David Mazzucchelli è uno degli disegnatori più “puri” del panorama del fumetto americano. La sua parabola assomiglia a un percorso obbligato dove un creatore passa da un “virtuosismo al servizio del mainstream” a una dimensione autoriale seguendo una profonda esigenza interna dettata da una concezione “alta” del fumetto come forma espressiva. Per arrivare a ciò, Mazzucchelli ha dovuto ripensare tutti gli strumenti del suo lavoro arrivando a utilizzare colore, gabbia, balloon e lettering per sostenere la trama e la psicologia dei personaggi; e spazi bianchi, ellissi e silenzi per coinvolgere il più possibile il lettore. Tutto questo lo ha portato a una sintesi dove la forma e il significato si fondono e arrivano a coincidere. Ripercorriamo la sua storia. Devil Dopo aver esordito in Marvel nel 1983 sulle pagine di Master of Kung Fu n. 121, David Mazzucchelli passa su quelle di Devil nel 1984, con il n. 206, esponendosi a una platea di lettori che ancora si sentono orfani di Frank Miller. Un’eredità quella di Miller che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Inchiostrato da Danny Bulanadi che in parte ne offusca le matite, all’inizio Mazzucchelli riesce a mettere in mostra solo una narrativa visiva di derivazione cinematografica con campi e controcampi e carrellate descrittive. Le cose cambiano quando si inchiostra da solo, come sul n. 220 del 1985, dove mette in mostra un segno già maturo, fatto di figure chiare, ombre funzionali e un’economia di linee rara a vedersi in un giovane. Born Again Dopo averlo sostituito sulle pagine di Devil, Mazzucchelli nel 1986 incontra Miller su quelle stesse pagine e insieme danno vita a quella pietra miliare che risponde al nome di “Born Again”. Miller fungerà da catalizzatore nella accelerazione, la messa a fuoco e il raggiungimento della maturità “supereroistica” da parte di Mazzucchelli. Questo avviene anche grazie al particolare metodo di lavoro utilizzato dai due. Frank Miller abbozzava la storia, poi i due la “smontavano” e la ricostruivano insieme; quindi Miller stendeva il full script che David Mazzucchelli metteva in scena con proprie scelte di regia e di storytelling. Mazzucchelli stesso lo racconta in un intervista al The Comics Journal (n.194) e nell’introduzione alla “Daredevil: Born Again Artist’s Edition” (Idw) del 2012. Year One David Mazzucchelli e Frank Miller si erano talmente piaciuti che l’anno dopo riformarono la coppia, stavolta per la DC Comics e alzarono ulteriormente l’asticella con “Batman: Year One”. Per Mazzucchelli, questa prova coincise col raggiungimento di un apice clamoroso, in “Batman: Year One” possiamo contemplare un disegno dove c’è tutto l’essenziale e non c’è niente di superfluo, l’autore mette in mostra un controllo assoluto della pagina, dell’equilibrio tra bianchi e neri e del ritmo narrativo che diventerà un modello per il Batman degli anni successivi. Riguardando l’Artist’s Edition della Idw (2024), si comprende come l’autore stesso deve essersi accorto di aver raggiunto un “punto di non ritorno” oltre il quale nel fumetto mainstream non era possibile andare, e abbia cominciato a maturare la svolta che lo avrebbe portato a “Rubber Blanket”. Il periodo di transizione Dopo l’acclamato “Batman: Year One”, Mazzucchelli era considerato una superstar del fumetto supereroistico. Avrebbe potuto imporre qualsiasi progetto ma non andò così. Dopo “Chiaroscuro” realizzato in coppia con Ann Nocenti, apparso su Marvel Fanfare n. 40, si ferma per circa un anno, durante il quale studia il fumetto underground e i libri per l’infanzia. Nl 1990 invia un portfolio alla rivista Raw di Art Spiegelman, che viene respinto, e inizia a frequentare l’ambiente del fumetto alternativo e delle antologie indipendenti (per esempio Nozone, con la quale collaborerà). Segue corsi di stampa e printmaking e matura il proposito di creare libri che parlino anche a chi non legge più fumetti: «Un pacchetto che non spaventi gli adulti». È ormai pronto per “Rubber Blanket”. Rubber Blanket C’è da chiedersi se Mazzucchelli non avesse già intuito, a fine anni ottanta, che di lì a poco ci sarebbe stata l’affermazione delle graphic novel. Sta di fatto che nel 1991 fonda con Richmond Lewis la Rubber Blanket Press (Hoboken) e pubblica #1, un antologia oversize autoprodotta, con suoi racconti come “Near Miss”, “Mope & Grope” e “Dead Dog”. Rubber Blanket è il tampone in gomma delle stampatrici offset, a rimarcare l’importanza che Mazzucchelli attribuisce in questa fase al lavoro svolto in tipografia decidendo la carta, gli inchiostri e la resa di stampa. Nelle storie brevi di Rubber Blanket, Mazzucchelli prova sintesi, ritmo, segno e soluzioni visive che porterà poi in City of Glass e Asterios Polyp, le sue opere più mature. City of Glass Se lo si guarda da vicino, il segno di Mazzucchelli in City of Glass non è poi così diverso da quello di Batman: Year One. È tutto il resto che cambia. La prima pagina si apre con una classica griglia a 9 vignette ben strutturata che durante la narrazione si sfalderà di pari passo con lo sfaldarsi della psiche del protagonista. Da pag. 15 a pag. 23 il discorso di Stillman esce dalla sua bocca trasformandosi in oggetti/icone, Mazzucchelli sta “traducendo” la prosa in iconografia. Art Spiegelman, l’autore di Maus, cita sempre questa sequenza come quella che gli “fece cadere la mascella”. In questo adattamento del libro di Paul Auster, Mazzucchelli ci mostra quello che il fumetto sa fare meglio del cinema: rendere visibile l’invisibile del testo con scelte formali che diventano contenuto. Zero Zero Dopo il tour the force di City of Glass (144 pagine), Mazzucchelli tira un po’ i remi in barca e fino ad Asterios Polyp (2009) si dedica quasi solo a racconti brevi, antologie e illustrazioni singole collaborando per lo più con la rivista “underground” Zero Zero edita da Fantagraphics. Nel 1995 realizza per Zero Zero “Stop the Hair Nude”, una storia sull’ossessione di un censore giapponese per i peli pubici femminili (che in Giappone vengono regolarmente sfocati per legge nelle immagini delle pubblicazioni). Nel 1996, David Mazzucchelli realizza “Stubs” una storia di tono più leggero ma altrettanto profonda dove analizza la follia della giovinezza impersonificandola in una matita. Ma la migliore storia di Mazzucchelli per Zero Zero è del 2000, è “Still Life”, che si presenta come un astratta meditazione sul tempo. Asterios Polyp Ad Asterios Polyp, Mazzucchelli lavora per 9 anni con un’ossessione che ricorda da vicino quella di Magnus per il texone. Alla fine ne esce un capolavoro che nel 2010 vince l’Eisner Award per la sezione “miglior album grafico inedito” e l’Harvey Award per la sezione “Best single issue or story”. Asterios Polyp racconta la caduta e la rinascita di un arrogante architetto di mezza età, però il senso profondo dell’opera non sta nella storia ma, come nel “Garage ermetico” di Moebius, sta nel disegno. L’autore utilizza tutti i mezzi a sua disposizione per creare il suo capolavoro. Utilizza la voce narrante del fratello morto per esplorare la dualità, il colore come sintassi, la linea, il lettering e i ballon a fini espressivi, l’architettura delle tavole per descrivere gli stati mentali e chi più ne ha più ne metta. Il dopo Asterios Polyp Dopo Asterios Polyp, Mazzucchelli si è un po’ allontanato dalla ribalta pur continuando a essere attivo nel mondo dell’illustrazione. Nell’estate del 2009 il MoCCA ( Museum of Comic & Cartoon Art) di New York gli dedica una retrospettiva: ”Sounds and Pauses: The Comics of David Mazzucchelli”. Dal 2010 ad oggi Mazzucchelli risulta docente di Cartooning alla School of Visual Arts di New York. Nel 2012 esce “Daredevil: Born Again Artist’s Edition” (Idw) la prestigiosa edizione “a misura di tavola” pluripremiata. Nel 2024 esce “Batman: Year One Artist’s Edition“, nuovo volume Idw con i suoi layout completi. Allo stato attuale non esistono annunci pubblici affidabili di un nuovo graphic novel firmato Mazzucchelli, ma nessuno ci impedisce di continuare a sperare. Navigazione articoli GLI SPECIALI DI ZAGOR RACCONTATI DALL’AUTORE MATITE BLU 446