Il nome di Giorgio Carpinteri occupa un posto singolare nella storia del fumetto italiano. Autore difficilmente classificabile, lontano sia dalle convenzioni del fumetto popolare sia da quelle della graphic novel contemporanea, Carpinteri ha costruito nel corso di pochi anni un universo visivo inconfondibile, nel quale memoria, architettura, design, cultura di massa e sperimentazione grafica convivono in un equilibrio sorprendente. Le sue tavole, dense e visionarie, sembrano appartenere a una dimensione sospesa tra il sogno e il reperto archeologico, tra il futuro immaginato e un passato mai del tutto scomparso. La sua opera si colloca nel momento irripetibile del rinnovamento del fumetto italiano degli anni Settanta e Ottanta, ma possiede una voce così personale da sfuggire a qualsiasi scuola o movimento. Carpinteri non si limita a raccontare storie, costruisce mondi. Le sue immagini, ricche di dettagli e di suggestioni, invitano il lettore a perdersi in paesaggi urbani decadenti, in architetture impossibili e in atmosfere che sembrano provenire da una modernità alternativa. Proprio per questo la sua parabola artistica lascia una sensazione di incompiutezza. Quando il suo linguaggio appariva ancora capace di evolversi e di aprire nuove strade espressive, la produzione fumettistica si fece più rara fino quasi a interrompersi. Rimane così l’impressione di trovarsi davanti a un talento immenso, capace di influenzare generazioni di autori, ma che il fumetto italiano non ha avuto il tempo di vedere svilupparsi pienamente. Le opere che ci ha lasciato bastano a consacrarlo tra i grandi innovatori del medium, ma lasciano inevitabilmente il desiderio di ciò che avrebbe ancora potuto creare. Giorgio Carpinteri entrò in contatto con la redazione della rivista Il Mago inviando spontaneamente le sue tavole alla casa editrice Mondadori quando era ancora un giovane studente universitario al Dams di Bologna. All’epoca il mondo delle riviste di fumetti d’autore (guidato da testate storiche come Linus) riceveva regolarmente proposte da giovani talenti emergenti da tutta Italia. Nel corso del 1978, il ventenne Carpinteri inviò a Milano le sue prime storie autoconclusive complete di testi e disegni. La rivista era diretta in quel periodo da Beppi Zancan. La redazione, colpita dall’originalità del tratto geometrico in bianco e nero del giovane autore bolognese, decise di scommettere su di lui. L’impatto fu così positivo che nel giro di pochi mesi la rivista pubblicò due suoi lavori (“L’ultima storia di Oz” a settembre e “Sotto la cometa” a dicembre). L’amicizia tra Igort (Igor Tuveri) e Giorgio Carpinteri comincia sui banchi di scuola, il loro rapporto nasce a Bologna alla fine degli anni ’70. I due si conoscono frequentando il Liceo Artistico della città. Condividono da subito una profonda insoddisfazione per il fumetto tradizionale dell’epoca e una passione travolgente per le avanguardie artistiche del Novecento (come il Futurismo, il Costruttivismo russo e la Pop Art), oltre che per la musica New Wave e Punk che in quegli anni esplodeva proprio a Bologna. Finito il liceo, il loro legame si sposta all’università, all’interno dell’ambiente ribollente del Dams. È qui che l’amicizia si trasforma in collaborazione professionale. Igort, dotato di grande spirito organizzativo, coinvolge Carpinteri nelle sue primissime avventure editoriali autoprodotte, come la fanzine underground Il Pinguino sulla quale Carpinteri pubblicherà nel 1979. Il 1980 rappresenta un anno silenzioso ma cruciale per Giorgio Carpinteri, che lavora essenzialmente “sotto traccia”. In questo periodo si concentra sulla progettazione grafica e sulla realizzazione di tavole destinate alla fanzine sperimentale bolognese “Nemo”, pubblicata dalla cooperativa di autori Storiestrisce. Questo materiale vedrà la luce l’anno successivo, quando la rivista Linus dedicherà alla fanzine uno storico inserto speciale intitolato “Nemo presenta: In fondo è metrò”, ospitando la sua celebre storia Mr. Universo. Si tratta di una storia breve, sviluppata in 8 pagine, uscita nel mese di ottobre del 1981 sul numero 199 della prestigiosa rivista Linus. La storia rispecchia pienamente lo stile d’avanguardia che Carpinteri comincia a sviluppare, caratterizzato da un forte segno geometrico, spigoloso, influenzato dal futurismo, dal cubismo e dal design d’arredamento del Gruppo Memphis. Nel 1981 Carpinteri esordisce sulla rivista d’autore più prestigiosa d’Italia, Frigidaire, con una storia nata dal desiderio di dissacrare e capovolgere un pilastro della sua infanzia: il Signor Bonaventura di Sergio Tofano. L’autore bolognese concepì la fulminante “Incrocio magico” fondendo ricordi nostalgici dei vecchi giornalini, atmosfere noir metropolitane e il clima di ribellione punk tipico della Bologna di quegli anni. L’idea centrale fu quella di prendere le fattezze inconfondibili dell’eroe candido del Corriere dei Piccoli – tradizionalmente premiato con un milione di lire – e trasformarlo in un serial killer. Fino a quel momento, Carpinteri si era ispirato al tratto denso e ricco di neri dell’autore argentino José Muñoz. Per dare corpo a questa folle idea, decise invece di “raddrizzare” e semplificare le linee mescolando il fumetto classico col cubo-futurismo. Con “Mumble Mumble” (Frigidaire 1982 ) Giorgio Carpinteri compie un passo decisivo nella definizione del proprio linguaggio visivo, introducendo un uso del colore che omaggia i maestri del passato. Da De Chirico Carpinteri sembra ereditare il gusto per le atmosfere sospese e stranianti, costruite attraverso accostamenti cromatici irreali e una luce che non appartiene al mondo naturale ma a una dimensione mentale. Le architetture, le piazze e gli oggetti assumono così un carattere enigmatico, come se fossero frammenti di un sogno o di una memoria deformata dal tempo. Da Depero proviene invece l’energia dinamica del colore, la sua funzione costruttiva e decorativa. I contrasti netti, le campiture vivaci e la semplificazione geometrica delle forme richiamano il futurismo fantastico dell’artista trentino, filtrato però attraverso la sensibilità postmoderna di Carpinteri. “Polsi Sottili” è probabilmente il capolavoro narrativo di Giorgio Carpinteri e uno dei vertici dell’esperienza di Valvoline. Pubblicato a puntate nel 1983 sulle pagine di Alter Alter all’interno dell’inserto Valvoline Motorcomics, il racconto rappresenta il momento in cui la ricerca grafica dell’autore raggiunge la piena maturità. Ciò che rende straordinario “Polsi Sottili” è il modo in cui Carpinteri costruisce il mondo. Le città sembrano giganteschi organismi meccanici, attraversati da tubature, ingranaggi, insegne luminose e architetture impossibili. L’influenza di Depero, del futurismo e del design italiano emerge ovunque, ma filtrata attraverso una sensibilità postmoderna che mescola fumetto, pubblicità, musica, moda e avanguardie artistiche. Le tavole non sembrano disegnate: sembrano progettate. Ogni pagina è una macchina visiva in movimento. “Fred” (Frigidaire 1984) è una delle opere più elusive della fase finale del primo Carpinteri. Appartiene a quel gruppo di racconti brevi in cui l’autore abbandona quasi completamente la narrazione tradizionale per concentrarsi sull’atmosfera, sull’associazione visiva e sulla costruzione di immagini dal forte impatto grafico. A differenza di “Polsi Sottili“, che possiede una struttura narrativa ampia e un immaginario coerente, “Fred” sembra nascere da una logica più musicale che letteraria. Carpinteri non è interessato a raccontare una storia nel senso classico, ciò che conta è il movimento delle forme, il ritmo della pagina e il rapporto tra personaggi e ambienti. Quello che colpisce, rivedendo queste pagine, è la loro modernità. Molte soluzioni sembrano anticipare il design postmoderno degli anni Ottanta, la grafica pubblicitaria e persino certe estetiche digitali successive. “Interferon” (Alter Alter 1985) è una delle ultime opere importanti del suo periodo fumettistico, prima del progressivo spostamento verso la grafica, la comunicazione e, qualche anno dopo, il lavoro televisivo come autore e art director. In un certo senso il titolo è quasi programmatico. L'”interferenza” sembra essere il vero tema dell’opera, interferenza tra media diversi, tra pubblicità e fumetto, tra design e narrazione, tra cultura pop e avanguardia. Rileggendo oggi Interferon si ha quasi la sensazione che il fumetto stia diventando qualcosa d’altro. Non più soltanto racconto disegnato, ma progetto visivo complessivo. È come se Carpinteri stesse già guardando oltre la pagina stampata. Da un lato c’è ancora il grande fumettista di “Polsi Sottili“; dall’altro si intravede il futuro art director televisivo che di lì a poco avrebbe abbandonato quasi completamente il fumetto. “Hamranger” può essere letto non soltanto come un racconto della maturità di Giorgio Carpinteri, ma come una sorta di commiato da quella stagione irripetibile del fumetto italiano che lui stesso aveva contribuito a creare. Pubblicato nel 1986 su Alter Alter, “Hamranger2 occupa una posizione particolare nell’opera di Giorgio Carpinteri. Pur non essendo il suo lavoro più celebre, può essere considerato l’ultimo fumetto di grande rilievo della sua stagione creativa all’interno del medium. Negli anni successivi l’autore avrebbe progressivamente orientato i propri interessi verso la grafica, la televisione, la direzione artistica e la comunicazione visiva, lasciando il fumetto in una posizione sempre più marginale. Riletto oggi, “Hamranger” assume così il valore di una soglia. Da una parte raccoglie molti dei temi e delle ossessioni che avevano caratterizzato la produzione degli anni precedenti: la fascinazione per la tecnologia, l’estetica postmoderna, il gusto per il design, la contaminazione tra linguaggi diversi e la costruzione di universi visivi autonomi. Dall’altra lascia intravedere un autore ormai proiettato oltre i confini della pagina disegnata. L’impressione è quella di un’opera attraversata da una sottile malinconia. Non tanto nei contenuti, quanto nella sua collocazione storica. Dopo “Polsi Sottili”, “Fred” e “Interferon”, il fumetto di Carpinteri sembra aver raggiunto un punto di trasformazione. Le immagini tendono sempre più a comportarsi come elementi di un sistema comunicativo complesso, vicino alla grafica, alla televisione e ai nuovi linguaggi dell’immagine elettronica. Per questo “Hamranger” può essere percepito come una sorta di addio. Non un addio dichiarato o nostalgico, ma il momento in cui un autore straordinariamente innovativo sembra intuire che il proprio futuro creativo si troverà altrove. Come accade spesso nelle opere di confine, il fascino del racconto nasce anche dalla consapevolezza di ciò che verrà dopo, il silenzio quasi improvviso di una delle voci più originali del fumetto italiano degli anni Ottanta. Navigazione articoli TOPOLINO MAGGIO 2026: PAPERINO DIVENTA ENEA L’IMPEGNO SOCIALE NEL FUMETTO
Uno dei grandi “What if..?” del fumetto italiano. Che cosa sarebbe successo se avesse continuato a fare fumetti? Che è un po’ come dire: che cosa sarebbe successo se Pazienza e Tamburini fossero sopravvissuti agli anni ’80 ? Magari ce li saremmo ritrovati tutti e tre a fare il Texone… Per altro, dopo molti lustri Carpinteri qualcosa ha fattoi (Aquatlantic, 2018), ma dire che se ne sia parlato molto in giro sarebbe un chiaro eufemismo. Destino abbastanza comune, in un’epoca di sovrapproduzione fumettistica. Rispondi