In un precedente articolo ho scritto di una vicenda riferita da Giuseppe Flavio, scrittore ebreo alla corte degli imperatori di Roma. Nel 19 dopo Cristo un patrizio, Decio Mundo, si era invaghito di Paolina, una donna sposata. La sua liberta Ida aveva corrotto con molto denaro i sacerdoti del tempio di Iside, frequentato da Paolina. Questi avevano illuso la donna che il dio egizio Anubi sarebbe venuto nel tempio per incontrarla. Accadde così che una notte, Paolina aveva fatto sesso con Decio Mundo travestito da Anubi, credendo in una grazia divina. Stupidamente, Mundo aveva poi rivelato l’inganno facendosi beffe di Paolina, così quest’ultima e suo marito si erano rivolti all’imperatore Tiberio. Costui era un tiranno privo di qualsiasi sentimento di umorismo e di tolleranza, così la burla era finita molto male. Il tempio di Iside veniva distrutto, e i sacerdoti egizi erano stati crocefissi. Ida segue la stessa sorte, ed è l’unica donna che sia stata condannata alla croce. Tiberio assisté dalla tribuna del palazzo del Palatino al martellamento delle mani e dei piedi dei colpevoli, inchiodati sui travi da esecuzione piantati nel Circo massimo (il Colosseo non era ancora stato costruito). Come altri classici della letteratura latina, lo scritto di Giuseppe Flavio era noto agli umanisti del XIV secolo, e aveva fornito l’ispirazione a Giovanni Boccaccio per alcune novelle del Decamerone. Per esempio, due giovani, Giovanni da Procida e la ragazza Restituta, erano stati sorpresi a letto dal re di Sicilia Federico di Aragona. Tirannico come lo erano tutti i re medievali, li aveva esposti nudi sulla piazza di Palermo, mentre veniva montato il rogo. Per fortuna l’ammiraglio Ruggero dell’Oria conosce Giovanni e intercede con il re per fargli concedere la grazia. Convinto, il re libera i giovani e lascia che si sposino (giornata V, novella 6). Giovanni Boccaccio fa capire che gli uomini di potere sono sempre gli stessi, in qualunque era vivano. Descrivendo vere burle a sfondo sessuale, si notano quelle di Donno Gianni (giornata IX, novella 10), un prete che approfitta della credulità di un contadino. Gli fa credere che può trasformare la sua bella moglie in cavalla. Il prete la mette nuda a quattro gambe, la palpeggia tutta, infine le attacca la “coda” ovvero la sodomizza. Il contadino protesta, e a questo punto Donno Gianni dichiara che con il disturbo provocato a lui, l’incantesimo è fallito, così può andarsene senza che i due beffati possano vendicarsi. Altro ecclesiastico furbastro è il frate Alberto, che fa credere a Lisetta, una vanitosa dama veneziana, di essere l’arcangelo Gabriele con le ali, e senza opposizione, ma convinta come Paolina con il falso dio Anubi, lascia che il frate la possieda più volte. Ma Lisetta, stupida e pettegola come Decio Mundo, si fa bella con le amiche di essere l’amante dell’arcangelo, la voce si propaga per tutta Venezia, e frate Alberto si trova a mal partito, tanto che una notte per sfuggire ai parenti della donna deve gettarsi a nuoto per i canali. Inutilmente cerca di mascherarsi da uomo selvatico, viene riconosciuto e incarcerato per il resto della sua vita come frate indegno e colpevole (giornata IV, novella 2). La burla sessuale più completa si trova nella giornata VIII alla novella 7 del Decamerone. Rinieri, studente della Sorbona di Parigi, arrivato a Firenze corteggia la giovane vedova Elena, che non ne vuol sapere di lui, e arriva a rinchiuderlo in una notte d’inverno al freddo nel cortile di casa sua, facendolo assiderare mentre intanto lei fa sesso con il suo amante. Lo studente si vendica quando la vedova perde quell’amatore. Rinieri suggerisce una magia per farlo ritornare a lei, ma alla fine Elena si ritroverà nuda, bloccata sulla sommità di una torre senza scala, e vi rimarrà per l’intera giornata al solleone, procurandosi una forte scottatura aggravata dal tormento degli insetti su tutta la pelle. È una specie di contrappasso dantesco. Come si vede, le burle sessuali, antiche e moderne, prendono avvio dai corrotti e furbastri che approfittano dell’ingenuità e credulità delle loro vittime. L’inganno proviene dalle credenze magiche o religiose, perciò Giuseppe Flavio usa il suo esempio burlesco come giustificante della religione ebraica, per lui seria e non corruttibile rispetto ai “culti idolatri” come quello di Iside, che a suo modo di vedere meritano il patibolo per la loro falsità. Boccaccio invece fa notare come il clero cristiano non sia di buon esempio per i fedeli. La sua non è una critica isolata, ma proviene dalle analoghe reprimende di Dante Alighieri, contenute nella Divina Commedia, dove tutti i papi dell’epoca sono dannati all’inferno, e tanti cardinali, vescovi e preti non sono da meno. Di suo Boccaccio aggiunge la malizia femminile, sia delle nobili dame, sia delle popolane e delle monache, ma non la condanna ritenendola espressione di iniziativa e intelligenza umana nella nuova visione umanistica della vita. L’unica figura edificante di donna è Griselda, una specie di Giobbe biblico che sopporta senza lamentarsi qualsiasi offesa e privazione, ma è una figura pochissimo credibile; non per nulla viene posta come ultima novella di tutta l’opera, quale commiato e pentimento di tutte le furberie e le soperchierie prima descritte. Tra queste c’è l’esempio di una donna bisbetica e molesta, che dal marito viene “corretta” a legnate (giornata IX novella 9). In apparenza il medioevo è un’epoca bigotta e repressa, ma a volte più libera rispetto a certi comportamenti e convenzioni di oggi. Chi vuole documentarsi legga i libri di Chiara Frugoni e Tiziano Franzi. Navigazione articoli JONATHAN STRANGE & IL SIGNOR NORRELL LA GOOD GIRL ART DELL’AFROAMERICANO MATT BAKER