Nel 1954 i rappresentanti delle emittenti radiotelevisive europee si riunirono a Ginevra per accordarsi su un libero scambio di programmi sia radiofonici sia televisivi. E lo fecero sia sul piano amministrativo sia su quello tecnico. Già che c’erano misero in piedi alcune manifestazioni folcloristiche come i Giochi senza frontiere e l’Eurofestival, propriamente l’European Song Contest, assieme ad altri spettacoli paneuropei utili a rinsaldare la pace tra nazioni che si erano scannate fino a pochi anni prima, o almeno questa fu la motivazione ufficiale, credo usata sul piano politico per giustficare gli investimenti della faccenda.

Nacque così l’Eurovision, Eurovisione per chi non mastica l’inglese. Dal punto di vista tecnico l’impresa fu titanica, mettere assieme in modo sincronizzato e in diretta località lontane tra loro migliaia di chilometri mantenendo una qualità decente dei segnali fu complicato. L’Italia nel 1954 era riuscita appena in tempo a rispettare la scadenza per l’inaugurazione della sua rete televisiva, pur lasciando scoperte ampie zone del territorio. Superare le Alpi verso Francia, Svizzera e Austria fu una prova di competenza, creatività e dedizione. Molte delle reti di comunicazione radiotelevisive costruite nei primi anni Cinquanta sono ancora in piedi e teoricamente funzionano ancora, ovviamente rinnovate, anche se, penso, solo come backup della rete in cavo coassiale e fibra ottica.

E qui veniamo al punto, anzi alla fotografia di questo articolo. Vista l’età media dei lettori di Giornale POP, tutti conoscerete quella specie di lampadario visto dal basso che annunciava i programmi in eurovisione, accompagnato da un Te Deum di Charpentier. Da piccolo e da ragazzo provavo una certa emozione nel sapere che dopo quella sigla avrei visto immagini in diretta da Londra o anche solo da Lugano, fantasticavo una ritualità tecnica che sentivo persino sensuale. Pensavo a grandi regie silenziose che con precisione astronautica calibravano i segnali, e fantasticavo l’esistenza, chissà, di una apposita saletta che ospitava quel cartello severo e molto kitsch: Eurovision.

Una fantasia che tutto sommato non ho mai messo in dubbio lungo i decenni, fin quando qualche tempo fa ho comprato un librettino dedicato all’impegno tecnico della Rai per le Olimpiadi di Roma del 1960, scritto da Antonio Lari, un esperto della storia radiotelevisiva italiana. E in una foto, che cosa noto in un angolo?

Il cartello dell’Eurovision, appoggiato lì in mezzo a un ippodromo. Quando era il momento di mandare la diretta delle corse ippiche il cameraman inquadrava il cartello che avrebbe raggiunto centinaia di milioni di televisori, e poi tornava ai fantini, altro che saletta dedicata e sacralità del momento.

Quesa cosa mi è piaciuta, è stato come rivedere un vecchio amico, e mi è piaciuta anche perché dietro a grandi imprese tecniche si nascondono spesso molti dettagli artigianali, contrastanti nella loro semplicità eppure importanti. Nel 1960 i tecnici della Rai fecero i salti mortali per organizzare le riprese delle Olimpiadi con un centinaio tra telecamere e cineprese, e la distribuzione delle immagini fino al Giappone oltre che verso l’Intervision, l’Eurovision del blocco sovietico.

Spero che anche ad almeno alcuni di voi piacerà vedere in un suo habitat naturale il vecchio nero cartello dell’Eurovision, io mi sono sin commosso.

 

(Copyright © 2026 Andrea Antonini Berlino. L’immagine del cartello è tratta dal libro di Antonio Lari, La RAI per le Olimpiadi di Roma 1960, pubblicato nel 2022 dall’editore Sandit. Immagine di apertura, il ripetitore Rai di transito segnale Austria <—> Italia di Montagna [Bolzano], anni Cinquanta, foto copyright © Andrea Antonini 2026).

 

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