nascere il potere evocativo del non finito. Nel fumetto, le cose suggerite sono fondamentali perché permettono all’immaginazione del lettore di completare la scena, rendendola viva e personale. Quando la tavola si satura il disegno toglie spazio al mistero.

Le figure di Caprioli non si muovono. O si muovono poco. Caprioli congela quasi sempre il movimento alla ricerca della posa perfetta. Per fare ciò deve necessariamente rallentare il tempo fino a ottenere la staticità da posa accademica di cui ha bisogno. Si tratta ovviamente di una questione di visione non di un limite tecnico. Un uomo immobile di fronte alla grandezza della natura è forse il suo soggetto preferito. L’autore rifiuta la dimensione cinetica per spingere il lettore verso una dimensione meditativa dove emerga, inaspettata, la poesia.

Caprioli pensa per vignette, non pensa per pagina. A lui interessa che la composizione sia perfetta all’interno dí ogni singola vignetta, poco gli interessa come funzionano le varie vignette in rapporto tra di loro. Tant’è che spesso i bordi di una vignetta si sovrappongono a quella di un altra solo per rispettare esigenze compositive. La pagina non diventa mai qualcosa di omogeneo dove le varie vignette collaborano tra di loro per ottenere un insieme armonico e coeso. Ogni vignetta va per conto suo.

Infine, l’impeccabile compostezza aristocratica di Caprioli, pur straordinaria, ci porta talvolta a desiderare un disegno un po’ più sporco, viscerale e vivo. La nobiltà innata del suo segno preserva un’eleganza assoluta persino nei momenti di più drammatico realismo, rifiutando programmaticamente le sbavature, le imperfezioni e la rozzezza espressiva della realtà. Di fronte a tanta perfezione formale, si avverte la mancanza di una dose di sana “impurezza” che renda il fumetto un’arte viva.

 

(Per questo articolo NON è stata utilizzata l’AI).

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