Il western è un po’ come il blues. Apparentemente sembra fatto di tre cose, i cavalli, i revolver, le praterie; come il blues è fatto di tre accordi. Gli ingredienti sono pochi in entrambi i casi ma nelle giuste mani, a discapito della pochezza della struttura, ne viene fuori sempre qualcosa di diverso. Se confrontiamo i grandi del Blues, B.B. King, Freddie King e Albert King, aldilà del fatto che hanno tutti e tre lo stesso cognome, nessuno suona uguale all’altro, ognuno ha in testa una propria idea di blues. Il contenitore è sempre quello, ma il contenuto cambia sempre. Lo stesso accade per il fumetto western. Ogni grande autore propone una sua personale idea della frontiera. Per Galep il West è un racconto epico; per Jean Giraud una dimensione dell’anima. Per Renzo Calegari all’inizio fu Storia. Il West come destino Quando Calegari inizia la sua carriera nel fumetto negli anni ’50 è ovvio che si ritrovi a disegnare il West, le storie di indiani e cowboy dominavano in quegli anni il mercato. Nel suo caso però potremmo vedere anche un segno del destino che lo mette da subito a contatto con quel genere di cui sarebbe diventato un maestro indiscusso. È normale, di conseguenza, anche il fatto che inizi collaborando con la casa editrice Bonelli (allora nota con varie denominazioni, come Audace e Edizioni Araldo) che ai tempi dominava il genere. Il suo percorso artistico inizia quando lascia gli studi per trasferirsi a Milano ed entrare nel celebre Studio di Roy D’Amy (Rinaldo Dami). Calegari debutta nel 1954 prestando le sue matite al Sergente York, l’anno successivo disegna i Tre Bill ed El Kid, e nel 1957 realizza Big Davy, una serie ispirata alla leggendaria figura di Davy Crockett. La documentazione come strumento di lavoro Dal 1957 al 1966 lavora per la Fleetway Publications di Londra. in quegli anni Calegari passa dal Western alle ambientazioni della Seconda guerra mondiale. Disegna numerose storie per storiche testate tascabili inglesi come War Picture Library e Battle Picture Library. Gli editori inglesi della Fleetway esigevano un realismo assoluto. Ogni divisa, mostrina, carro armato, aereo o arma doveva essere storicamente impeccabile. Calegari impara in quegli anni a fare ricerca iconografica rigorosa, raccogliendo foto, oggetti e reperti bellici nei mercatini. Questo nuovo approccio influisce anche sul suo segno grafico, che diventa drammatico, dettagliato e incredibilmente viscerale, ma soprattutto si rivelerà uno strumento di lavoro insostituibile che se da una parte diventerà centrale per la sua poetica con gli anni si rivelerà una sorta di prigione. La nascita di un capolavoro Prima del sodalizio tra Gino d’Antonio e Renzo Calegari, il western in Italia (fatta eccezione per alcune intuizioni di Gianluigi Bonelli) era spesso dominato da stereotipi fatti di cowboy infallibili e indiani cattivi che cercavano di farsi la pelle uno con l’altro. Questa cosa a D’Antonio e Calegari sembrava lontana dalla realtà. Con la Storia del West (1967) decisero di cambiarla. Entrambi avrebbero raccontato la Frontiera attraverso gli occhi di pionieri, contadini, cercatori d’oro e soldati semplici. La loro attenzione sarebbe stata rivolta in primo luogo alla fatica quotidiana del vivere. I due autori condividevano l’urgenza di mostrare il lato sporco, drammatico e tragico della colonizzazione americana. Arrivarono a lavorare in simbiosi. I testi rigorosi, storicamente inattaccabili e cronologicamente accuratissimi di D’Antonio trovavano il perfetto corrispettivo visivo nei disegni dettagliati e realistoci di Calegari. Lo stile della Storia del West Per realizzare la Storia del West Calegari scavò nella documentazione, confrontò fotografie, studiò uniformi, armi, selle, carri, villaggi indiani e fortini militari con l’attenzione di uno studioso. Ogni particolare doveva essere credibile, ogni ambiente doveva restituire l’impressione di un mondo realmente esistito. In questa ricerca ossessiva dell’autenticità Renzo Calegari si concentra soprattutto sulle persone e sugli oggetti. I suoi volti raccontano il lavoro, la fatica e il trascorrere degli anni; gli abiti sono studiati con precisione filologica; le armi, le selle, i carri, gli utensili e gli edifici sono ricostruiti con una cura spasmodica. Ma è proprio qui che emerge anche il limite della sua poetica. Per quanto accurati siano i dettagli, essi non bastano, da soli, a evocare un’epoca. Mancano nei suoi disegni di questo periodo la luce, l’aria, la polvere, i silenzi e le atmosfere. La ricostruzione è impeccabile, ma l’emozione è pressoché assente. La parentesi politico sociale Dopo aver disegnato le prime, monumentali tavole della saga della Storia del West, Calegari decise di abbandonare temporaneamente il mondo del fumetto nel 1969. Per troppo tempo non si era limitato a disegnare il West. Aveva preteso che ogni fibbia, fucile, finimento per cavalli o piega dei vestiti fosse storicamente impeccabile. Aveva passato ore a studiare saggi, fotografie d’epoca e dipinti di Frederic Remington e Charles Russell. Questo approccio rigoroso e ossessivo l’aveva completamente svuotato. In più erano gli anni della Contestazione e di fronte ai fermenti sociali del 1968 e del 1969 la frontiera americana cominciò a sembrargli un mondo di fantasia troppo distante e disconnesso dalla realtà urgente delle fabbriche e delle piazze italiane. L’artista scelse così di mettere da parte la matita per immergersi completamente nella militanza e nell’impegno politico-sociale. Welcome to Springville Come aveva fatto Gino D’Antonio con la Storia del West, anche Giancarlo Berardi con Welcome to Springville (1977) si mette al servizio della visione del West di Calegari. Rinuncia alla forte carica introspettiva tipica di un personaggio complesso come Ken Parker per costruire un racconto corale, in cui nessuna singola voce emerga mai veramente ma sia sempre il collettivo, con le sue tribolazioni quotidiane a prevalere. Calegari eccelleva nella resa dei cavalli in corsa, delle sparatorie coreografiche e delle furiose risse da saloon; lo sceneggiatore gli fornì su un piatto d’argento le sequenze giuste per esaltarlo. Inoltre all’artista furono evitate le scadenze mensili di un eroe fisso e di una continuity infinita, che tanto lo avevano stressato ai tempi della Storia del West, e gli vennero affidati dei brevi e fulminanti capitoli (di 12 o 14 pagine ciascuno) fatti su misura per lui. Lo stile di Welcome to Springville Osservando le tavole di Welcome to Springville si ha quasi l’impressione di trovarsi di fronte a un atteggiamento morandiano. Come nelle nature morte di Giorgio Morandi, nessun elemento cerca di imporsi sugli altri. Personaggi, cavalli, abitazioni, carri, recinzioni e paesaggio partecipano tutti alla stessa armonia visiva, costruita attraverso minime variazioni di tono e di valore. Tutto sembra della medesima sostanza. È una scelta di grande eleganza. Tuttavia questa ossessiva ricerca dell’equilibrio produce anche un effetto collaterale. Se ogni elemento partecipa del tutto, nulla si distingue, nulla emerge dal sottofondo per creare atmosfera ed emozione. Se la luce non isola i personaggi, se il paesaggio non acquista un valore simbolico, se gli oggetti non diventano presenze evocative, tutto finisce per confondersi in un unico magma indistinto. È un disegno che solletica la nostra componente razionale ma che non riesce a farci sognare. La sfida di Tex Come a Magnus, anche a Renzo Calegari negli ultimi anni di attività venne offerta l’opportunità, quasi un Oscar alla carriera, di confrontarsi con il personaggio di Tex. A Calegari fu affidata una storia intitolata “la ballata di Zeke Colter” (scritta da Claudio Nizzi) che venne pubblicata sull’Almanacco del West 1994. Proprio come accadde a Magnus anche per Calegari il confronto con l’icona di Tex Willer si trasformò in una sfida artistica estenuante. Nonostante Calegari a quei tempi fosse già considerato il maestro del West italiano, l’ansia da prestazione nell’affrontare il personaggio più importante dell’editoria italiana lo frenò a lungo. Impiegò anni per completare le tavole. La sua ricerca maniacale del dettaglio e il timore reverenziale verso il personaggio rallentarono la produzione al punto che la casa editrice dovette affiancargli altri disegnatori (tra cui Stefano Biglia e Luigi Copello) per ultimare il lavoro. Lo stile de “La ballata di Zeke Colter” Ben presto l’ansia reverenziale iniziale si scioglie in una totale liberazione stilistica e Calegari abbandona l’idea di imitare i canoni grafici classici di Tex, per piegare il ranger al proprio vissuto, trasformando in profondità il suo stile. il segno nitido della Storia del West e l’eccessiva armonia compositiva di Welcome to Springville lasciano il posto a un tratto estremamente pittorico e sfrangiato. Calegari usa il pennello e la spugna per creare delle tavole fortemente materiche, quasi “sporche” di fango, polvere e neve. La precisione millimetrica nella ricostruzione delle armi o dei costumi storici passa in secondo piano. La documentazione ossessiva viene sostituita dall’evocazione. I boschi innevati, le montagne rocciose e i cieli cupi non sono più semplici sfondi coreografici, ma specchi della malinconia e della solitudine dei personaggi. Il West di Calegari smette di essere prosa e diventa poesia Conclusioni La storia di Renzo Calegari è stata una lunga parabola trasformativa esistenziale che ha fatto di un giovane artista volonteroso un mito del fumetto italiano. Il giovane Calegari inizia come un disegnatore enciclopedico che sente la responsabilità di raccontare la Frontiera senza filtri. Questa ricerca spasmodica della verità storica diventerà però una prigione mentale che lo porterà allo svuotamento artistico e alla fuga nel sociale del 1969. Al suo ritorno nel 1977, Calegari è un uomo e un artista più maturo. Le tavole di questo periodo raggiungono una compostezza e un’armonia straordinarie, però l’emozione spesso e volentieri latita. Con “La ballata di Zeke Colter” Calegari riesce a lasciarsi andare completamente. Il suo tratto si fa sporco, sfrangiato, quasi impressionista. La precisione geometrica della mezza età si dissolve per fare spazio alla luce, al fango e alla commozione. Lo sguardo profondamente malinconico del suo Tex viene direttamente dalla sua anima. (Questo articolo non è stato scritto con l’intelligenza artificiale. Tuttavia le ricerche fatte per scriverlo sono state fatte con Google che sospetto utilizzi la AI. Quindi non so se si possa configurare un utilizzo indiretto o meno). Navigazione articoli Matite Blu 500 LE CONTRADDIZIONI DEGLI ANIMALI UMANIZZATI