Cesare Musatti è stato il fondatore della scuola psicoanalitica freudiana italiana. Non una semplice importazione di quella originale, ma una scuola in parte a se stante, di impostazione marcatamente umanistica rispetto a quella che nelle aree culturali tedesca e inglese si era presto orientata verso una medicalizzazione della pratica terapeutica. In questo senso, una scuola fedele al pensiero di Freud, che nel suo scritto La psicoanalisi esercitata dai non medici aveva rilevato come nel trattamento l’ampiezza delle competenze culturali del terapeuta fosse molto più utile del sapere medico. Musatti, veneto di pianura, scomparso nel 1989, accanto a saggi specialistici e alla curatela dell’edizione italiana di Freud, ha scritto libri divulgativi nei quali approfittando di piccole vicende autobiografiche spiega al grande pubblico concetti psicologici relativamente complessi. Una di queste vicende è il racconto di un suo soggiorno nella bellunese alta Val di Zoldo, probabilmente a Mareson, negli anni Trenta del novecento. Musatti era rimasto vedovo da poco ed era in compagnia di Silvia De Marchi, una sua collega di università che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie, e della famiglia del latinista Concetto Marchesi, arrampicatore sempre pronto a trovare nuove strade per il monte Civetta. Un giorno, immerso in pensieri sul proprio futuro, sbirciando dalla finestra dell’albergo Musatti vide passare un suo vecchio compagno di studi, Turolla, diretto alla casa del grecista Manara Valgimigli, pure lui frequentatore della valle. Caso volle che anche Musatti con i suoi amici e la sua collega si recassero più tardi a casa di Valgimigli, da cui Turolla se ne era già andato. Lì accadde che con il passare delle ore, Musatti si ritrovasse ad avere una sempre più forte impressione che tutte le persone presenti lo guardassero di sottecchi e ridessero di lui, un’impressione tale da portarlo alla rabbia. L’unica che gli sembrasse non prendersi gioco di lui era la Silvia De Marchi. Finalmente l’incontro ebbe termine e sulla strada del ritorno Musatti domandò alla De Marchi che cosa avessero tutti da schernirlo in quel modo. E lei gli rispose: «Lei è pazzo, pazzo da legare!». Anche Marchesi sdrammatizzò, con il suo accento siciliano: «Musatteddu, Musatteddu, che cosa ti metti in mente?». Musatti dunque si rasserenò, anche se non del tutto convinto. Due anni più tardi, Musatti sposò la De Marchi e riuscì anche a capire che cosa era successo a casa di Valgimigli. Era stato vittima di un attacco paranoico. Si rese conto che nei giorni zoldani già accarezzava l´idea di sposare la collega, ma quel desiderio era ancora sepolto nell’inconscio, la perdita della moglie era troppo recente perché potesse emergere senza risultare sconveniente ai propri e agli altrui occhi. La psiche, in conflitto tra desiderio e senso di colpa, aveva però trovato modo di liberarsi del desiderio inopportuno lanciandolo magicamente a quel Turolla visto per caso dalla finestra il quale – nel percorso onirico di una mente turbata – l´aveva poi riferito ai Valgimigli e da loro era arrivato a tutti i presenti, che dunque si erano dati di gomito nel prendersi gioco di lui… Un attacco paranoico in piena regola. Oltre a essere interessante, questa piccola vicenda rivela anche la considerazione in cui la valle di Zoldo e in generale le valli montane minori ancora non devastate da gente inconsapevole di sé e del mondo erano tenute nella prima metà del Novecento: luoghi frequentati da persone erudite e illuminate, che nella Civetta e nel Pelmo trovavano riferimenti spirituali, prima che geografici. Il volume che contiene il racconto di Cesare Musatti è Curar nevrotici con la propria autoanalisi, Mondadori, Milano, 1987, p. 57. (Testo e immagine di apertura copyright © 2026 Andrea Antonini, Berlino). Navigazione articoli TEORIA E PRATICA DELLA CURVATURA LINGUISTICA PENNACCHIOLI, ANTONINI E GIORGIO ARMANI