Parte I – Andare contro il proprio tempo

Ci sono autori che costruiscono la propria fortuna intercettando i gusti del pubblico. Altri, invece, sembrano divertirsi a sfidarli. Max Bunker (Luciano Secchi) appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È questo il paradosso che attraversa tutta la sua carriera, pochi autori italiani hanno conosciuto un successo popolare così vasto e, nello stesso tempo, hanno dimostrato una simile ostinazione nel non seguire mai la strada più facile.

A prima vista può sembrare una contraddizione. In fondo Bunker è uno dei protagonisti dell’editoria da edicola, un autore che conosce perfettamente le regole del fumetto seriale e i meccanismi del mercato. Eppure, osservando con attenzione i suoi personaggi, emerge una costante sorprendente, ognuno nasce come una deviazione rispetto alle mode del momento.

Kriminal prende il fumetto nero e ci aggiunge critica sociale e sessualità, Alan Ford prende le spy story e le butta in satira.

È un metodo creativo preciso, prendere un genere e smontarlo dall’interno.

Per questo motivo Daniel rappresenta forse l’esempio più puro della sua poetica. Non perché sia il suo personaggio più riuscito, ma perché è quello in cui il rifiuto delle convenzioni diventa quasi programmatico.



La metà degli anni Settanta segna per Bunker un momento di passaggio. La lunga collaborazione con Magnus, culminata nell’esperienza irripetibile di Alan Ford, sta arrivando al termine. Per quasi un decennio i due hanno formato una delle coppie artistiche più importanti del fumetto, ma ogni sodalizio creativo, prima o poi, esaurisce il proprio ciclo.

Sarebbe stato naturale limitarsi ad amministrare il successo di Alan Ford, continuando a vivere di rendita. Bunker sente il bisogno di misurarsi con qualcosa di completamente diverso.

È una scelta coraggiosa, perché coincide con uno dei periodi più turbolenti della società italiana. Gli anni Settanta sono segnati dal terrorismo, dalla criminalità diffusa, dalla paura urbana e da una crescente sfiducia nelle istituzioni. Il cinema registra immediatamente questo cambiamento.

Nasce così il poliziottesco, il genere che più di ogni altro fotografa le ansie del Paese. Le città diventano giungle metropolitane, i delinquenti sembrano onnipotenti e i commissari rispondono alla violenza con una violenza ancora maggiore. Sullo sfondo si avverte chiaramente l’influenza di Dirty Harry, il poliziotto duro, insofferente verso le regole, convinto che la legge sia un ostacolo anziché uno strumento di giustizia.

Il pubblico sembra chiedere proprio questo.

Uomini che sparano.

Giustizieri.

Vendicatori.

Commissari duri come la roccia.

È esattamente il momento in cui Max Bunker avrebbe potuto creare il suo Harry Callahan italiano. Sarebbe stato facile. Conosceva i gusti del pubblico e avrebbe avuto tutti gli strumenti per cavalcare quella moda.

Scelse invece di fare ciò che aveva sempre fatto: prendere il sentiero opposto.

E da quella decisione nacque Daniel.

 

Parte II – Il poliziotto che rifiutava la violenza

Se il pubblico degli anni Settanta si aspettava un nuovo commissario pronto a svuotare il caricatore contro i criminali, Daniel dovette apparire quasi un errore editoriale.

Bunker, infatti, non costruisce il suo protagonista seguendo il modello dominante del periodo, ma lo concepisce come la sua negazione. Dove il poliziottesco celebra l’azione, Daniel privilegia il ragionamento; dove il commissario cinematografico si affida alla pistola, Daniel cerca prima il dialogo; dove il genere propone una divisione netta tra buoni e cattivi, Bunker continua a cercare le zone d’ombra.

È una differenza che va oltre il semplice carattere del protagonista. È quasi una presa di posizione morale.

Anche quando si trova davanti al peggior criminale, Daniel non perde mai la convinzione che la forza debba rappresentare l’ultima risorsa. Non è un ingenuo, né un pacifista disarmato. Sa usare le armi, sa affrontare il pericolo, sa rischiare la vita. Ma considera ogni colpo sparato una sconfitta.

Per Bunker il vero eroe non è chi uccide meglio degli altri.



È chi riesce a non farlo.

In questo senso Daniel è probabilmente il personaggio più morale mai creato dall’autore di Kriminal. Può sembrare un paradosso, proprio l’uomo che aveva scandalizzato l’Italia con il criminale in tuta di scheletro inventa qualche anno dopo uno dei poliziotti più rispettosi della vita umana del fumetto italiano.

Ma il paradosso è soltanto apparente.

Bunker non ha mai glorificato la violenza. Perfino in Kriminal e Satanik il delitto alla fine non paga. Daniel porta semplicemente questa riflessione alle sue estreme conseguenze.

Anche le storie confermano questa scelta.

Il lettore che si aspetta una successione di inseguimenti, regolamenti di conti e sparatorie resta spiazzato. Bunker preferisce costruire intrecci nei quali il mistero psicologico pesa quanto l’azione. L’identità, la responsabilità individuale, il senso della colpa e perfino il caso diventano elementi centrali della narrazione.

Lo dimostra già l’idea di partenza della serie, una delle più originali mai concepite da Bunker. Attraverso uno scambio d’identità, Daniel e William Hicok finiscono per vivere vite che non appartengono loro. Non è soltanto un espediente spettacolare, è un modo per interrogarsi su cosa renda davvero un uomo se stesso. Il volto? Il nome? Il passato? Oppure le scelte morali che continua a compiere?

Sono domande insolite per un fumetto d’azione destinato alle edicole.

Ed è forse proprio qui che si nasconde il fascino di Daniel.

Bunker utilizza il poliziesco come un contenitore, ma dentro quel contenitore inserisce temi che appartengono più al noir esistenziale che al poliziottesco italiano.

Ancora una volta, l’autore non segue la corrente.

La risale.


Parte III – Il fumetto che il pubblico degli anni Settanta non era pronto a leggere

Se Max Bunker aveva deciso di sfidare il pubblico sul piano narrativo, la scelta di Frank Verola ai disegni contribuiva ulteriormente a rendere Daniel un oggetto fuori dagli schemi.



Dopo quasi dieci anni trascorsi accanto a Magnus, sarebbe stato naturale cercare un autore capace di riprodurne il tratto. Molti lo avrebbero fatto, nel tentativo di rassicurare i lettori con qualcosa di familiare. Bunker, invece, sceglie un’altra strada.

Verola possiede uno stile elegante, pulito, profondamente debitore della grande scuola americana della striscia realistica. Nelle sue tavole si avverte l’eco di Alex Raymond, soprattutto del Rip Kirby proseguito da John Prentice,  figure slanciate, recitazione misurata, ambienti credibili, un bianco e nero costruito più sull’equilibrio che sull’enfasi. È un disegno che cerca la naturalezza invece dell’effetto speciale.

Anche sotto questo aspetto Daniel rifiuta il linguaggio dominante del fumetto popolare degli anni Settanta. Mentre molte serie puntano su un segno aggressivo, dinamico e spettacolare, Verola preferisce la chiarezza del racconto. I suoi personaggi non sembrano attori di un film d’azione, ma uomini e donne reali. Perfino le scene più tese mantengono una compostezza quasi classica.

È una scelta perfettamente coerente con la scrittura di Bunker. Testi e disegni sembrano rincorrere lo stesso obiettivo, togliere invece che aggiungere. Ridurre gli eccessi, evitare la retorica, riportare il poliziesco entro una dimensione più umana.

Purtroppo il mercato non premia questo coraggio.

Le vendite restano modeste e la serie si conclude dopo appena trenta numeri. Letto con gli occhi dell’epoca, il risultato sembra quasi inevitabile. Il pubblico compra Daniel aspettandosi un fumetto poliziesco tradizionale e si trova invece davanti un racconto che mette continuamente in discussione le convenzioni del genere.

Ed è qui che la storia di Daniel diventa sorprendentemente moderna.

Negli ultimi vent’anni il pubblico si è abituato a protagonisti complessi, moralmente sfumati, lontani dagli stereotipi del giustiziere infallibile. Le migliori serie televisive hanno dimostrato che il fascino di un personaggio nasce spesso dai suoi dubbi più che dalle sue certezze. La violenza non è più necessariamente celebrata, anzi, viene spesso raccontata come un fallimento o come un prezzo da pagare.

In questo panorama Daniel non apparirebbe affatto un personaggio anomalo.

Al contrario, sembrerebbe straordinariamente contemporaneo.

Le inquietudini di Daniel dialogano con la sensibilità del lettore del XXI secolo molto più di quanto dialogassero con quella del lettore degli anni di piombo.

A distanza di cinquant’anni, Daniel non appare come un esperimento fallito, ma come una delle intuizioni più coraggiose di Max Bunker. Un autore che, ancora una volta, avrebbe potuto limitarsi a seguire il vento del mercato e preferì invece remare controcorrente.



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