La storia di Standard Comics è una di quelle vicende che sembrano uscite direttamente da un vecchio albo della Golden Age: piena di intuizioni geniali, personaggi eccentrici, improvvisazione industriale e un certo gusto per il caos creativo. Non raggiunse mai la fama titanica di Marvel Comics o DC Comics, ma senza la Standard il fumetto americano degli anni Quaranta sarebbe stato molto diverso. NED PINES, L’EDITORE PRONTO A TUTTO Tutto comincia con Ned Pines, editore newyorkese nato nel mondo delle riviste pulp. Pines era uno di quei tycoon dell’editoria popolare che pubblicavano praticamente qualsiasi cosa si potesse stampare e vendere in edicola: detective, western, fantascienza, avventura, racconti scandalistici. Quando alla fine degli anni Trenta esplose il fenomeno dei comic book grazie al successo di Superman, Pines capì immediatamente che lì c’era denaro da fare. Non era un romantico dell’arte sequenziale: era un uomo d’affari velocissimo a fiutare le mode. Nel 1939 entrò nel settore fumettistico attraverso una galassia di etichette editoriali — Better Publications, Nedor Publishing e infine Standard Comics — che ancora oggi mandano in confusione i collezionisti. Molti storici parlano di “Standard/Better/Nedor” come di un unico grande universo editoriale. L’epoca era perfetta. Gli Stati Uniti stavano entrando nell’età d’oro dei supereroi e le edicole venivano sommerse da personaggi mascherati. Standard non aveva i mezzi pubblicitari della concorrenza, ma compensava con una produzione instancabile. I suoi fumetti erano rumorosi, pieni di colori aggressivi, scienziati pazzi, nazisti caricaturali, mostri giganteschi e patrioti in calzamaglia. Il personaggio simbolo della casa fu Black Terror, un vigilante vestito di nero con un teschio sul petto. Oggi può sembrare un incrocio improbabile fra Batman e un pirata, ma negli anni Quaranta era popolarissimo. La sua origine era delirante anche per gli standard dell’epoca: il protagonista acquisiva poteri grazie a una “formula chimica” chiamata formic ether. Nessuno spiegò mai davvero cosa fosse. Non importava. Nei fumetti dell’epoca bastava che un liquido avesse un nome pseudo-scientifico e il pubblico accettava tutto. Uno degli aspetti più curiosi di Standard era il modo in cui funzionava la produzione. Gli editori pulp lavoravano quasi come fabbriche: sceneggiatori e disegnatori venivano assunti rapidamente, spesso pagati poco e costretti a ritmi folli. Molti autori passavano da una casa editrice all’altra senza alcun prestigio sociale. All’epoca fare fumetti per i comic book non era considerato un lavoro “nobile”: era più vicino al lavoro industriale che all’arte. Eppure, proprio dentro quel caos, Standard attirò talenti enormi. Frank Frazetta, destinato a diventare uno dei più grandi illustratori fantasy del Novecento, lavorò anche lì da giovanissimo. Un altro nome importante fu Graham Ingels, che più tardi sarebbe diventato celebre con i fumetti horror della EC Comics. Ingels raccontò che parte del suo lavoro consisteva nel correggere tavole disegnate da disegnatori meno esperti assunti durante la guerra, quando molti professionisti erano al fronte. Era un compito talmente monotono che lui e altri disegnatori se lo passavano quasi come una punizione scolastica. La Standard prosperò soprattutto durante la Seconda guerra mondiale. I supereroi patriottici vendevano enormemente e i lettori cercavano evasione, azione e ottimismo. Ma il mercato dei fumetti americani era spietato: negli ultimi anni Quaranta il gusto del pubblico cambiò rapidamente. I supereroi entrarono in crisi e i lettori iniziarono a preferire horror, crime, romance e fantascienza. La casa editrice cercò di adattarsi. Comparvero fumetti sentimentali, storie poliziesche e racconti dell’orrore. Ma ormai l’industria stava cambiando troppo in fretta. Arrivò anche il colpo devastante della campagna moralizzatrice contro i comic book, culminata con il libro “Seduction of the Innocent” dello psichiatra Fredric Wertham, che accusava i fumetti di corrompere i giovani. Molti editori crollarono; Standard resistette per qualche anno, ma non abbastanza. Nel 1949 Better e Nedor vennero unificate sotto il marchio Standard Comics, quasi come un tentativo di razionalizzare il caos interno. Ma era già il tramonto della Golden Age. Nel 1956 la linea Standard praticamente cessò di esistere, e i pochi titoli superstiti confluirono sotto il marchio Pines Comics. Pochi anni dopo, tutto finì definitivamente. Oggi gli albi Standard sono ricercati dai collezionisti non solo per il valore economico, ma perché raccontano un momento irripetibile in cui il fumetto era ancora una terra selvaggia. Nessuno sapeva davvero quali regole seguire, e proprio per questo poteva succedere di tutto. BLACK TERROR, UN EROE GRAFICAMENTE AZZECCATO Fra i tanti supereroi nati durante la Golden Age dei fumetti americani, Black Terror è uno dei più strani e affascinanti. Non aveva l’eleganza aristocratica di Batman, né la limpida purezza morale di Superman. Era più cupo, più aggressivo, quasi spettrale. Eppure per alcuni anni fu uno dei personaggi più popolari d’America. Comparve nel 1941 sulle pagine della casa editrice Standard/Nedor. I creatori furono Richard E. Hughes e Don Gabrielson, che gli diedero subito un’identità visiva potentissima: costume nero, mantello nero, guanti rossi e soprattutto un enorme teschio bianco sul petto. Per l’epoca era un’immagine sorprendentemente audace. Molti lettori ricordavano Black Terror ancora prima per il simbolo che per le storie. La sua identità segreta era Bob Benton, farmacista di professione. Già questo lo distingueva da tanti altri eroi dell’epoca: niente miliardari, alieni o principi perduti. Benton era un uomo normale che lavorava dietro un bancone, preparando medicinali. Naturalmente, come accadeva spesso nei fumetti degli anni Quaranta, la scienza confinava continuamente con la magia narrativa. Benton scopriva infatti una sostanza chiamata “formic ether”, un composto chimico che gli conferiva forza sovrumana e invulnerabilità temporanea. Il bello è che nessuno cercò mai di spiegare seriamente cosa fosse il formic ether. Il nome suonava abbastanza scientifico da bastare ai lettori. In piena guerra mondiale il pubblico non voleva realismo: voleva emozione, velocità, pugni e nazisti che volavano fuori dalle finestre. E Black Terror ne distribuiva parecchi. Le sue storie avevano un tono più duro rispetto a molti contemporanei. Non era un eroe sorridente. Combatteva gangster, spie, sabotatori e criminali con una certa ferocia da giustiziere pulp. In alcune copertine appare mentre terrorizza direttamente i nemici, e il suo stesso nome era pensato per evocare paura. Non “Captain”, non “Mister”, non “Doctor”: Terror. Una parola secca, minacciosa. Uno degli elementi più memorabili era il suo giovane assistente, Tim Roland, detto Tim. La dinamica fra i due ricordava quella classica fra eroe adulto e sidekick adolescente, ma spesso Tim sembrava gettato nelle situazioni più pericolose senza alcuna prudenza. Nei fumetti della Golden Age i problemi legali sulla tutela dei minori evidentemente non erano una priorità narrativa. Durante la Seconda guerra mondiale, Black Terror divenne un autentico fenomeno. I suoi albi vendevano centinaia di migliaia di copie. Parte del successo derivava dal fatto che incarnava perfettamente il gusto dell’epoca: un patriota oscuro che affrontava minacce interne ed esterne con brutalità quasi cinematografica. C’era anche qualcosa di involontariamente ironico nel personaggio. Bob Benton era un farmacista che otteneva superpoteri grazie a una sostanza chimica creata da lui stesso. Oggi sembrerebbe la premessa di una storia sulla bioetica o sul doping farmacologico; allora era semplicemente un ottimo modo per iniziare una rissa contro i criminali entro pagina tre. Come molti eroi della Golden Age, anche Black Terror subì il crollo del mercato supereroistico dopo la guerra e il personaggio scomparve lentamente dalle edicole. Ma non venne dimenticato del tutto. Negli anni Ottanta e Novanta il personaggio venne recuperato più volte da editori indipendenti. Alcune versioni cercavano di renderlo più moderno e drammatico; altre puntavano invece sul fascino rétro e un po’ folle della Golden Age. In certi casi il suo universo venne reinterpretato quasi come un reperto archeologico di un’America immaginaria fatta di scienziati pazzi, criminali in smoking e patrioti mascherati. Ed è probabilmente questo il motivo per cui Black Terror continua ad avere estimatori. Non è perfetto, non è raffinato, e molte sue storie sono caotiche nel modo tipico dei fumetti anni Quaranta. Ma possiede un’energia grezza difficilissima da imitare. Leggere un vecchio albo di Black Terror dà l’impressione di entrare in un’epoca in cui i fumetti venivano creati a velocità folle, senza troppe regole, e dove bastava un teschio su un costume per trasformare un farmacista in leggenda. ROBINSON E MESKIN, L’ARRIVO DI DUE GENI La carriera iniziale di Jerry Robinson e Mort Meskin racconta molto bene come funzionasse l’industria del fumetto americano negli anni Quaranta: talento enorme, ritmi disumani, pochissimo prestigio sociale e una creatività che spesso nasceva direttamente dalla pressione produttiva. Jerry Robinson era un prodigio precoce. Nato nel 1922, arrivò nel fumetto quasi per caso. Da adolescente lavorava come illustratore e caricaturista quando venne notato da Bob Kane, il principale disegnatore di Batman nei primi anni del personaggio. La leggenda vuole che Kane rimase colpito da una giacca bianca su cui Robinson aveva disegnato le proprie iniziali in stile elegante. Era il genere di episodio molto “Golden Age”: incontri casuali, intuizioni improvvise, carriere nate in poche settimane. Robinson entrò così nello studio che produceva le storie di Batman per la DC. Aveva appena diciassette anni. Iniziň facendo lavori di supporto, sfondi e rifiniture, ma il suo talento esplose rapidamente. Fu una figura fondamentale nello sviluppo visivo e narrativo del Batman primitivo, quello ancora immerso in atmosfere pulp e quasi horror. A lui viene attribuita la creazione del Joker — o quantomeno un ruolo decisivo nella sua nascita — oltre al contributo a Robin e ad altri elementi dell’universo del Cavaliere Oscuro. Mort Meskin aveva invece un percorso completamente diverso. Più introverso, più tormentato, era considerato da molti colleghi un autentico genio della narrazione grafica. Nato nel 1916 a Brooklyn, si formò nel mondo dell’animazione e dell’illustrazione prima di entrare nei comic book alla fine degli anni Trenta. La sua fama fra gli addetti ai lavori era enorme: velocissimo, innovativo nelle inquadrature, straordinario nel rendere il movimento e la tensione psicologica. Ma Meskin soffriva anche di forti crisi d’ansia e insicurezza professionale. A un certo punto arrivò a bloccarsi completamente davanti alla pagina bianca, paralizzato dalla paura di non riuscire più a disegnare. Per superare il problema iniziò a scarabocchiare forme casuali sulla tavola prima di costruire le figure. Quel gesto quasi terapeutico finì per rendere il suo stile ancora più dinamico e istintivo. Quando Robinson e Meskin iniziarono a collaborare, si formò una coppia creativa sorprendente. Robinson aveva un forte senso dell’impatto grafico e della costruzione spettacolare della pagina; Meskin portava fluidità narrativa, energia cinetica e un uso delle ombre incredibilmente moderno. Insieme lavorarono in diversi studi e per vari editori, entrando anche nell’orbita della Standard/Nedor durante il periodo d’oro di Black Terror. Ed è qui che il personaggio raggiunse alcuni dei suoi vertici artistici. Prima del loro arrivo, molte storie di Black Terror avevano il fascino ruvido tipico della Golden Age: azione frenetica, anatomie improbabili, dialoghi urlati e poca sottigliezza. Robinson e Meskin trasformarono invece il fumetto in qualcosa di molto più sofisticato dal punto di vista visivo. Le loro tavole diedero a Black Terror una presenza quasi cinematografica. Le scene d’azione diventavano improvvisamente fluide: pugni che sembravano uscire dalla pagina, criminali sbalzati all’indietro con prospettive esasperate, mantelli che invadevano le vignette. Meskin soprattutto era straordinario nel suggerire velocità e peso corporeo. I suoi personaggi non sembravano posare: sembravano muoversi davvero. Anche l’atmosfera cambiò. Black Terror era già un eroe cupo, ma sotto Robinson e Meskin acquisì un tono noir. Le ombre si fecero più profonde, i vicoli più sporchi, le scene notturne più drammatiche. In certi momenti il fumetto sembra anticipare il linguaggio visivo dei crime comics e persino di alcuni noir cinematografici del dopoguerra. Una delle caratteristiche più notevoli era la regia della pagina. Meskin aveva un senso quasi musicale del ritmo narrativo: alternava vignette grandi e soffocanti a sequenze rapidissime di piccoli pannelli che aumentavano la tensione. Molti storici del fumetto considerano il suo storytelling avanti di anni rispetto alla media dell’epoca. Negli anni successivi Robinson avrebbe continuato una carriera prestigiosa anche come illustratore, storico del fumetto e difensore dei diritti degli autori. Meskin invece avrebbe attraversato periodi più difficili, alternando lavori brillanti a lunghe crisi personali. Ma il loro passaggio su Black Terror rimane uno dei momenti più affascinanti della Golden Age: l’istante in cui un supereroe pulp un po’ folle incontrò due narratori grafici di livello eccezionale e, per qualche anno, diventò molto più grande delle sue stesse premesse. “L’intelligenza artificiale è stata utilizzata come supporto creativo e redazionale per questo articolo”. Navigazione articoli L’ORIGINALE DEVIL AL TEMPO DELLA GUERRA DYLAN DOG È SUPERATO?