La religione cristiana, dopo due secoli e mezzo di persecuzione e clandestinità, venne resa libera dall’imperatore Costantino nell’anno 313. Negli anni seguenti il cristianesimo prese piede a Roma e in tutto l’impero romano. Nella Città Eterna vennero costruite quattro basiliche: san Giovanni in Laterano, san Pietro in Vaticano, san Paolo fuori le mura e santa Maria Maggiore. I templi degli antichi dei mano mano venivano chiusi e abbandonati.
In egual modo Costantino e i suoi successori concessero dei privilegi al clero cristiano. La società romana cambiava credenze, ma questo avveniva più nelle città che nelle campagne, che per secoli conservarono ancora le vecchie tradizioni religiose. Questo fu il motivo del nome pagani dato ai non cristiani, cioè abitanti del pagus, il villaggio rustico.

La cosa sembrò avere un’inversione di tendenza quando nel 361 cinse la corona imperiale un nipote di Costantino, Flavio Claudio Giuliano. Costui aveva dimostrato il suo valore come buon amministratore della Gallia e primo valorizzatore della piccola città di Lutezia, la futura Parigi. Inoltre aveva affrontato le invasioni dei barbari, e più volte li aveva battuti e ricacciati. Sua caratteristica personale era di non essere solo un burocrate o un militare, ma di possedere una vasta cultura classica, che gli faceva apprezzare molto più gli antichi poemi come l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide, e la filosofia greca, piuttosto che le sacre scritture e i dogmi del nuovo arrivato cristianesimo.

Giuliano cercò di restituire diverse proprietà sequestrate ai templi degli dei, e limitò quei privilegi concessi un po’ affrettatamente ai vescovi cristiani. Per questo motivo venne soprannominato ”l’apostata” cioè il traditore della vera fede, ma in realtà non cambiò nulla delle leggi di tolleranza verso tutte le religioni, cristianesimo compreso.
Al contrario esisteva in quei tempi un’aspra contesa nella Chiesa cristiana tra i vescovi cattolici e quelli ariani, appoggiati dal figlio di Costantino, l’imperatore Costanzo II (337-361) e lo stesso vescovo di Roma Liberio venne esiliato e sostitutito per qualche tempo dall’antipapa ariano Felice. Il tanto disprezzato Giuliano, in realtà fece liberare e ritornare alle loro sedi quei vescovi spodestati dagli ariani, compreso Liberio.

In questo momento politico-dogmatico si inserisce la vicenda di una famiglia nobile cristiana, quella di Flaviano con sua moglie Defrosa e le figlie Demetria e Bibiana. La Chiesa cattolica tende a considerare la storia del loro martirio come pura leggenda, ma esistono certi elementi storici da considerare.

La città di Roma, da una cinquantina d’anni non era più la capitale dell’impero dei Cesari, soppiantata da Milano e Costantinopoli come capoluoghi della parte occidentale ed orientale dell’impero. Roma stava quindi decadendo, sia come popolazione che come centro politico, ma manteneva una certa importanza come sede del patriarca cristiano dell’Impero d’occidente, che tra poco si farà chiamare papa.

Flaviano potrebbe essere un parente di Nerazio Giunio Flaviano, Nerazio Cereale, Flavio Leonzio, Flavio Euprassio, che furono prefetti dell’Urbe, in pratica i sindaci di Roma, nel IV secolo e consoli (titolo ormai puramente onorario). Queste cariche dovettero suscitare invidia e rivalsa da parte di Turcio Aproniano Asterio, appartenente a una famiglia che aveva dato numerosi dignitari a Roma. Un suo discendente, Turcio Rufio Aproniano Asterio, sarà uno degli ultimi letterati latini dopo la caduta dell’Impero d’occidente.

Turcio diventa prefetto dell’Urbe negli anni dell’impero di Giuliano. Non è credibile che fosse intenzionato a scatenare una persecuzione contro i cristiani, ormai il vescovo di Roma era troppo potente e intoccabile. Si può credere che volesse solo disfarsi di un pericoloso rivale, così Flaviano dovette essere colui che secondo la leggenda, scritta trecento anni dopo, fu accusato di tradimento ed esiliato.
Si potrebbe anche pensare a un pretesto di rivalità tra gli Aproniani appoggiati dagli ariani e i Flaviani cattolici. La moglie imprigionata sarebbe morta poco dopo per i maltrattamenti. La figlia Demetria muore di paura nella sala del processo.
Rimane Bibiana, che Turcio vorrebbe corrompere. Una esperta donna di mondo, Rufina, cerca di convincerla a darsi ad una vita di piaceri e sesso facile. Se la ragazza cedesse verrebbe poi accusata di indegnità morale, e privata della sua eredità, ma lei rifiuta. Turcio vuole eliminare a tutti i costi la vergine riottosa, solo così potrà impadronirsi delle sostanze di Fabiano.
Da poco prima, nel 359, a Roma le cause di eredità e successione dei beni non dipendevano più da un magistrato, ma proprio dal prefetto urbano, quindi Turcio può approfittarne a suo vantaggio. Ma come prefetto non ha l’autorità per condannare a morte una cittadina romana, perciò le fa subire una pena accessoria, la flagellazione, ossia la stessa che Ponzio Pilato diede a Gesù Cristo, pensando che bastasse per fargli evitare la crocifissione. Si trattava di infliggere quaranta colpi con una frusta a più lacci, come fosse un “gatto a nove code” che portava anche dei piombini e per questo era chiamata plumbatus.
Bibiana però non è adulta e robusta come Cristo, e dopo quattro giorni, il 2 dicembre 362, muore per il trauma subìto. Il suo corpo viene dapprima sepolto con la madre e la sorella nelle vicinanze della sua casa sul colle Esquilino, oggi vicino alla stazione Termini, ma presto diventa un luogo di culto per questi che sono considerati gli ultimi martiri di Roma.
L’imperatore Giuliano muore in battaglia contro i persiani nel giugno del 363 e i suoi successori, gli imperatori Gioviano e Valentiniano, restaurano i privilegi della Chiesa cristiana e ne aggiungeranno ancora. Turcio viene così licenziato, la sua carriera politica finisce.
La figura stessa di Turcio è controversa: non era cristiano, ma aveva agito ai comandi di imperatori cristiani, benché ariani come Costanzo II. Riuscì a rifornire di viveri la città di Roma, che ormai veniva trascurata non essendo più la capitale, ma era nemico degli stregoni e degli avvelenatori, infatti credeva di aver perso un occhio a causa di una fattura. Durante il suo servizio come prefetto, a Roma si incendiò il tempio di Apollo palatino, fondato dall’imperatore Augusto, e non venne più ricostruito. Forse si trattava di una vendetta dei cristiani dopo la fine cruenta di Bibiana e della sua famiglia ?

Gli ariani vengono poi espulsi nel 380 dall’imperatore Teodosio: l’antipapa ariano Felice verrà decapitato a Cerveteri e solo i barbari germani resteranno eretici.

Il culto di Bibiana cresce, al punto che il Papa Simplicio fa costruire una chiesa nell’anno 468, che viene ampliata nel 1224, e infine riedificata dopo il 1625 dal Papa Urbano VIII sui progetti dello scultore e architetto Gian Lorenzo Bernini (1598-1680).

Come succede per certe sante cristiane, oltre al lato sacro c’è anche quello “erotico”. Nella chiesa di santa Bibiana viene conservata la colonna di pietra di porfido rosso dove lei venne legata e frustata. Sicuramente è un reperto antico. Il porfido rosso veniva importato dall’Egitto come pietra di pregio, impiegata per sculture di dei, di personaggi importanti, per i sarcofagi degli imperatori romani.
Non venne più usata nel medioevo, sostituita dal marmo bianco di Carrara, con questo venne scolpita da Bernini la pregevole statua di Bibiana che si trova in fondo alla chiesa.

Soltanto nel XVIII secolo dalle cave del Lazio e del Trentino vennero i blocchetti di porfido grigio, la leucitite, chiamati “sampietrini” perché pavimentano la piazza san Pietro in Vaticano.
Le ossa di Bibiana, della sorella Demetria e della madre Defrosa sono conservate sotto l’altare della chiesa romana in un sarcofago di alabastro, pietra di valore proveniente dalle cave di Volterra in Toscana.

Esisteva non solo in Roma antica la pietra della vergogna, dove le donne colpevoli di furto, truffa o adulterio, venivano punite con la frusta. Nel medioevo, una credenza popolare faceva sì che questa colonna rossa, non più in uso come luogo di punizione perché ritenuta sacra alla martire Bibiana, fosse ritenuta magica, così veniva raschiata. La polvere ottenuta veniva disciolta nell’acqua del pozzo del vicino giardino e mescolata all’erba cresciuta nel luogo. In effeti quella che viene definita erba di santa Bibiana, è una canapa selvatica, l’eupatorium cannabinum, che contenendo un alcaloide veniva usata per formare una pozione ritenuta curativa nel guarire molte malattie, specie l’emicrania e l’epilessia ma anche l’influenza, i dolori alle ossa e con una certa capacità cicatrizzante. Per evitare altri danni Bernini costruì intorno alla colonna una robusta cancellata.

La colonna è alta 125 centimetri, è spessa circa 22-25 centimetri ed ha una forma fallica. La donna colpevole doveva essere punita su un simbolo della mascolinità che aveva tradito. Come per Gesù, la pena andava inflitta in un luogo annesso al tribunale, quindi non in pubblico. Come riportato dal Vangelo, il condannato poteva essere mostrato in seguito con le piaghe della sua fustigazione, ma questo sicuramente non avvenne con Bibiana, poiché la popolazione di Roma detestava gli ariani, l’antipapa e il prefetto loro alleato, e si sarebbe rivoltata.

Dentro la chiesa intitolata a Bibiana, una serie di affreschi di Pietro da Cortona (1597-1669) illustrano la storia della famiglia di martiri. C’è la flagellazione con la santa che viene legata alla colonna. La fustigazione avveniva sulla schiena, il pittore invece vuol far vedere Bibiana di faccia, quasi nuda, mentre a destra un energumeno si appresta a colpirla. La santità permetteva nei tempi del rinascimento e del barocco di far vedere anche dell’erotismo, pure nella declinazione sadica.

Stessa cosa fece il pittore lombardo Stefano Maria Legnani detto il Legnanino (1661-1713), che in un quadro nello stile di Caravaggio dipinge un altro energumeno che con la violenza spoglia Bibiana incatenata al braccio sinistro e distesa.

C’è poi la questione se le frustate che portarono la santa a morire siano state da lei sostenute con coraggio o meno. Certamente Bibiana conosceva i particolari della passione di Gesù, ed essere trattata come Cristo flagellato poteva significare un merito e un onore per lei.
Si sa che la flagellazione veniva usata durante i misteri dionisiaci nell’antichità greco romana. Secondo gli affreschi di Pompei le donne che venivano iniziate si sottoponevano volentieri ai colpi di frusta sferrati dalla figura mitica della vittoria alata che procura così la morte e rinascita spirituale nel nome del dio Dioniso.
Nelle feste romane dei lupercali, che in febbraio ricordavano la lupa di Romolo e Remo, i finti uomini selvatici correvano intorno al colle Palatino, e frustavano le donne con strisce di pelle di capra, per dare loro buona fortuna e fecondità. Poi nel medioevo i penitenti si flagellavano l’un l’altro o su sé stessi per poter raggiungere l’estasi religiosa e mistica.

Per adesso, come trasposizione in fumetto dell’affresco di Pietro da Cortona, nel 1935 nelle avventure disegnate da Alex Raymond, la regina Azura vuole per sé il bel Flash Gordon, perciò fa punire la sua fidanzata Dale a suon di frustate perchè si tenga lontana dall’eroe.

 

Il sacrificio di Bibiana non fu invano. La popolarità della santa e il suo martirio, causato dalla malvagità di un pagano con la complicità degli ariani, fece sì che a Roma venisse proibita la flagellazione sulle donne, e la colonna di porfido rosso non sarà più oggetto di vergogna, ma cimelio sacro alla martire. Alla fine Bibiana aveva vinto la sua battaglia pur essendo stata vittima della corruzione e della violenza.

Santa Bibiana ha ancora una caratteristica nella tradizione popolare, quella meteorologa. Il proverbio dice: “Santa Bibiana, quaranta dì e una settimana”, nel senso che l’inverno sta iniziando e dal 2 dicembre al 18 gennaio il tempo sarà freddo. Una leggenda come quella dell’”estate di san Martino”: l’11 novembre di solito non è un giorno soleggiato e non spirano venti caldi.

 

(Con la collaborazione di GIOVANNA RESSA).

 

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