Urasawa e la memoria di un Giappone fragile Parlare di Naoki Urasawa significa confrontarsi con uno degli autori più complessi e influenti del fumetto giapponese contemporaneo. Urasawa ha sempre costruito una poetica che coniuga l’invenzione narrativa con un forte senso di realtà, mantenendo una tensione costante tra il verosimile e l’immaginario. Linee pulite, inquadrature chirurgiche, inchiostri che pesano sulle figure quanto il tempo sui destini. Urasawa cerca sempre di coniugare l’invenzione narrativa con un forte senso di realtà, mantenendo una tensione costante tra il verosimile e l’immaginario. Così rende credibili psico-thriller, congiure generazionali e fantascienza fatalista. L’attrito fra quotidiano e straordinario è il suo marchio. Che si tratti dell’orrore psicologico di Monster, delle trame generazionali e complottistiche di 20th Century Boys o della cupa riflessione tecnologica di Pluto, ogni sua opera sembra costruita su un equilibrio delicato: situazioni al limite del melodramma, talvolta quasi incredibili, ma rese plausibili da un tratto grafico che si radica nel reale, da un ritmo narrativo calibrato al millimetro e da una cura maniacale dei dettagli. Con Asadora!, iniziato nel 2018 sulle pagine della rivista Big Comic Spirits di Shogakukan, Urasawa continua questa ricerca con rinnovata freschezza. In Giappone la serie è arrivata al nono volume, così come la traduzione italiana, pubblicata da Planet Manga (Panini Comics). Nonostante non abbia raggiunto (ancora) l’eco dei titoli precedenti, Asadora! si rivela un’opera di pari spessore, capace di mostrare ancora una volta la straordinaria versatilità di un autore che, al momento, non sembra conoscere flessioni. Un inizio tra catastrofe e infanzia La storia si apre in un futuro prossimo (per l’epoca della pubblicazione), con il Giappone del 2020 minacciato da una creatura gigantesca dalle sembianze di kaiju1. Ma subito Urasawa ribalta la prospettiva, riportando il lettore al 1959, in pieno dopoguerra, quando la giovane Asa Asada corre sotto la pioggia torrenziale provocata dal tifone Isewan2 (noto in Occidente come tifone Vera). La sua famiglia, numerosa fino all’eccesso, sta per accogliere un nuovo nato e lei, dodicesima figlia, si lancia tra le strade allagate alla ricerca di un medico. Il carattere della protagonista emerge già in queste prime pagine: Asa è insofferente, spesso arrabbiata con il mondo, ma anche tenace, protettiva e capace di decisioni coraggiose. Nel suo vagare incontra il compagno di classe Shota, impegnato ad allenarsi per diventare un atleta olimpico e un pilota di guerra caduto in disgrazia, Kasuga. Il destino li unirà in maniera inattesa. L’arrivo del tifone devasta la città, e tra le macerie emergono indizi di una minaccia più grande, una presenza misteriosa che lascia impronte gigantesche sulla riva del mare. La città ferita e un’ombra dal mare Nell’emergenza, Asa e Kasuga decollano su un Piper Cub per lanciare aiuti alla popolazione. È una scelta di regia perfetta: la prospettiva dall’alto teatralizza il trauma collettivo, ma resta intima, domestica. Nei detriti ritrovano i fratelli (compreso il nuovo arrivato) e, sulla costa, qualcosa che non dovrebbe esistere, una sagoma in mare, una traccia mostruosa, un’impronta enorme nel quartiere di Asa. Il genere kaiju entra di taglio, senza fanfare, come un fatto residuale e inaccettabile che si incolla alla memoria. Il disastro naturale, ricostruito da Urasawa con minuziosa fedeltà alle fotografie dell’epoca, si fonde con l’elemento fantastico, inaugurando una linea narrativa che attraverserà decenni, intrecciando catastrofi, paure collettive e il sogno del progresso incarnato dalle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Il tempo della ricostruzione Cinque anni più tardi, Asa è ormai cresciuta, vola con Kasuga a bordo del Piper Cub, guadagnandosi da vivere con esibizioni aeree e piccoli lavori, mentre a casa contribuisce a mantenere i fratelli più giovani. Pilota per necessità e per testardaggine, studentessa per tenersi agganciata a un futuro possibile, sorella maggiore per mettere ordine in casa. È un Giappone sospeso tra le ferite ancora aperte della guerra e l’euforia del miracolo economico, un Paese che guarda con orgoglio e ansia alle Olimpiadi come simbolo di rinascita nazionale. L’apparizione di un uomo misterioso, con il cappello calato sugli occhi, riporta in primo piano l’enigma del mostro visto anni prima, che non era un’allucinazione da catastrofe, ma un pericolo reale e incombente. Da questo momento, la trama alterna il dramma familiare e la commedia di formazione al racconto catastrofico, tenendo sempre il lettore in bilico tra quotidianità e minaccia sovrumana. Un realismo che non tradisce il fantastico Chi conosce Urasawa sa quanto il suo talento consista nel costruire mondi riconoscibili, radicati nella cronaca, capaci di restituire la complessità sociale e culturale di un’epoca. E Asadora! non fa eccezione. L’autore non solo ricrea con precisione le devastazioni del tifone del 1959, ma inserisce dettagli storici, riferimenti alla cultura popolare e alle figure sportive di quegli anni: compaiono personaggi come Abebe Bikila3, maratoneta etiope divenuto leggenda olimpica e Kōkichi Tsuburaya4, icona tragica dello sport giapponese. Ogni citazione non è mai mero orpello, ma contribuisce a collocare la narrazione in un contesto credibile, dove il lettore percepisce il peso del tempo che passa e dei sogni che si infrangono. In questo senso, il realismo grafico fatto di linee precise, espressività dei volti, attenzione agli sfondi urbani, non riduce l’impatto dell’elemento fantastico. Al contrario, rende la comparsa del kaiju ancora più perturbante: in un mondo così vicino al nostro, la presenza di una creatura impossibile suscita un senso di spaesamento che va oltre il semplice spettacolo. Personaggi oltre gli archetipi Se il contesto storico e la componente avventurosa colpiscono, è nei personaggi che Asadora! trova la sua forza più autentica. Asa, un’eroina senza aureola Asa non è la ragazza speciale plasmata per piacere. È impulsiva, a tratti egoista, spesso arrabbiata e incline alla fuga, eppure capace di prendersi sulle spalle compiti e responsabilità più grandi di lei. La sua arcata di crescita non è una scalata lineare, è un pendolo fra responsabilità e desiderio di sottrarsi, fra orgoglio e paura. Proprio qui Urasawa lavora meglio, rende visibile la fatica del diventare adulti, senza risparmiare spigoli e contraddizioni. Proprio questa imperfezione la rende vicina al lettore, una figura umana immersa in un destino più grande. Kasuga, la dignità ferita di un reduce Specchio e controcanto di Asa è Kasuga: un pilota reduce dalla guerra, scartato dalla storia, ferito dall’esperienza bellica, fiero fino all’ostinazione, scheggiato da colpe e fallimenti. Riversa nella protezione di Asa la dignità che teme di aver perduto e quel bisogno di salvarla diventa il suo risarcimento morale. Il legame fra i due non scivola mai nella retorica paterna o nella complicità facile, è un patto instabile, continuamente rinegoziato, che dà alla serie una temperatura emotiva non comune. Il loro rapporto diventa uno dei cardini emotivi della serie. Famiglia, amiche, destini Attorno ai protagonisti, Urasawa orchestra un coro di comprimari che respira di vita propria, ciascuno con una propria traiettoria. I fratelli minori di Asa fanno da contrappunto domestico, alleggeriscono, ma non sono comparse e ciascuno porta un frammento di realtà. E poi ci sono le amiche del liceo, Miyako e Yoneko, due traiettorie che mostrano come l’industria dell’intrattenimento degli anni Sessanta potesse essere, a seconda della porta d’ingresso, promessa di emancipazione o tritacarne d’identità. Yoneko viene modellata come una Marilyn Monroe nipponica con un percorso punteggiato di goffaggini, pressioni, malinconie; Miyako, salvata da un’aggressione da una lottatrice di wrestling femminile, intravede proprio in questa disciplina un varco di libertà. È un’idea forte: il ring come spazio in cui le donne possono reinterpretare il proprio corpo e la propria immagine pubblica. Urasawa riesce a dare spessore a un intero microcosmo sociale, evitando così di ridurre i comprimari a semplici figure decorative. Ma il kaijū? C’è e torna quando l’hai quasi dimenticato Uno degli artifici narrativi più efficaci di Asadora! è lo slittamento costante del focus, con la mostruosità che resta sullo sfondo, quasi rimossa, mentre la vita torna a occuparsi di pane, affitto, scuola, lavoro. E proprio quando il lettore si è accomodato nel romanzo di formazione, ecco che il kaijū rientra in scena con un ingresso enorme, come a volere ricordare che le minacce collettive non spariscono, ma solo si acquattano nel fuori campo. Il risultato è una tensione elastica che tiene insieme melodramma, commedia amara e racconto d’avventura e fantascienza. Tra melodramma e silenzi Un aspetto peculiare di Asadora! è la sua capacità di far dimenticare al lettore, per lunghe sequenze, l’elemento mostruoso che costituisce la premessa della storia. Le vicende quotidiane, i conflitti generazionali, le aspirazioni individuali sono narrati con tale intensità da oscurare temporaneamente la trama kaiju. Quando quest’ultima riaffiora, lo fa con una forza amplificata, quasi a ricordare che sotto il tessuto della vita ordinaria si cela sempre una minaccia pronta a riemergere. Il segno di Urasawa, con le sue espressioni dettagliate e i contrasti netti, accentua questo effetto. Il volto di un’Asa adolescente che cerca di sorridere nasconde inquietudine, le rughe marcate dei personaggi adulti parlano più di mille battute. In questo equilibrio tra melodramma e silenzio si coglie l’arte di un narratore che conosce bene il potere delle pause, della sospensione e dell’attesa. Disegno e montaggio: quando lo stile è sostanza Il tratto di Urasawa è il motore di questa elasticità. Volti larghi di rughe e di sottintesi, adolescenti che parlano con gli occhi prima che con le parole, splash page misurate, mai gridate. Ogni soluzione grafica sostiene il ritmo del racconto. Non c’è vezzo illustrativo ma c’è invece una regia che pesa tempi e silenzi, che sa accelerare e frenare senza scosse, trasformando pagine statiche in sequenze ipercinetiche e viceversa, invenzioni spettacolari in pause di senso. Oltre il genere: un romanzo sul paese Leggere Asadora! come un semplice “manga di mostri” sarebbe (ed è) limitante. L’opera usa il kaijū come dispositivo per parlare di altro, della ricostruzione economica e simbolica del Giappone, dell’ambivalenza delle Olimpiadi come vetrina del progresso e strumento di rimozione, della fragilità delle comunità costiere, del prezzo dell’ottimismo. È un racconto sul modo in cui la storia attraversa le biografie, e su come le biografie possano (talvolta) piegare la storia di (almeno) qualche grado. Il manga di Urasawa lavora sulla memoria collettiva senza nostalgia, e sul presente senza moralismi. Offre un’eroina credibile, capace di sbagliare in pubblico. Mette in scena una relazione intergenerazionale che non si rifugia nei cliché. Dimostra, una volta di più, che il fumetto può essere al contempo intrattenimento e strumento critico. Un linguaggio che pensa mentre racconta. Un autore senza tempo Asadora! dimostra come Naoki Urasawa, pur avendo alle spalle decenni di successi, non abbia perso la capacità di reinventarsi. Invece di ripetere formule già collaudate, affronta un nuovo territorio, intrecciando la tradizione del racconto catastrofico giapponese (che va dai film di Ishirō Honda a Akira di Katsuhiro Ōtomo) con la memoria storica di un Paese che cerca di rialzarsi dopo la guerra. Il risultato è un manga che parla al presente, interrogandosi sul rapporto tra l’uomo e le forze più grandi di lui, naturali o mostruose che siano. La vicenda di Asa Asada, che da ragazzina arrabbiata diventa pilota e protagonista di un destino epico, non è solo una parabola individuale, ma la metafora di un’intera nazione in cerca di identità, schiacciata tra catastrofi naturali e sogni di modernità, tra fragilità e speranza. Conclusione In un panorama editoriale dove spesso il successo di un’opera è misurato dal clamore immediato, Asadora! si distingue come un racconto paziente, stratificato, che non teme di prendersi il suo tempo. È possibile (e forse probabile) che non raggiunga la fama planetaria di Monster o di 20th Century Boys, ma proprio per questo rappresenta forse il volto più autentico e maturo di Naoki Urasawa. Un manga che unisce avventura e intimità, realismo e fantastico, e che riesce a trasformare una storia di kaiju in un grande romanzo corale sul Giappone del dopoguerra. Ad ora si tratta un fumetto, anzi manga, molto bello, uno di quelli che si ha voglia di leggere e rileggere, di cui si aspetta con impazienza l’uscita del nuovo Tankōbon5, destinato a restare nel tempo. … STRATIFICATO! Naoki Urasawa (浦沢直樹) Naoki Urasawa, nato a Tokyo nel 1960, è tra i rarissimi autori in grado di attraversare decenni e lettori mantenendo una voce immediatamente riconoscibile. Debutta nel 1983 con BETA! e, da lì, costruisce un catalogo che unisce registri lontani: la commedia sentimentale sportiva (Yawara!), il war-thriller a forti tinte umane (Pineapple ARMY, su soggetto di Kazuya Kudo), il noir psicologico che lo impone a livello internazionale Monster, l’epopea fantascientifica dalle molte linee temporali 20th Century Boys e la rilettura d’autore di Tezuka con Pluto (in collaborazione con Takashi Nagasaki, con supervisione di Macoto Tezka e il supporto di Tezuka Productions). Accanto a questi pilastri, il suo percorso comprende anche serie e progetti differenti per ambizione e formato, da Master Keaton e Happy! al più recente Asadora!, passando per esperimenti come Mujirushi o raccolte di racconti. Ciò che rende Urasawa peculiare non è solo l’ampiezza dei generi, ma la consistenza del suo realismo: un montaggio di pagina “cinematografico”, la gestione delle pause e degli sguardi, un’inchiostrazione che restituisce peso alle figure e allo spazio. La sua drammaturgia procede per cerchi concentrici: personaggi ordinari catapultati in trame più grandi di loro, complotti che si nutrono della memoria collettiva, salti temporali che non sono virtuosismi ma meccanismi per misurare la responsabilità individuale nel corso della storia. È un autore di verosimiglianza: anche quando il racconto sfiora l’incredibile, la pagina resta ancorata a luoghi, oggetti, topografie riconoscibili. Questa tenuta formale è accompagnata da un’attenzione rara per l’ensemble: non esistono comparse, solo ruoli secondari in attesa della propria scena. Il thriller, in Urasawa, è innanzitutto un dispositivo etico: i dilemmi morali contano più del colpo di scena, e la tensione nasce da ciò che i personaggi non dicono. In Monster l’oscurità è una questione di responsabilità; in 20th Century Boys il mito pop diventa una lente per leggere le religioni civili; in Pluto la fantascienza interroga empatia e identità. Con Asadora!, infine, l’autore intreccia catastrofe naturale, ricostruzione e kaijū, trasformando la memoria del dopoguerra in romanzo di formazione. Alla fortuna editoriale corrisponde un riconoscimento critico costante: Urasawa ha ottenuto più volte lo Shogakukan Manga Award e il Premio culturale Osamu Tezuka, oltre al Kodansha Manga Award; negli Stati Uniti Monster è stato candidato due volte agli Eisner Awards. Molti suoi titoli hanno generato adattamenti animati e live action (come la trilogia cinematografica tratta da 20th Century Boys), a testimonianza di una scrittura che dialoga naturalmente con il linguaggio audiovisivo senza rinunciare alla specificità del fumetto. Accanto alla produzione seriale, Urasawa ha coltivato un rapporto diretto con la formazione e lo studio del medium: dal 2008 è stato docente ospite alla Nagoya Zokei University, contribuendo a formalizzare ciò che nelle sue opere appare evidente — il manga come arte del tempo e dello sguardo, non mera illustrazione sequenziale. La sua pratica di bottega, fatta di ricerca iconografica, sopralluoghi e attenzione alle micro-abitudini quotidiane, è parte integrante del risultato sulla pagina. L’insieme della sua opera disegna una poetica coerente: raccontare l’eccezionale come se fosse quotidiano, e il quotidiano come se contenesse già i germi dell’eccezionale. È questo equilibrio a spiegare perché Urasawa sia riconosciuto, oggi, non solo come maestro del thriller ma come uno degli autori che più hanno contribuito a definire la maturità del fumetto giapponese contemporaneo. Asadora! (Renzoku manga shōsetsu Asadora! – 連続漫画小説 あさドラ! – 2018 – in corso) storia e disegni Naoki Urasawa traduzione: Manuela Capriati editore: Planet Manga (Panini Comics) origine: Giappone lingua: Italiano brossurato con sovracopertina bianco e nero / colori pagine: 208 — Vol.01 216 — Vol.02 184 — Vol.03, Vol.04, Vol.05 176 — Vol.06, Vol.07, Vol.08, Vol.09 aperiodico 2020 — in corso NoteIl kaijū (怪獣, “strana bestia”) è il mostro tipico della fantascienza giapponese, diventato noto in Occidente dagli anni ’50 con i kaijū eiga, i “film di mostri” che affiancano spesso i kaijin (mostri umanoidi) e i daikaijū (mostri giganti). Il capostipite è Gojira — Godzilla — protagonista del film **Toho** del 1954. Nato nel Giappone del dopoguerra, il filone riflette le paure dell’era atomica, fatta di radiazioni e mutazioni come motori simbolici della catastrofe. Da quella matrice sono germogliati interi immaginari, dai super sentai ai mecha, fino a diventare un vero genere transmediale. In parallelo, i mostri hanno alimentato un robusto merchandising, giocattoli economici di allora oggi ricercatissimi oggetti da collezione.[↩]Nel settembre 1959 il tifone Isewan (noto anche con il nome di Vera) investì il Giappone con una violenza senza precedenti. Era dotato di una potenza equivalente alla categoria 5 e, per vittime, il più mortale mai registrato. La tempesta devastò intere regioni, infliggendo danni di portata catastrofica e frenando la fragile ripresa economica del dopoguerra. Il suo impatto segnò uno spartiacque da cui seguì una riforma profonda dei sistemi di protezione civile e soccorso. Vera divenne la misura con cui valutare ogni tifone successivo.[↩]Agente di polizia ed ex guardia del corpo di Hailé Selassié, ultimo imperatore dell’Etiopia, Abebe Bikila (nato a Jato, Etiopia) divenne eroe nazionale vincendo la maratona olimpica di Roma 1960, corsa scalzo per scelta tecnica condivisa con l’allenatore Onni Niskanen. Icona di un’Africa che si emancipa, quattro anni dopo, reduce da un’appendicectomia, trionfò ancora a Tokyo 1964 (questa volta con le scarpe) firmando il primato mondiale e diventando il primo a bissare l’oro olimpico nella maratona. A Città del Messico 1968 fu costretto al ritiro, frenato da altitudine e infortuni. Nel 1969 un incidente stradale vicino ad Addis Abeba lo rese paraplegico: continuò però a gareggiare (tiro con l’arco, tennistavolo, persino slitte in Norvegia) e partecipò alle Paralimpiadi di Heidelberg 1972. Morì nel 1973, a 41 anni, per emorragia cerebrale.[↩]Nato a Sukagawa il 13 maggio 1940 con il cognome Tsumuraya, Kōkichi Tsuburaya fu maratoneta e mezzofondista di punta del Giappone, in servizio come tenente nella Forza di autodifesa terrestre. La sua immagine pubblica nasce ai Giochi di Tokyo 1964: nella maratona, dopo una corsa coraggiosa, venne superato negli ultimi cento metri dal britannico Basil Heatley e conquistò il bronzo, trasformando la delusione in un simbolo nazionale di disciplina e dignità. Negli anni successivi una dolorosa lombalgia ne limitò l’attività mentre preparava l’Olimpiade di Città del Messico 1968. Il 9 gennaio 1968 morì suicida nel dormitorio degli allenamenti. Nella lettera d’addio ringraziò famiglia e tecnici, incoraggiando i compagni a dare il massimo; ammise di sentirsi sfinito e chiese perdono. La sua vicenda resta una storia luminosa e tragica insieme, la grandezza sportiva e il peso invisibile che talvolta accompagna l’eccellenza.[↩]Tankōbon (単行本) in Giappone indica, in senso editoriale generale, un volume autonomo pubblicato come titolo a sé, non inserito in un omnibus o in una raccolta miscellanea. Nel linguaggio dei manga, invece, il termine designa i volumi della serie: libri singoli che raccolgono capitoli (spesso già usciti a puntate su rivista) pur costituendo parti consecutive di un’opera più ampia.[↩] Navigazione articoli CAPITAN MIKI… UN WESTERN EROTICO? MATITE BLU 464