Negli anni Duemila il fumetto horror ha vissuto una trasformazione profonda. Per molto tempo il genere era stato associato soprattutto a un repertorio abbastanza codificato: mostri, sangue, shock visivi, cimiteri, vampiri, zombie, serial killer. Erano tutti elementi importantissimi, certo, ma fin lì spesso utilizzati come espedienti narrativi più che come strumenti per interrogare il presente. A partire dagli anni 2000, invece, l’horror a fumetti ha iniziato a mutare pelle. Non ha più cercato soltanto di spaventare, ha iniziato a destabilizzare, a insinuare dubbi metafisici, a trasformare la paura in un sentimento più sottile, quasi alieno, una vera e propria esperienza psicologica ed esistenziale. È un cambiamento enorme, paragonabile a quello che il cinema horror aveva già attraversato con autori come David Lynch, David Cronenberg o John Carpenter. L’orrore non è più soltanto “qualcosa che arriva da fuori”, ma qualcosa che contamina la realtà stessa, la percezione, il linguaggio, l’identità. In questo nuovo scenario sono nati veri e propri capolavori come ad esempio “Uzumaki” (Junji Ito 1998) e “Gideon Falls” (Lemire e Sorrentino 2018), opere che hanno ridefinito le possibilità del fumetto horror contemporaneo. Ed è proprio davanti a questa rivoluzione che una serie storica come Dylan Dog ha mostrato tutte le difficoltà di un modello narrativo rimasto legato alla tradizione. Negli anni Ottanta e Novanta, Dylan Dog era stato qualcosa di straordinario. Tiziano Sclavi aveva capito che l’horror poteva diventare strumento poetico e persino “filosofico”. Il fumetto Bonelli non era soltanto una carrellata mensile di mostri, dentro c’erano solitudine, nevrosi, ironia nera, critica sociale, amore per il cinema e riflessioni sull’alienazione contemporanea. Alcuni episodi erano piccoli capolavori di horror esistenziale. Ma il problema è che Dylan Dog era figlio di un immaginario ancora fortemente novecentesco. L’orrore sclaviano mescolava gotico classico, cinema horror anni settanta, surrealismo, umorismo nero e romanticismo decadente. Quando il fumetto horror internazionale ha iniziato a evolversi verso forme più astratte, metafisiche e destrutturate, Dylan Dog ha fatto fatica a seguirlo. Il caso di “Uzumaki” è emblematico. Junji Ito prende un’idea apparentemente assurda — una spirale che infetta una cittadina — e la trasforma in un incubo cosmico. Ma la spirale non è un “mostro” tradizionale. È una legge segreta della natura, una maledizione geometrica che invade i corpi, la mente, il tempo e lo spazio. L’orrore diventa metafisico. Il lettore non teme soltanto per i personaggi, teme che il mondo stesso perda senso. Lo stesso accade in “Gideon Falls”. Il “Fienile nero” che appare e scompare non è l’ennesima casa infestata. È qualcosa di completamente nuovo. Jeff Lemire e Andrea Sorrentino costruiscono un horror fatto di realtà incomprensibili, identità incerte, percezioni alterate, simboli ricorrenti e spazi assurdi. Persino la struttura della tavola diventa parte dell’incubo. Le pagine di Sorrentino sembrano collassare, rompersi, infettarsi. Il fumetto stesso appare malato. Qui emerge una differenza fondamentale rispetto a Dylan Dog. Nella serie Bonelli classica il lettore osservava ancora l’orrore “da fuori”. In “Gideon Falls” o “Uzumaki”, invece, il lettore all’orrore ci entra dentro completamente. L’horror non è più un evento narrativo ma diventa una condizione dell’esistenza. Anche il corpo cambia radicalmente. Il fumetto horror contemporaneo ha assorbito moltissimo dal body horror di Cronenberg e dalla cultura della trasformazione. Opere come Black Hole (Burns 2005) utilizzano la mutazione fisica come metafora dell’adolescenza, e delle paure legate al sesso, all’identità e all’isolamento. Il corpo non è più soltanto il luogo dove il mostro infierisce ma diventa il luogo dove l’orrore prende forma. Dylan Dog, invece, è rimasto legato a una struttura narrativa più rassicurante e ripetitiva. I numeri iniziano quasi sempre con l’introduzione del mistero, proseguono con l’indagine, arrivano all’atteso incontro col mostro e terminano con la spiegazione finale. Anche quando tentava di innovare, la serie continuava a portarsi dietro il peso di una formula vista e rivista. Va detto che ci sono stati tentativi importanti di rinnovamento. Alcuni autori hanno provato a spingere Dylan Dog verso territori più contemporanei, più psicologici o meta-narrativi. Ma il problema era più profondo, la serie era diventata ormai un’icona troppo riconoscibile per potersi trasformare per davvero. L’horror contemporaneo, invece, richiede una perdita di stabilità. I nuovi grandi fumetti horror non offrono più un protagonista in fin dei conti rassicurante come Dylan. Spesso non offrono nemmeno un protagonista. E se lo offrono è sempre alle prese con una realtà irreale. In questo senso il fumetto horror moderno si è avvicinato molto più a film come “Mulholland Drive”, “Cure” e “Pulse” che non all’horror classico degli anni Ottanta. L’orrore diventa allora un’esperienza di smarrimento totale, dove il mondo perde la sua riconoscibilità. Ed è proprio qui che Dylan Dog è entrato in crisi. Per decenni il personaggio aveva incarnato un equilibrio perfetto tra ironia, malinconia, paura e cultura pop. Ma il nuovo horror chiedeva qualcosa di diverso. Chiedeva destrutturazione, radicalità visiva, ambiguità totale e perdita del centro. Mentre opere come “Gideon Falls” o “Uzumaki” sembrano nate dentro le ansie del XXI secolo — che parlano di frammentazione della realtà, crisi dell’identità e paranoia percettiva — Dylan Dog è apparso sempre più come un grande fantasma del Novecento. Oggi i migliori horror a fumetti non cercano più il mostro nascosto dentro di noi, vogliono convincerci che il mostro è nascosto nella struttura stessa della realtà. Ed è una paura molto più difficile da raccontare con i vecchi strumenti narrativi. Navigazione articoli BLACK TERROR, IL SUPEREROE CON IL TESCHIO DELL, L’EDITORE AMERICANO DI TOPOLINO
Da quando lo gestisce la Baraldi non ne parla più nessuno. Pure il forum cravenroad7 si e svuotato. Rispondi
Guarda che e voluto, l’ha imposto la bonelli dopo la bufera recchioni, la cosidetta “la pace del cimitero” Per chi non lo sapesse e una metafora per descrivere una situazione di totale silenzio, ordine e assenza di conflitti che però è priva di vita. Rispondi
la “pace del cimitero” imposta dalla Bonelli dimostra che la cura si sta rivelando peggiore del male. :Il “Male” (La gestione Recchioni)Sintomi: Polemiche feroci, fan storici infuriati, continue rivoluzioni della trama e un clima online tossico. Effetto collaterale: Il personaggio era costantemente al centro del dibattito culturale e le vendite/discussioni sul forum Craven Road 7 erano altissime. La “Cura” (La gestione Baraldi)La terapia: Azzeramento delle polemiche, ritorno alle storie classiche e rassicuranti, profilo basso sui social. Il risultato attuale: Silenzio assoluto, forum svuotati e totale indifferenza da parte del pubblico. Rispondi
E’ stato un fumetto generazionale(fine anni 80 meta anni 90) un mito, ma non ha più parlato alle generazioni successive. Rispondi