Numero 3637 del 6 agosto

–   Copertina di Ivan Bigarella, simpatica ma ennesima vacanziera: stavolta è il turno di Topolino, che si mostra adagiato su un trono di sabbia che lui stesso ha costruito (almeno questo è ciò che si pensa vedendolo munito di paletta e secchiello), con un’espressione stanca ma soddisfatta e lo sguardo perso nel vuoto. Cosa vorrà mai dirci la rivista? Che dobbiamo dedicarci all’ozio dimenticando le nostre attività quotidiane, i nostri affetti, i nostri interessi? Che ogni cosa va sacrificata sull’altare del puro divertimento, e che il mese di agosto non deve comportare il minimo impegno da parte nostra? Eppure si sarebbero potuti veicolare messaggi ben più profondi, anche alla luce della nuova storia di Casty che inizia in questo numero e che avrebbe meritato la copertina – e forse anche quelle dei prossimi numeri.

–   Le vestigia di Z – episodio 1, di Casty: a Brasilia, dove Eurasia (accompagnata da Topolino e Pippo) sta partecipando a un convegno su “misteri e misteriosità” nel tentativo di interessare il grande pubblico alle sue ricerche su Atlantide, i tre amici salvano un barbone che sta per essere rapito dalle Lepri Viola, e che afferma di essere l’ultimo re di Z, una colonia di Atlantide, pur non ricordando altro del suo passato. I tre lo accompagnano nel paese di Indolencia, ai bordi della giunga amazzonica, dove era comparso mesi prima e dove è ormai di casa (tutti lo chiamano “Bo”, che sta per “begli occhioni”). L’esplorazione che ne segue porta il quartetto sino a Rocha Presunta, un gigantesco rudere nella giungla dove una chiave che Bo ha con sé fa emergere una mappa che indica l’ubicazione di Z, a 100 miglia di distanza nella parte più remota dell’Amazzonia. A questo punto arrivano le Lepri Viola e le cose sembrano mettersi male… il seguito alle prossime puntate, ma intanto questa prima parte basta e avanza per rendersi conto della bravura dell’autore friulano, ormai legittimo erede di Floyd Gottfredson, come e forse anche più di Romano Scarpa, che presto se n’era distanziato. Non è detto che proprio questa storia sia la migliore mai realizzata da Casty, anche perché la sua ultima, la “Spectralia Antartica”, aveva raggiunto un livello incredibile, che nessun altro autore contemporaneo, neanche Nucci e Gervasio, hanno mai avvicinato; e tuttavia non c’è vignetta, non c’è battuta, che non faccia gridare al capolavoro. Sembra davvero di star leggendo una storia di Gottfredson, di quelle sceneggiate da Walsh, o addirittura dall’ultimo De Maris, e la qualità dei disegni è almeno pari a quella dell’immenso autore americano. C’è solo da sperare che le altre due puntate non abbiano cedimenti e che il finale sia all’altezza delle premesse: pochi giorni e sapremo anche questo.

I quattro protagonisti poco prima di passare all’azione

 

–   La vacanza all’ultimo pino, di Matteo Venerus e Paolo Di Lorenzi: invidioso del suo vicino Anacleto, Paperino si cerca una vacanza-lavoro e la trova: si tratta di contare i pini della località turistica “Pinewoods”, nella speranza che si rivelino più numerosi di quelli della vicina (e loro concorrente) “Pinewood”. L’incarico sembra facilissimo, ma Paperino scopre ben presto che contare centinaia di pini senza perdere il conto o venire disturbato dagli animali e da tanti piccoli inconvenienti, non è facile. Quando alla fine ci riesce manda il numero totale, che in effetti assegna la vittoria a Pinewoods, al sindaco dell’altra località. I suoi guai, dopo questo errore, sono solo all’inizio…

–   Il tornado intelligente, di Giovanni Barbieri e Cristian Canfailla: nuova storia della serie “In science we trust”, che vede un’insolita alleanza fra tre delle menti più brillanti dell’universo disneyano, cioè Enigm, Zapotec e Marlin (con Atomino a supporto), è centrata sulla “super-pila-Blix”, un’invenzione in grado di produrre enormi quantità di energia, della quale gli scienziati hanno bisogno per rimettere in funzione la loro macchina del tempo. Purtroppo per loro la super-pila si rivela una truffa, tanto è vero che il suo stesso ideatore ne simula il furto, aiutato dalla sua segretaria: per sua sfortuna proprio i tre scienziati recupereranno la super-pila e scopriranno che non funziona.

–   Siamo serie stagione 3 – senza via di shampoo, di Sergio Badino e Silvia Ziche: si chiude la terza “stagione” della saga “Siamo serie”, che prende in giro le serie televisive e che ha dato la possibilità a un ottimo Badino di sfoggiare una serie di situazioni e battute surreali come raramente si vedono sulla rivista. Paperina e Chiquita, che stanno producendo una serie a tema horror per Paperone, erano state citate per plagio da Pestifer Nolent ma, con un bel colpo di scena, si fanno perdonare affidandogli la regia dell’ultimo episodio della serie, “Sciacquing”, parodia di Shining e ambientato nell’Overbook Hotel. Strane creature aliene (interpretate da Paperino e Paperoga) si nascondono nei meandri dell’albergo e rubano gel e shampoo, di cui sono ghiotte, con gli ospiti che, bloccati dalla neve, non possono rimpiazzarli. Anche una presenza oscura (Battista) si aggira nell’albergo, e finisce per spaventare veramente Umperio Bogarto (che è stato riutilizzato nelle stagioni della saga dopo un’assenza decennale). Alla fine, dopo che si è scoperto che il programma concorrente di Rockerduck è stato realizzato con le ormai onnipresenti AI, la serie di Paperina e Chiquita ha successo e le due autrici si godono un meritato trionfo. Attendiamo con ansia i prossimi sviluppi: un Badino così in forma non si era mai visto, anche se, alla quarta puntata, le battute surreali iniziano a farsi ripetitive e le trovate per variare ogni volta lo stesso copione – un nuovo episodio da girare, un nuovo film da parodiare – cominciano a scarseggiare. Nell’insieme, però, la saga – e forse questa terza “stagione” è la migliore – resta un piccolo capolavoro, uno di quelli per cui vale comprare (o tornare a farlo) la rivista. Sempre ottimi i disegni della Ziche, particolarmente a suo agio con le trame umoristiche e capace, in passato, anche di scriverne in prima persona

La parodia della famosa scena dell’ascensore in Shining, con lo shampoo al posto del sangue

 

–   Pippo diventa Spider-Man, di Steve Behling, Riccardo Secchi e Francesco D’Ippolito: Pippo Parker, studente del professor Archimede, vuole aiutare la zia Tessie a pagare il mutuo, dal momento che si trova costretta a vendere lo zio Ben (il loro sidecar). Recatosi da Archimede, viene morso da un ragno (trovato nella soffitta di casa sua) che lo scienziato rende radioattivo per errore e diventa quindi “Spider-Pippo”. Come nella storia originale, il nostro eroe si lascia sfuggire i cattivi (i Bassotti), che nel corso della fuga si impadroniscono dello zio Ben ma finiscono per distruggerlo. Compreso il suo errore, Spider-Pippo si riscatterà riuscendo ben presto a catturarli, e potrà così’ incassare la taglia e rimettere in sesto lo zio Ben. Ennesimo crossover fra Marvel e Disney, si tratta di una delle storie migliori della serie, il che non significa che sia un capolavoro: ma almeno gli elementi disneyani e marvelliani si fondono abbastanza bene in quella che alla fine è una buona parodia della prima apparizione di uno dei supereroi più famosi di sempre. Pippo è un po’ fuori parte, e certo non è abbastanza giovane da diventare uno studente credibile (anche il suo aspetto fisico rimane le stesso), né si capisce cosa ci facciano i Bassotti o Archimede insieme a lui: ma questi crossover ci hanno abituati a un continuo rimescolamento di tutti i personaggi e dei loro ruoli, e ormai non ci si fa più caso. Nell’insieme la storia merita la sufficienza (anche se è un po’ corta, ma tutti i crossover della serie sono lunghi 24 pagine, come gli albi americani ai quali sono destinati), e i disegni di D’Ippolito, pur non straordinari, la rendono credibile. Difficilmente vedremo di meglio, in questa operazione interminabile che sinora ha offerto più delusioni che storie interessanti.

Pippo, la zia Tessie e lo “zio Ben”

 

La retrocopertina di Skottie Young

 

Numero 3638 del 13 agosto

–   Copertina di Andrea Freccero, ed è la quinta consecutiva “vacanziera”. Stavolta Paperino torna protagonista, sempre sulla solita spiaggia, sempre circondato dagli inevitabili “oggetti da ombrellone”: protezione solare, paletta, secchiello, bevanda tipo “cola”, rivista di enigmistica. A differenza di ciò che si era visto nelle altre copertine, stavolta è un po’ nei guai, in quanto è rimasto avvolto nelle corde di un vecchio “gioco da spiaggia”: si tratta del “going”, un gioco di moda negli anni ’70 e oggi dimenticato ma al quale Paperino, chissà perché, dev’essere affezionato. Si gioca in due, e infatti compagno del papero più famoso del mondo è un gabbiano, anch’esso col cappello da marinaio. La copertina è simpatica, certamente la migliore delle vacanziere, ma resta, senza risposta, la solita domanda: è proprio obbligatorio dedicare alla vacanza al mare il mese di agosto? Magari una copertina “montagnosa”, anche se vacanziera come le altre, non avrebbe stonato. Cinque dedicate al dolce far nulla sulla spiaggia iniziano ad essere troppe.

–   RV holiday, di Marco Bosco e Giorgio Cavazzano: storia della serie “Topolino in giallo”, che ripropone l’amato-odiato “Topolino detective”, anche se con storie di livello piuttosto buono e ricche di mistero, vede il Topo in vacanza nel parco di Green Pine, in camper e in compagnia di Minni. Ma ben presto iniziano a succedere cose strane nel piccolo campeggio scelto da Topolino, e dove alloggiano altri camperisti: qualcuno, nottetempo, buca loro le gomme, poi li deruba degli oggetti più disparati (che verranno trovati gettati in un fosso), poi scompare una persona allontanatasi furtivamente, una persona il cui taccuino è pieno di strani simboli… come in ogni giallo che si rispetti, i misteri si accumulano, inspiegabili in apparenza, ma il genio di Topolino troverà ben presto la soluzione, semplice ed elegante. Non siamo ai livelli di Agatha Christie, ma la storia non sfigurerebbe nei Gialli Mondadori, dove anzi se ne trovano di ben peggiori. Bosco conferma le sue capacità di sceneggiatore attento e puntuale, con in mano una storia che presenta una trama intrigante (se non avvincente), senza snaturare i personaggi e nonostante quello del Topolino-detective sia un cliché che ha stufato il lettore sin dagli anni ’70 (ma almeno, al posto di Basettoni, abbiamo a che fare con i simpatici rangers di Green Pine). Altalenanti i disegni di Cavazzano, che pure non delude sui molti personaggi di contorno. Il suo Topolino, una volta agile e scattante, adesso è imborghesito, a tratti infantile, ma nonostante i molti detrattori resta ancora espressivo e dinamico come pochi.

Un Topolino risoluto, con Minni e un ranger, si avvicina alla soluzione del mistero

 

Il diabolico Gastronomicon, di Giovanni Eccher e Luca Usai: storia della serie “Lord Hatequack presenta”, vede Paperino chiedere aiuto a Pico per vincere un concorso culinario. Pico possiede il Gastronomicon, libro pieno di ricette infallibili ma pericolose, e Paperino se ne impadronisce di nascosto trovandovi la ricetta di una torta al cioccolato che gli fa vincere il concorso. Ma chi la assaggia cade vittima di un incantesimo che lo costringe a sfornarne altre senza mai fermarsi, a costo di saccheggiare tutte le dispense di Paperopoli alla ricerca di zucchero e farina. Un contro-incantesimo di Pico salverà la situazione prima che l’intera città cada vittima della torta stregata.

 L’affare malandrino, di Magnus Forsberg, Ragnild Holmas e Wanda Gattino: storia di produzione scandinava in cui Paperino, deciso a dimostrare le sue capacità di affarista al ricco zio, cade vittima di un truffatore che, forse reminiscente del Totò che vendeva la fontana di Trevi al turista americano, gli “vende” il Duckburg Bridge. Paperino vi installa un casello e riesce a farsi pagare i pedaggi dagli automobilisti in transito, diventando ricco, finché Jones, invidioso, non fa lo stesso. La rissa fra i due viene sedata dalla polizia, che rivela la truffa a Paperino e, peggio ancora, gli fa sapere che il ponte appartiene a Paperone, al quale andranno girati i soldi riscossi coi pedaggi.

–   … e io chi sono?, di Tito Faraci e Ottavio Panaro: un misterioso personaggio sfreccia, in soggettiva, fra le strade di Paperopoli. Tutti lo conoscono, tutti lo salutano, lui risponde a tutti. Di chi si tratta? Lo si scopre nell’ultima vignetta: è Qui, con casco (è su un motorino) e mantellina rossa.

–   Le vestigia di Z – episodio 2, di Casty: continua, con una spettacolare sequenza ricca di inseguimenti, sorprese e veri colpi di scena, l’avventura del quartetto, capeggiato da Eurasia, che sta cercando Z, la colonia perduta di Atlantide che dovrebbe trovarsi in Amazzonia. Eurasia, Topolino e Pippo, con lo smemorato Bo che afferma di essere il “re di Z”, vengono attaccati dalle Lepri Viola e, dopo che Bo è stato catturato, riescono a fuggire. Nel tentativo di liberare il loro amico i tre amici inseguono il treno delle Lepri, che si apre a forza un varco nella giungla sino a raggiungere il posto in cui si trova Z: ma la città si trova sottoterra, protetta da un sottile strato di vegetazione che cede sotto il peso del treno. A questo punto i nostri amici vengono catturati e scoprono con orrore la vera identità di Bo: è lui il capo delle Lepri Viola, che un tempo si era avventurato da solo nella giungla alla ricerca di Z e vi ha perso la memoria in circostanze ancora non chiarite. Ritrovata la memoria e il suo vero aspetto, Bo – il cui vero nome è Lord Volpeker – si fa aprire le porte di Z da Eurasia, la sola capace di decifrare gli indizi nascosti dagli atlantidei, e vi fa un ingresso trionfale: tutto è ricoperto d’oro (nient’altro interessa alle Lepri Viola) e tutto sembra ormai perduto. La conclusione alla prossima puntata. E ancora una volta Casty strappa applausi a scena aperta, con un ritmo serrato, una totale assenza di pause (quelle che ci sono nascondono sempre un nuovo colpo di scena) e disegni di un fascino incredibile, come forse mai si erano visti sulla rivista: la doppia tavola con cui si chiude la puntata è forse la scena più spettacolare apparsa in una storia disneyana, paragonabile, forse anche superiore, alle celebri scene “distruttive” di Carl Barks. Siamo di fronte a un vero capolavoro, e siamo fortunati a poterlo apprezzare negli stessi giorni in cui è stato realizzato, e non dopo decenni di elogi e di imitazioni, come è oggi per le opere di Gottfredson e Scarpa. Il nome di Casty, un giorno, sarà affiancato al loro.

La città di Z, in quella che è forse la scena più bella mai apparsa sulla rivista

 

Numero 3639 del 20 agosto

–   Copertina di Corrado Mastantuono, che interrompe la serie delle vacanziere e rende omaggio – finalmente – alla storia di Casty che si conclude in questo numero. Per quando l’autore romano non sia Casty, e il suo stile spigoloso poco assomigli a quello dell’autore friulano, non si può negare che questa volta si sia superato, con un’illustrazione che ci mostra i tre protagonisti – Eurasia, Topolino e Pippo – in fuga dalle Lepri Viola e dal loro capo, il temibile Lord Volpeker, e che rende perfettamente sia il pericolo che incombe su di loro che il senso di avventura che domina la storia di Casty. La resa di Pippo, peraltro più spettatore che protagonista della storia, non è delle migliori, ma la copertina, anche e soprattutto per l’eccezionalità della storia a cui si riferisce, diventa subito una delle migliori dell’anno.

–   Le vestigia di Z – episodio 3, di Casty: si chiude, con un finale forse atteso ma non per questo meno coinvolgente, la quinta storia della saga “atlantidea”, iniziata una ventina di anni fa e diventata col tempo l’opus magnum dell’autore friulano. Una saga degna delle avventure di Merril De Maris e Floyd Gottfredson e che è andata migliorando ad ogni storia sino a raggiungere livelli che forse neanche Scarpa aveva mai raggiunto nel suo periodo migliore. La terza puntata, che ricorda certe avventure di Martin Mystère, a cominciare dalla prima, vede le lepri Viola saccheggiare senza ritegno l’oro di Z innestando così una catastrofe da cui nessuno avrà scampo: le lamine d’oro di cui la città è ricoperta servivano infatti a tenere lontani i “picchistrelli”, uccelli capaci di squagliare le rocce più dure e quindi, alla lunga, di far collassare l’intera città. Le Lepri Viola, tentando di salvarsi dalla catastrofe, finiscono in una trappola che farà perdere a tutti la memoria – e stavolta si presume per sempre – e si disperderanno, chissà dove e chissà per quanto tempo, nella giungla amazzonica. È lo stesso Lord Volpeker, pentito delle sue azioni in seguito ai rimproveri mossigli da Eurasia, a condurre i suoi uomini e sé stesso nella trappola, tornando a trasformarsi nel mite e gentile Bo dell’inizio. I tre protagonisti, invece, restano intrappolati nella città in sfacelo, ma vengono salvati all’ultimo momento dal vero re di Z, un indigeno che avevano incontrato in precedenza in un villaggio nella giungla, e che racconta loro di come i discendenti di Atlantide abbiano ormai perso ogni memoria dei loro antenati e della madrepatria. La scoperta della civiltà perduta è dunque rinviata a una prossima storia: e le Lepri Viola, torneranno? C’è un solo appunto che si può fare a Casty, ed è l’avere utilizzato ben poco Topolino (e per niente Pippo), con una tecnica che ricorda un po’ quella di Bill Walsh da Eta Beta in poi: mettere da parte Topolino per dare spazio al coprotagonista (in questo caso Eurasia) e all’antagonista (stavolta Volpeker con le sue Lepri Viola). Ma la bellezza dell’avventura, e dei disegni che la accompagnano, è tale da far passare ogni difetto in secondo piano. A quando il seguito, con nuove avventure, nuovi avversari, e nuove città perdute da scoprire?

Un’altra spettacolare visione di Z, con i quattro protagonisti soli di fronte alla grandiosità dell’ignoto, esaltata dai chiaroscuri di Casty

 

–   L’anello della Gorgone, di Enrico Faccini: storia molto particolare, che vede Faccini, disegnatore dal tratto morbido come si usava una volta (ricorda un po’ quello di Luciano Gatto, cacciato anni fa senza troppi complimenti perché “fuori moda”), cimentarsi con una sua trama ricca di riferimenti alla mitologia classica, e che vede Amelia protagonista assoluta. L’idea della strega è di pietrificare Paperone servendosi di un anello in grado di conferirle i poteri di Medusa, e sottrargli così, senza resistenza da parte sua, il famoso decino. Dove trovare l’anello? Amelia deve scovare una statua della Dea Atena in fondo al mar Egeo, sottrarle un anello magico e “riprogrammarlo” per i suoi scopi. Ma le cose non vanno come sperato: una statua di Medusa, alla quale Amelia ha “affidato” l’anello, decide di tenerselo e di tornare in Grecia per potersi reincarnare. La strega deve allearsi con Paperone, seguire la statua sino alla fine del suo viaggio, e infine tenderle un agguato e distruggerla. L’anello, tuttavia, verrà recuperato dalla Dea Atena in persona, sotto forma di un gufo severo e capace di punire Amelia per aver mischiato magia e mitologia. Sorprende, ovviamente in positivo, Faccini, che si era sempre cimentato con storie quasi solo umoristiche e che nessuno credeva capace di ideare una storia di notevole complessità e dai risvolti un po’ sinistri. Eppure l’autore ligure, dimostrando ancora una volta che nella rivista la cultura è sempre di casa, riesce a stupire (ed anche ad istruire con citazioni colte) il sorpreso lettore. La storia non è eccezionale, né lo sono i disegni, ma in fin dei conti ci è mai importato, in passato, quando a scrivere storie come questa era il celebrato Guido Martina? E quando i disegni erano di Gatto o di Asteriti? Se rimpiangiamo quei tempi, non potremo che apprezzare lo sforzo di Faccini per riproporceli (e infilarci in mezzo una citazione da una vecchia storia di Gottfredson).

La statua di Medusa si ribella ad Amelia

 

–   La multa ricorsiva, di Francesco Vacca e Marco/Stefano Rota: Paperino riceve una multa per divieto di sosta, e a quanto pare non si tratta della prima. Per pagarla in forma ridotta deve recarsi entro mezzogiorno a un certo ufficio postale, che riesce a prenotare online. Dopo di che salta in macchina e, nonostante il navigatore gli dica che non possa fare in tempo, servendosi di scorciatoie ai limiti della legalità e infine lasciando nuovamente l’auto in divieto di sosta, riesce a farcela per pochi secondi e a pagare la multa ridotta. Intanto alcuni poliziotti scoprono la sua auto in divieto di sosta e la multano ancora: ecco spiegato il motivo delle multe “ricorsive”!

–   Il segreto del tarallium, di Giovanni Barbieri e Cristian Canfailla: storia della serie “In science we trust”, in cui Zapotec, Marlin ed Enigm sono alleati, vede i tre scienziati in crisi perché i tentativi di trovare una fonte di energia alternativa a quella fornita alla macchina del tempo dal cristallo di “tarallium” sono falliti. Si scopre che il cristallo apparteneva a una collezione di minerali dello zio di Lilly, una ragazza che un tempo piaceva a Zapotec: gli scienziati la rintracciano e vengono mandati a scavare in una miniera, dove troveranno un altro cristallo, ma anche pericoli e un piccolo colpo di scena: Lilly non ricambiava l’interesse di Zapotec, ma la sorella “scontrosa” Violet sì.

–   La gara della (s)fortuna, di Alexander Kirkwood Brown e Massimo Fecchi: storia di produzione danese che vede Paperino e Gastone alleati, sia pure per volontà di zio Paperone, deciso a fargli vincere un torneo di beach-volley mentre indossano i suoi costumi da bagno. Su uno yacht, i due partono per l’isola dove si giocherà la finale, ma naufragano da un’altra parte, con un alternarsi di sfortune (paperinesche) e fortune (indotte da Gastone). Alla fine la sfortuna sembra avere la meglio: per due decimi di secondo non arrivano in tempo alla finale. E invece Paperone farà affari d’oro lucrando sul racconto della loro avventura, superata anche “grazie ai suoi costumi e attrezzature”.

 

Numero 3640 del 27 agosto

–   Copertina di Francesco D’Ippolito, che si segnala sia per essere l’ennesima vacanziera che per essere la peggiore dell’anno: in mare aperto zio Paperone, in compagnia di Qui, Quo e Qua, sta conducendo una piccola barca a vela verso chissà quali lidi. Quattro paperi, quattro becchi spalancati, quattro paia di occhi fuori dalle orbite, nessuna espressione: quale messaggio potrà mai dare al lettore una copertina del genere? Che andare in barca è pericoloso? Che le vacanze a oltranza, come quelle suggerite dalla rivista, abbrutiscono? Sarebbe stato meglio lasciare la scena al commissario Topalbano, che si limita a fare capolino da un tondino aggiunto a posteriori, e che avrebbe meritato l’intera copertina.

–   La voce del mandorlo, di Francesco Artibani e Giampaolo Soldati: ritorna trionfalmente, con la sua quinta avventura, il commissario Topalbano, parodia del leggendario Montalbano ideata da Artibani 12 anni fa, e disegnata allora da un Cavazzano al massimo della forma. La sua quarta avventura, in trasferta a Topolinia, risale solo all’ottobre scorso, ma il successo del personaggio, tra le migliori invenzioni dello sceneggiatore romano, è ormai tale che riproporlo più spesso non sembra una cattiva idea. Oltretutto in questa occasione torna la parodia vera e propria, con tanto di ambientazione siciliana, personaggi di contorno, dialetto, insomma tutti quegli elementi che hanno fatto la fortuna dell’originale ed anche di questa sua rivisitazione. La storia di questo numero si riallaccia a quelle in cui viene esplorato il difficile rapporto tra Montalbano e suo padre, in questo caso sostituito da un più disneyano zio (Gero) e, cosa insolita di questi tempi, vi compaiono la mafia e una serie di pericoli che sembrano molto realistici, a partire da un tale che deve scavarsi (letteralmente) la fossa e che verrà salvato solo all’ultimo momento. Ad ogni modo, in una delicata indagine che coinvolge anche suo zio, Topalbano agisce in incognito e si fa aiutare dal solo Topolino, che non esita ad attraversare mezzo mondo per affiancare quello che è ormai un amico: l’unione fa la forza e la collaborazione fra il poliziotto “ufficiale” e quello dilettante dà i suoi frutti, con qualche momento spassoso (come Topolino che finge di essere uno spietato killer mafioso ma non riesce a indossare correttamente il passamontagna) che si alterna ad una storia dal registro drammatico, dove si vedono fucili e persino bombe sul punto di esplodere. Per una volta la redazione ha scelto bene: dopo il capolavoro di Casty serviva una storia di buon livello per non deprimere troppo l’immagine della rivista, e questa, anche se non è la migliore del ciclo (che rimane la prima, anche per i disegni di Cavazzano), è certamente fra quelle più riuscite e che valorizzano come poche sia le grandi capacità di uno sceneggiatore come Artibani, ormai arrivato al punto di non deludere mai qualunque cosa scriva, che quelle di un disegnatore come Soldati, forse meno conosciuto di tanti altri ma non per questo meno bravo, e il cui stile molto classico valorizza spesso le storie che disegna. Questo mese di agosto, fra il capolavoro di Casty e il ritorno di Topalbano, non si dimenticherà facilmente.

Topalbano e Topolino in azione: Soldati, col suo stile classico, riesce a valorizzarli

 

–   Tutto il resto è questionabile, di Andrea Malgeri: torna il “questionabile” Que, il quarto nipotino dal berretto giallo che Malgeri ha ripreso da un vecchio errore del 1980, quando il pur esperto Tony Strobl disegnò per errore una vignetta con quattro nipotini. La non-esistenza di questo quarto nipotino fu poi certificata da una storia del 1992, con Paperino che giocò uno scherzo ai suoi “veri” nipoti fingendo che avessero un fratello, e infine da Malgeri, che un anno fa cercò di trovare una spiegazione razionale giocando sul concetto di multiverso, tornato di moda da qualche tempo: un’invenzione di Newton riempì infatti il mondo di tanti Que, tutti gialli e tutti diversi tra loro, e farli tornare nei loro mondi non fu facile. Da questa storia nasce lo spunto per una nuova vicenda: un “essere” che vive al di fuori del Multiverso, sorta di Q in salsa disneyana, si trasferisce nel nostro mondo assumendo l’aspetto di Que e finendo per umiliare, con la sua bravura e simpatia (peraltro artificiosa) i veri nipotini. Non contento, li fa sparire ad uno ad uno sino a restare da solo, e ci vorrà, di nuovo, l’intervento di Newton, per riportare il nostro universo alla sua condizione precedente, con i soli Qui, Quo, Qua e senza l’essere minaccioso, rimandato da dove proveniva. Tuttavia, “questo è solo l’inizio”, come dice sogghignando Que prima di sparire. Intanto, in casa di Paperino, appare dal nulla un berretto viola. La storia non è male (anche se i disegni sono a malapena sufficienti), ma forse sarebbe stato meglio lasciare “Que” nella sua condizione primitiva: un bizzarro ed inspiegabile errore, così strano da aver fatto nascere una specie di leggenda disneyana. Materializzare l’errore, farlo diventare uno scherzo di un essere dispettoso e potentissimo depotenzia la leggenda, rendendola banale, e le storie che Malgeri vi ha cucito intorno non sono così memorabili da poter dire che ne valesse la pena. Ma ogni anno che passa gli spunti originali diminuiscono. Meglio un Que oggi, allora, che una storia riciclata mille volte, ieri, oggi e domani.

Un tronfio Que finisce per umiliare i veri nipotini

 

–   La tremenda scalata, di Vito Stabile e Marco/Stefano Rota: Paperone si reca da Rockerduck perché, incredibile ma vero, deve concludere un affare con lui. L’ascensore del suo palazzo non funziona, e il magnate deve salire a piedi trenta piani di scale, incontrando tutti gli impiegati del rivale. Questi, a differenza dei suoi, hanno molto tempo libero, oziano, si divertono, giocano a calcetto, si cibano di tartufi: tutte cose che fanno inorridire Paperone, che tratta i suoi in tutt’altro modo e si vede costretto a rimproverare Rockerduck accusandolo di non essere un “vero magnate”. Il rivale lo prende sul serio: appena l’ascensore viene riparato, si fa pagare per consentirgli di usarlo.

–   Il prodigioso passo pippesco, di Francesco Pelosi e Alessio Coppola: il passo di cui si parla altro non è che una camminata all’indietro, che Pippo adotta ogni volta che deve ritrovare qualcosa, a partire dal buonumore. Il suo entusiasmo è contagioso: Clarabella, che ha perso un orecchino, inciampa subito e ritrova l’oggetto perso (in realtà vi è finita sopra cadendo); Minni riesce a ritrovare l’autobus che aveva perso per pochi secondi (camminando all’indietro imbocca fortunosamente una scorciatoia per la fermata successiva), e Topolino ritrova Pluto, che si era perso inseguendo un gatto (camminando all’indietro torna a casa, dove era tornato anche il suo cane).

–   L’accoppiata fortunata, di Marco Bosco e Valerio Held: Gastone è odiato dai suoi vicini, che non ne possono più della sua fortuna sfacciata e di tutte le cose che vince in continuazione. Una delle sue ultime vincite consiste in una vacanza nel “Club dei servizievoli”, dove tutti devono mostrarsi gentili e aiutare gli altri. E quindi, per quanto lui si dimostri antipatico, in effetti tutti lo aiutano e sono gentili, anche troppo; alla fine Gastone, sconcertato, se ne tornerà a casa, dove riprenderà a rivaleggiare con Paperino per farsi benvolere da Paperina. La cosa lo farà sentire meglio ma, senza dirlo a nessuno, un po’ rimpiangerà l’insolita vacanza appena conclusa.

 

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