Cesare Civita è passato alla storia dell’editoria soprattutto per aver portato i fumetti Disney in Italia, ma la sua avventura in Mondadori è stata molto più ampia. Negli anni Trenta, Civita fu il vero e proprio motore dell’espansione internazionale e della modernizzazione manageriale della casa editrice di Segrate, un uomo capace di inventare ruoli che prima semplicemente non esistevano. CESARE CIVITA ALLA MONDADORI Arrivato alla Mondadori con una solida formazione commerciale, Civita venne rapidamente investito del ruolo di condirettore generale e, soprattutto, di capo dell’Ufficio Estero e dell’Ufficio Pubblicità. Arnoldo Mondadori, che aveva un fiuto formidabile per i talenti, capì subito di avere davanti un uomo con una visione globale. Civita non si limitava a gestire le carte: viaggiava, tesseva reti di contatti e intuiva prima degli altri dove stava andando il mercato mondiale. Fu lui a trasformare una casa editrice ancora legata a dinamiche nazionali in un player internazionale capace di dialogare alla pari con i colossi americani ed europei. Durante le trattative per i diritti di pubblicazione di autori stranieri, Civita si presentava spesso con valigie piene di campioni di stampa, bozze e grafiche innovative. In un’epoca in cui i contratti si facevano ancora con lunghe lettere formali, lui anticipava i tempi usando il “visual design” come argomento di vendita. Quando doveva convincere un riluttante agente letterario d’oltreoceano, non parlava solo di cifre, ma mostrava come il libro sarebbe apparso nelle mani dei lettori italiani. Il suo capolavoro fu la gestione dei periodici e delle Grandi Edizioni Mondadori. Civita intuì che il pubblico italiano aveva fame di un giornalismo moderno, visivo e rapido. Applicò criteri di marketing rigorosi alla vendita dei libri, convinto che la cultura dovesse essere accessibile e attraente. Introdusse tecniche di promozione della lettura che facevano impallidire i vecchi editori sabaudi, legando il marchio Mondadori a concetti di modernità e dinamismo. Cesare Civita fu l’uomo che sussurrava ai numeri e alle immagini della neonata A.P.I. (Anonima Periodici Italiani), la cassaforte dei periodici Mondadori. Lavorando a stretto contatto con un gigante della creatività come Cesare Zavattini, Civita impresse la sua mentalità dinamica e internazionale alle riviste di attualità, di costume e di intrattenimento del gruppo. Il caso più clamoroso della sua gestione fu il rilancio de Le Grandi Firme. Nata come rivista letteraria raffinata fondata da Pitigrilli, era un prodotto d’élite che faticava a fare grandi numeri. Nel 1937, Mondadori ne rilevò la proprietà e affidò la direzione a Zavattini, ma fu Civita, come mente commerciale e organizzativa, a orchestrare la metamorfosi del quindicinale in un fenomeno di massa. Il segreto del successo fu un mix di racconti rapidi, brillanti, scritti dai migliori autori italiani, uniti a una veste grafica di forte impatto. Per la copertina del nuovo corso delle Grandi Firme, Civita e Zavattini decisero di puntare su un illustratore torinese allora noto soprattutto per i cartelloni pubblicitari: Gino Boccasile. Civita voleva un’immagine che rompesse i toni grigi e seriosi della stampa dell’epoca, qualcosa che saltasse all’occhio nelle edicole. Boccasile inventò così la “Signorina Grandi Firme”: una donna dalle forme generose, prosperosa, moderna e sorridente, fasciata in abiti aderenti. Fu un colpo di fulmine collettivo. La rivista schizzò a tirature pazzesche per l’epoca (superando le trecentomila copie), e gli italiani facevano la fila per accaparrarsene una, affascinati da quell’erotismo solare e stilizzato che Civita aveva sdoganato con intuito puramente pop. Un altro laboratorio importante in cui Civita mise lo zampino fu il settimanale Il Secolo Illustrato. La rivista utilizzava la rotocalcografia, una tecnologia di stampa all’avanguardia che permetteva di riprodurre le fotografie con una nitidezza mai vista prima. Civita, ossessionato dalla modernizzazione visiva dei giornali, spinse per trasformare il periodico in una sorta di anticipazione italiana dei grandi rotocalchi americani, focalizzandosi su fotoreportage d’impatto, cronaca dal mondo e curiosità scientifiche o di costume. Sempre all’interno della galassia dei periodici Mondadori, Civita si occupò della macchina organizzativa dietro a riviste popolari e d’intrattenimento puro come Il cerchio verde, un mensile dedicato al genere giallo e al mistero, molto amato dal pubblico. La sua ultima grande impronta fu la pianificazione e la tessitura dei contatti internazionali per un progetto che avrebbe visto la luce solo nel 1939, firmato da Alberto Mondadori: il settimanale Tempo. Sebbene Civita non abbia potuto firmarlo a causa della sua estromissione forzata nel 1938, fu lui a impostare originariamente i canali, i contratti di esclusiva con le agenzie fotografiche estere e la mentalità da “giornalismo per immagini” che avrebbe reso Tempo la risposta italiana alla celebre rivista americana Life. I FUMETTI DISNEY Se nel settore dei libri e dei periodici Cesare Civita era un innovatore, nel campo dei fumetti fu il catalizzatore di una vera e propria rivoluzione culturale ed economica per la Mondadori. Fu lui l’uomo chiave che intuì il potenziale di un linguaggio considerato “infantile” e lo trasformò in un impero editoriale. Quando si accorse che il materiale americano di Topolino non bastava a coprire le pagine o arrivava in ritardo a causa dei tempi di spedizione transatlantica, non si perse d’animo. Convocò i migliori illustratori italiani dell’epoca, come Giove Toppi e Antonio Rubino, e disse loro: “Se gli americani non mandano i disegni, i personaggi di Disney li facciamo muovere noi”. Fu l’inizio della gloriosa scuola italiana del fumetto Disney. Civita gestiva i fumetti con la stessa precisione scientifica con cui curava i bilanci dell’Ufficio Estero. Capì che il fumetto Disney non era solo un passatempo per bambini, ma uno straordinario veicolo pubblicitario e di fidelizzazione. Curava maniacalmente la qualità della stampa, la scelta dei colori (allora una rarità costosa) e la traduzione delle storie, che doveva essere frizzante e adattata al gusto italiano, pur mantenendo lo spirito originale. La sua ascesa fulminea si interruppe bruscamente nel 1938. Le leggi razziali fasciste lo costrinsero, in quanto ebreo, a lasciare la Mondadori e l’Italia. Ma il legame con Arnoldo era così stretto e fondato sulla stima che, persino durante l’esilio in Argentina, i due continuarono a scriversi e a collaborare a distanza. EDITORE DI FUMETTI IN ARGENTINA In Argentina, Civita applicò esattamente lo stesso modello appreso e perfezionato alla Mondadori. Fondò la casa editrice Abril e, indovina un po’? Portò i fumetti di Walt Disney anche a Buenos Aires. L’arrivo di Cesare Civita a Buenos Aires dopo la fuga dall’Italia non fu un ripiego, ma l’inizio di una vera e propria seconda vita editoriale. Fondata la casa editrice Abril, Civita capì che il pubblico argentino aveva una fame enorme di storie d’avventura. Se in Italia aveva consolidato il mito di Topolino, a Buenos Aires decise di battere una strada più adulta, realistica e per certi versi rivoluzionaria, dando vita a testate leggendarie. La mossa vincente arrivò nel 1948 con il lancio di Misterix, una rivista che avrebbe cambiato per sempre la storia del fumetto argentino. Il personaggio che dava il nome alla testata, Misterix, era un eroe fantascientifico (creato da Max Massimino Garnier e Paul Campani), un inventore che combatteva il crimine grazie a una tuta speciale in grado di generare un campo magnetico protettivo. Civita intuì che quel mix di azione e modernità era perfetto per i lettori dell’epoca. Il vero colpo di genio di Civita, tuttavia, non fu solo l’importazione di materiale dall’Italia, ma la creazione di un formidabile nucleo di talenti locali e internazionali a Buenos Aires. Fu così che agganciò un giovane e allora semi-sconosciuto disegnatore veneziano: Hugo Pratt. Arrivato in Argentina insieme al gruppo della cosiddetta “Scuola di Venezia” (tra cui Alberto Ongaro e Mario Faustinelli), Pratt trovò in Civita l’editore ideale, capace di dare spazio alla sua libertà espressiva. Proprio sulle pagine delle pubblicazioni della Abril di Civita, Pratt diede vita a pietre miliari del fumetto mondiale. Tra queste spicca Sgt. Kirk (Sergente Kirk), su testi dello sceneggiatore Héctor Germán Oesterheld. Kirk era un soldato che disertava per difendere i nativi americani, trattati finalmente non come selvaggi stereotipati, ma con dignità e spessore umano. Oesterheld, geologo prestato alla scrittura, si presentò alla Abril con soggetti rivoluzionari ma commercialmente rischiosi per l’epoca. Civita, invece di frenarlo, lo accoppiò alla matita dinamica e cinematografica di Pratt. I due lavoravano in una sintonica anarchia: Pratt spesso modificava le sceneggiature di Oesterheld direttamente sulla tavola se intravedeva un’inquadratura più drammatica, e Oesterheld, vedendo i disegni, riscriveva i dialoghi per adeguarli alla potenza visiva di Pratt. Da questo caos creativo nacquero capolavori come Sgt. Kirk e Ticonderoga. Il sodalizio con Oesterheld fu centrale per il successo dei fumetti di Civita fino a quando lo sceneggiatore, spinto dal desiderio di una totale indipendenza artistica, decise di fondare la propria casa editrice (la Frontera), dove creò L’Eternauta. Ma l’impronta impressa da Cesare Civita rimase indelebile: applicando la mentalità manageriale e la cura editoriale apprese alla Mondadori, trasformò l’Argentina in una delle capitali mondiali del fumetto d’autore. Accanto a Misterix, l’universo dei fumetti della Editorial Abril si arricchì rapidamente di altre testate fondamentali che segnarono l’età dell’oro del fumetto argentino. Nel 1947 Civita lanciò Salgari, una rivista contenitore inizialmente pensata per i classici d’avventura, e nel 1949 fu la volta di Rayo Rojo, un tascabile focalizzato su storie d’azione e supereroi che ottenne un successo clamoroso. C’era poi Cinemisterio, nata nel 1950, che intercettava il gusto dell’epoca mescolando il linguaggio del fumetto a trame marcatamente cinematografiche e gialle. Inoltre, grazie ai suoi vecchi contatti stretti ai tempi della Mondadori, Civita mantenne saldamente la licenza esclusiva per la pubblicazione dei fumetti di Walt Disney in gran parte del Sud America: testate come El Pato Donald (Paperino) diventarono pilastri economici insostituibili per la Abril, garantendo all’editore la liquidità necessaria per finanziare le sue scommesse più rischiose. LA DITTATURA DI VIDELA Se nei fumetti Cesare Civita si dimostrò un pioniere, fu nel vasto mare delle pubblicazioni non disegnate che la Editorial Abril svelò la sua anima più complessa, diventando uno specchio delle trasformazioni sociali dell’Argentina. Civita applicò a Buenos Aires la formula del rotocalco moderno appresa a Milano, muovendosi tra letteratura per l’infanzia, fotoromanzi e riviste femminili ad altissima tiratura. Il primo mattone di questo impero extra-fumetto fu posato durante gli anni difficili della Seconda guerra mondiale con i Pequeños Grandes Libros. Intuendo la scarsità di carta causata dal conflitto, Civita importò dagli Stati Uniti il formato tascabile dei Better Little Books: volumetti piccoli, spessi, economici, perfetti per le tasche dei bambini. Fu un successo clamoroso che unì l’intrattenimento all’alfabetizzazione di massa, e che vide la collaborazione di Héctor Oesterheld prima che si dedicasse interamente alle sceneggiature d’avventura. La vera rivoluzione commerciale e di costume arrivò però nel 1948 con il lancio di Idilio, una rivista dedicata al pubblico femminile che cavalcava il boom del fotoromanzo, genere importato direttamente dall’Italia grazie ai legami con Mondadori e Cino Del Duca. Idilio non si limitava a far sognare le lettrici con storie d’amore fotografate, ma inaugurò una rubrica rimasta nella storia della cultura argentina: “El psicoanálisis te ayuda” (La psicanalisi ti aiuta). Sotto il regime peronista, molti intellettuali e professori universitari critici erano stati progressivamente emarginati dalle istituzioni. Tra questi c’era Gino Germani, destinato a diventare il padre della sociologia moderna in Argentina. Civita, fedele al suo spirito solidale, decise di dare lavoro a Germani e ad altri accademici alla Abril. Germani accettò di curare la rubrica di posta del cuore di Idilio analizzando i sogni inviati dalle lettrici, ma lo fece firmandosi con lo pseudonimo di “Richard Rest”. Negli anni Sessanta, Civita replicò il successo con Claudia, una rivista patinata per la donna moderna e raffinata. Claudia non parlava più solo di maglia e cucina; affrontava apertamente temi tabù per l’epoca come il femminismo, l’indipendenza economica delle donne, il controllo delle nascite e le nuove tendenze della moda parigina. Parallelamente, la Abril si aprì all’informazione e all’attualità d’ampio respiro con testate come Panorama e Siete Días Ilustrados. Queste non erano semplici riviste di cronaca, ma laboratori di giornalismo d’inchiesta che utilizzavano le licenze dei grandi gruppi europei e americani per coprire la politica globale. Attraverso questa fitta rete di carta stampata, Civita riuscì nel miracolo di creare un’editoria di massa che non rinunciava mai alla qualità culturale, trasformando la Abril in un gigante dell’opinione pubblica sudamericana. Il declino e la drammatica vendita della casa editrice, tuttavia, non furono dettati da ragioni commerciali, ma dalla violenta tempesta politica che investì l’Argentina negli anni Settanta. Civita, liberale e antifascista, aveva costruito un’azienda aperta, internazionale e culturalmente indipendente. Con l’avvento della dittatura militare di Jorge Rafael Videla, la Abril finì nel mirino del regime. Le pressioni per censurare le pubblicazioni e licenziare i giornalisti ritenuti “sovversivi” si fecero insostenibili. Il culmine della tensione si raggiunse nel 1976, quando l’appartamento di Civita a Buenos Aires venne preso a fucilate da un commando. Capito che la sua vita e quella della sua famiglia erano in grave pericolo, l’editore fuggì in Brasile. Lontano dal Paese, nel 1977 Civita fu costretto a svendere la Editorial Abril, che venne ceduta in esilio a un consorzio argentino in cui era subentrato come partner il gruppo italiano Rizzoli. Dietro questa operazione finanziaria si muovevano le ombre della loggia massonica P2 di Licio Gelli, che godeva di enormi coperture politiche. Privata della guida illuminata del suo fondatore e gestita in modo disastroso dalla nuova proprietà, la Abril imboccò una progressiva crisi finanziaria che la portò al fallimento nel 1982, chiudendo per sempre uno dei capitoli più gloriosi dell’editoria sudamericana. (L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto creativo e redazionale per questo articolo). Navigazione articoli MATITE BLU 492 LE TRE STAGIONI DI IGORT
Mi raccontava Hugo Pratt che lui con Civita si faceva forte dell’essere ebreo. Solo da parte di madre, ma per gli israeliti è l’ascendenza che conta di più. Quando Oesterheld fondò la sua editrice, Civita fu dispiaciuto di perdere anche Pratt, e lo congedò con le parole ironiche: “vedo che sa contare” perché sul momento Oesterheld lo pagava di più. Almeno fino alla prossima crisi economica ricorrente in Argentina. Rispondi