Il Diario Vitt è stato un fenomeno editoriale unico nel panorama scolastico italiano, che ha accompagnato generazioni di studenti dal secondo dopoguerra fino agli anni Ottanta. Si trattava di un diario scolastico annuale pubblicato dalla casa editrice cattolica Ave (Anonima Veritas Editrice) a partire dal 1949.

Il nome deriva dal settimanale a fumetti Il Vittorioso (poi Vitt), edito dall’Ave, un’emanazione diretta dell’Azione Cattolica Italiana, dal 1937. Fin dall’inizio il progetto editoriale del diario aveva uno scopo formativo: fornire agli studenti un compagno di scuola ricco di testi brevi e consigli ispirati ai valori cristiani (onestà, coraggio, fede), spesso scritti da firme prestigiose, per educare i giovani lettori con esempi morali ed edificanti.

Nelle prime edizioni il taglio era dichiaratamente pedagogico se non addirittura paternalistico, con ammonimenti oggi curiosi se non assurdi come, per esempio, inviti a non pensare con la propria testa.

 

 

Elemento centrale e distintivo del Diario Vitt fu la collaborazione con Benito Jacovitti, già autore di punta del Vittorioso. Jacovitti illustrò quasi tutte le 32 edizioni annuali del diario (dall’anno scolastico 1949–50 al 1980–81), fatta eccezione per un paio di anni. Nelle prime annate la sua presenza era limitata a vignette e disegni umoristici inseriti a margine o in funzione di contrappunto ai testi educativi.

Si tratta di un Jacovitti al massimo della sua arte. L’autore molisano aveva maturato da poco la sua svolta surrealista e aveva cominciato a riempire le sue tavole di oggetti simbolici e ad immergerle in atmosfere metafisiche alla De Chirico.

Sulla copertina del diario dell’anno scolastico 1953-54 c’è un pupazzo composto di forme geometriche che ricorda molto da vicino i famosi manichini di De Chirico del primo dopoguerra.
Jacovitti trasporta sulle copertine del diario anche i suoi personaggi più famosi, su quella del diario dell’anno scolastico 1950-51 c’è Pippo del famoso trio “Pippo, Pertica e Palla”.

 

 

Con il tempo la parte grafica, all’inizio subordinata ai testi, acquistò sempre più autonomia e spazio: negli anni Sessanta le illustrazioni divennero via via indipendenti fino a occupare intere pagine del diario (talora anche a colori).

Jacovitti poté così liberare la sua creatività surreale sbizzarrendosi all’interno del diario con tavole caratterizzate dal suo tipico horror vacui che lo spingeva a riempirle di dettagli, di personaggi dai corpi gommosi e dai nasi enormi che si cimentavano in gag visive facendosi largo tra salami, vermiciattoli e lische di pesce.

Disegnava direttamente a china, senza bozze a matita, e improvvisava le gag e le storielle che spesso iniziava senza conoscerne lui stesso il finale. Il suo processo creativo era definito come “laterale”, simile a quello dei surrealisti, dove le idee nascevano in modo inaspettato e si esprimevano attraverso l’umorismo e il gioco. Creava mondi unici pieni di stranezze che rendevano la lettura del diario una vera e propria esperienza visiva.

 

 

Parallelamente ai disegni di Jacovitti, l’editore continuava a inserire contenuti testuali di qualità. Negli anni Sessanta ogni edizione del Vitt fu arricchita dalla collaborazione di noti giornalisti e scrittori italiani, che curavano rubriche o testi tematici.
Per esempio, l’edizione
1966–67 ospitò testi originali di Indro Montanelli mentre la 1967–68 presentò contributi di Sergio Zavoli. In quegli anni trovarono spazio anche altri nomi illustri, come il giovane critico televisivo Beniamino Placido e il linguista e autore teatrale Franco Fochi, segno del prestigio culturale associato al diario.

Montanelli, in particolare, trasformò l’edizione 1966–67 in un piccolo compendio di ritratti fulminanti di personaggi dell’epoca (da Hemingway a Einstein, da Montale a Mao) raccontati con aneddoti pungenti, ciascuno accompagnato da una vignetta umoristica di Jacovitti a commento.

Questa formula innovativa, testi d’autore e fumetto affiancati, contribuì a trasformare un semplice diario scolastico in un prodotto editoriale vincente atteso dagli scolari con trepidazione ogni nuovo anno.

 

 

Verso la fine degli anni Sessanta, l’equilibrio tra parte letteraria e parte grafica iniziò a spostarsi definitivamente verso quest’ultima. Dal 1971–72 il diario compì un ulteriore passo evolutivo: per la prima volta venne inclusa una storia a fumetti completa di Jacovitti, a colori, con protagonisti Pippo, Pertica e Palla, sviluppata a puntate nelle pagine interne.

Da quel momento quasi ogni edizione presentò almeno un fumetto inedito. Per esempio, l’edizione 1977–78 conteneva una storia di Jak Mandolino (accompagnato dal fido e maldestro diavolo Pop Corn), quella 1978–79 un’avventura western di Cocco Bill, e la 1979–80 una storia poliziesca con il detective Cip l’Arcipoliziotto alle prese con il criminale Zagar.

Nel frattempo, l’impianto testuale “serio” andava gradualmente riducendosi, le rubriche moralizzanti lasciarono spazio a sezioni più leggere o scomparvero e in alcune edizioni di fine anni Settanta i testi educativi furono del tutto eliminati a favore del solo intrattenimento a fumetti.

Gli anni Settanta rappresentarono l’apice del successo per il Diario Vitt. In quel decennio Jacovitti era l’assoluto mattatore di quelle pagine: le sue caricature e le sue storie a fumetti dominavano il diario dall’inizio alla fine. L’umorismo surreale e iconoclasta del disegnatore, pur edulcorato quel tanto che bastava per un pubblico scolastico, rese il Vitt un oggetto di culto tra gli studenti.

Le copertine stesse del diario, vivaci e strabordanti di personaggi strampalati, diventavano immediatamente riconoscibili nello zaino di ogni ragazzo. Il Diario Vitt in questo periodo divenne un fenomeno generazionale a tutti gli effetti.
Era molto più di un semplice registro dove segnare i compiti, per migliaia di ragazzi era una lettura quotidiana, un passatempo durante le lezioni più noiose e un pretesto per scambiare battute con i compagni. Vi si trovavano barzellette disegnate, personaggi ricorrenti da seguire anno dopo anno, adesivi e giochi e un linguaggio ironico vicino allo spirito giovanile dell’epoca.

In quelle pagine convivevano il gergo scolastico e l’immaginario stralunato dei fumetti, un mix che contribuì a fare del Vitt un must per intere classi. Non a caso, ancora oggi chi era studente in quegli anni ricorda con affetto quel diario a fumetti.

La tiratura raggiunse cifre impressionanti, nei primi anni Settanta le vendite annuali superarono i 3 milioni di copie. Erano numeri da capogiro, impensabili per un’agenda scolastica odierna. Il Vitt era diventato un vero cult popolare, un’icona pop italiana unica e riconoscibile.

A questo punto Jacovitti comincia a mettersi contro gli studenti. Il suo umorismo salace e “cattivo” non risparmiava nessuno e non fece sconti ai contestatori di quegli anni turbolenti: si videro spesso presi in giro e messi alla berlina.

 

 

Il successo del Diario Vitt fu tale da innescare numerose imitazioni e concorrenti. Sull’onda del gradimento per i “diari a fumetti”, altri editori lanciarono i propri diari scolastici ispirati a personaggi dei fumetti famosi: comparvero così negli anni Settanta i diari di Topolino e Paperino, il diario di Linus con personaggi delle strisce omonime (come i Peanuts o B.C.), ma fu verso la fine del decennio che emerse una nuova agenda giovanile come Smemoranda, dal taglio più politicizzato.

Nata a Milano nel 1978 con le collaborazione del nostro Sauro Pennacchioli, auto prodotta nei primi anni in un clima post-’77, Smemoranda è un agenda pop, ironica. Fu pensata come autofinanziamento per il partito di Democrazia Proletaria, come oggetto da condividere in classe e tra amici. Fu proprio Smemoranda se non ad uccidere il diario Vitt, a farlo apparire all’improvviso anacronistico.

 

 

Nonostante il calo di popolarità, il diario Vitt sarebbe continuato da uscire se non si fosse verificato un episodio che incrinò il rapporto tra Jacovitti e l’editore cattolico, determinando la brusca interruzione delle pubblicazioni del diario che cessarono nel 1980 con l’edizione 1980–81.

Le cause della chiusura non furono dichiarate ufficialmente, ma sono comunemente attribuite a un episodio risalente al 1977 quando il fumettista aveva dato alle stampe la sua opera più controversa: il “Kamasultra”, una rilettura in chiave ironica e dissacrante del famoso testo indiano riveduto e corretto dalla penna al vetriolo di Marcello Marchesi.

L’Ave ritenne che l’immagine familiare del Diario Vitt, così profondamente legato allo stile di Jacovitti, fosse stata irrimediabilmente compromessa da quella “scellerata impresa” e, secondo il critico Goffredo Fofi, decise di porre fine alla lunga collaborazione con Jacovitti, chiudendo così la stagione del Diario Vitt e lasciando orfani molti affezionati lettori.

 

 

Va tuttavia ricordato che il “mito” del Diario Vitt ebbe alcuni tentativi di revival negli anni successivi, sebbene con minor impatto. Negli anni Ottanta l’idea fu ripresa dall’editore Pentapolis, che pubblicò alcuni “Diario Jacovitti” non legati a uno specifico anno scolastico, con materiali d’archivio di Jacovitti per mantenere vivo il formato.

Successivamente, nei primi anni Novanta, fu la storica azienda di cartoleria Cartiere Paolo Pigna a rilanciare il marchio: dal 1992 Pigna ottenne la licenza e distribuì nuove edizioni del Diario Vitt, realizzate dallo Studio “Il Soldatino” (di Vezio Melegari, agente di Jacovitti) con materiali grafici originali dell’autore. Questi tentativi riuscirono a prolungare la presenza del Vitt nelle cartolerie fino alla fine degli anni Novanta.

Tuttavia la concorrenza di altre agende e di nuovi media ebbe la meglio, le vendite calarono drasticamente tanto che nel 2001 Pigna annunciò la chiusura definitiva della produzione, constatando che le copie vendute erano ormai poche migliaia.

 

 

Il Diario Vitt ha lasciato un’impronta indelebile nell’immaginario di più generazioni di italiani. Per chi ha vissuto gli anni della scuola tra i Cinquanta e i Settanta, quel diario rappresenta un oggetto di culto, un ricordo indelebile, il simbolo di un’epoca. Molti collezionisti e appassionati ancora oggi cercano le vecchie copie del diario, che è diventato un ambito oggetto da collezione.

Fu un oggetto quasi magico che influenzò le abitudini scolastiche degli studenti di mezza Italia, da semplice registro dove annotare i compiti a casa si trasformò in un diario personale dove annotare pensieri, incollare figurine e raccogliere dediche degli amici.

In definitiva, il Diario Vitt è stato un fenomeno generazionale perché ha saputo intercettare lo spirito di un’epoca (il bisogno di leggerezza nel contesto scolastico del dopoguerra e del boom economico) trasformandolo in un prodotto di massa. La sua formula, fumetto, ironia e vita studentesca, ha creato uno standard imitato a lungo, e il suo ricordo permane come parte della cultura pop italiana del Novecento.

 

 

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