C’è chi preferisce “Kobane Calling” per l’impegno civile o “Scheletri” per il tono noir, ma “Dimentica il mio nome” resta una delle opere più riuscite di Zerocalcare e la vetta emotiva della sua produzione. Fin dalla scena iniziale, quando la madre irrompe per bloccare il flusso di ricordi del figlio, si capisce che pur mantenendo il suo tono inconfondibile qui Zerocalcare affronta temi intimi, complessi e universali, che sanciscono il definitivo raggiungimento di una maturità autoriale. È il primo libro in cui l’autore riesce davvero a fondere comicità e profondità, leggerezza e lutto, senza che una parte sovrasti l’altra. È un libro che tocca il cuore, dove la voce narrante diventa più consapevole e la visione del mondo si fa più complessa. La nonna Huguette In “Dimentica il mio nome”, Zerocalcare racconta, tra realtà, memoria e fantasia, la storia della nonna Huguette, figura centrale e simbolica del libro. Attraverso il ricordo della sua morte e la ricostruzione del suo passato, l’autore compone un romanzo grafico personale dove il lutto familiare si intreccia con la ricerca della propria identità. Nata in Francia e adottata da fuoriusciti russi la bizzarra vegliarda è sempre stata una presenza affettuosa, concreta e quasi mitica nella vita dell’autore. Alla sua morte, però, Zerocalcare si accorge che dietro l’immagine che aveva di lei si nasconde una storia sconosciuta, un’esistenza piena di segreti e dolori che attraversa tutto il Novecento. La morte della nonna diventa così l’innesco narrativo per un viaggio nella memoria familiare. L’infanzia Mentre ripercorre la vita della nonna, Zerocalcare mette a nudo la propria infanzia in modo profondo e stratificato. Questa delicata operazione è portata avanti grazie alla continua interazione con il suo amico Sacco. L’espediente dovrebbe permettere a Zero di scandagliare i ricordi senza farsi sommergere dall’emozione, ma questo non sempre è possibile. L’infanzia, nel libro, è una zona nebbiosa, irrisolta, piena di sorprese e trabocchetti, dalla quale emergono uno dopo l’altro gli oggetti simbolici con i quali il piccolo Zero ha puntellato le sue rovine. L’autore compie una rilettura investigativa di quel periodo che alla fine lo mette di fronte alla nuda verità. Quella parte bambina, fatta di insicurezze, timori, senso di colpa e bisogno d’affetto, continua a vivere nell’io adulto come territorio magico e potente, dove le emozioni restano vive e pulsanti e da cui non si fuoriesce mai per davvero. L’adolescenza In “Dimentica il mio nome” Zerocalcare si confronta anche con la propria adolescenza, sebbene in modo più sfumato e meno coinvolgente rispetto all’infanzia. Questo confronto, a differenza del precedente, avviene senza l’aiuto di un partner, poiché le emozioni sono meno violente ed è più facile tenerle a bada. Zero è da solo in questa fase critica e formativa, dalla quale non emergono più simboli ma episodi concreti che lo vedono in contrapposizione col suo nucleo familiare e col mondo intero. Come tutti gli adolescenti è diventato un ribelle e sente la necessità di rendere manifesta la sua contestazione attraverso comportamenti estremi. Dalla lotta per ottenere un paio di Nike a quella per partecipare al G8 di Genova, Zero è alla ricerca di occasioni che lo aiutino a costruire un’identità. Diventare grandi “Dimentica il mio nome” è un libro su come si diventa grandi. Non un tradizionale romanzo di formazione, ma un percorso emotivo che passa attraverso l’individuazione di quelle tracce attraverso le quali Zero ricostruisce sé stesso alla luce dei suoi legami familiari. Facciamo la conoscenza del “Pisolone” un sacco a pelo a forma d’orso che lo aiutava ad addormentarsi. Assistiamo alla nascita dell’armadillo-coscienza dopo che ha rischiato di rimanere soffocato. La lettura di questo fumetto passa da un momento fondante all’altro attraverso un percorso faticoso e non lineare, alla fine del quale emerge un protagonista più maturo e consapevole. A noi lettori rimane il privilegio di averlo accompagnato in questo passaggio delicato ma necessario. Il dolore Il dolore è una delle componenti fondamentali di “Dimentica il mio nome”. È un dolore intimo, stratificato, mai retorico, che attraversa tutto il libro con discrezione ma con costante intensità. Il dolore per la perdita della nonna è amplificato dal dolore riflesso, quello di vedere la propria madre soffrire profondamente. Zerocalcare lo racconta con estrema delicatezza, facendo emergere una consapevolezza adulta e affettuosa: “Stavolta non è (solo) il mio lutto, è il tuo. E fa male anche a me, perché ti vedo fragile, perché non so come aiutarti”. Vedere la madre, normalmente solida e forte, sgretolarsi emotivamente, aggiunge trauma al trauma. Il figlio assiste, quasi impotente, al dolore di chi gli ha sempre offerto protezione e per la prima volta sente di dover essere lui a proteggere. La memoria Sì può dire che la vera protagonista di “Dimentica il mio nome” è la memoria. Il fumetto di Zerocalcare non è solo un racconto autobiografico, ma è una una vera e propria indagine sulla memoria come strumento per capire chi siamo. Ogni volta che ricordiamo le cose del passato diamo loro un significato diverso, le reinterpretiamo alla luce di quello che siamo diventati in un lungo processo conoscitivo che non ha mai fine. Che il libro si intitoli “Dimentica il mio nome” è un paradosso, quando il concetto cardine è che la nostra salvezza sta proprio nel non dimenticare. La storia procede tra tante Madeleine intinte nel tè, che risvegliano nel protagonista ricordi vividi offrendo una rivelazione della propria identità. Le radici “Dimentica il mio nome” è, sotto la superficie del racconto familiare una riflessione sulle radici, sull’identità e sul legame tra individuo e collettività. A questo punto della storia si scatenano i mostri. È il momento in cui compaiono le grandi domande: Chi siamo? Da dove veniamo? Quanto del nostro passato ci definisce? È il momento in cui la ricerca si fa difficile e pericolosa. Prendono forma delle figure nere, cupe e misteriose che provengono dal passato ma che ci hanno seguito fin qui, nel presente e che dobbiamo sconfiggere se vogliamo trovare le nostre radici. Zero riesce a sconfiggerle grazie all’aiuto di alcune volpi che vengono da lontano e che hanno attraversato tutta la storia della sua famiglia per giungere fino a lui. Quelle volpi sono le sue radici. Il dialogo interiore In “Dimentica il mio nome”, il dialogo interiore è l’espediente narrativo attraverso cui Zerocalcare riesce a raccontare le cose più profonde, intime e complesse della propria esperienza, senza mai cadere nella retorica o nell’autocommiserazione. È una voce che filtra, media, traduce e spesso protegge. Non è un semplice flusso di coscienza, ma un confronto continuo tra sé e sé, una “doppia voce” che spesso si incarna nell’Armadillo, una figura che funziona da coscienza ironica, ma anche da specchio emotivo. Quando Zero è in una situazione critica, quando la volpe rossa gli sta morendo dissanguata tra le braccia, le voci interiori addirittura si moltiplicano e il Pisolone e l’Armadillo si mettono a litigare tra loro sulla giusta decisione da prendere. Lo stile In questa storia Zerocalcare adotta uno stile grafico che, pur mantenendo la consueta immediatezza e riconoscibilità, raggiunge momenti poetici. Questo libro segna una svolta nella sua produzione: accanto alla consueta ironia e al tratto caricaturale, emergono tavole visivamente più intime, simboliche e sospese, capaci di trasmettere emozioni profonde attraverso il disegno. Zerocalcare inizia a far respirare le pagine, svuotandole di parole per dare maggior peso alle immagini. Le riempie di figure visionarie e metaforiche che amplificano il senso di perdita, nostalgia e smarrimento. Mantiene il suo disegno “semplice” e cartoonesco, ma lo piega a una narrazione struggente dove la poesia nasce dove meno te l’aspetti. Navigazione articoli MATITE BLU 441 INTERVISTA A MELLONCELLI, SCENEGGIATORE DI ZAGOR
zero ha finito la sua corsa, la sua ultima storia uscita una settimana fa, Tutti i nessuno del mondo, ha generato zero commenti. Anche sotto il post di roberto recchioni su instagram. Rispondi
“Il fumetto di Zerocalcare non è solo un racconto autobiografico, ma è una una vera e propria indagine sulla memoria come strumento per capire chi siamo”: Madonna che palle, un fumetto è un fumetto, e ha cominciato a morire quando si é cercato di trasformarlo in altro, da “Maus” in poi; mentre il mondo è passato dai mattoni di Antonioni e le menate assurde di Pasolini ai Minions, i fumetti sono passati da Nonna Papera alla critica sociologica, ma se voglio leggere seghe mentali sul diventare grandi leggo “La linea d’ombra” di Conrad, che almeno era uno scrittore, mica Zerocalcare; il fumetto è fantasia, non dibattito alla Casa della cultura; Rispondi