“Appunti per una storia di guerra” di Gipi (2004) è un fumetto significativo non solo per la maturità stilistica e narrativa, ma anche per la capacità di raccontare attraverso una vicenda personale la storia di una generazione. Vi si narrano le vicende di tre ragazzi di 17 anni che vivono sulla linea di confine tra l’adolescenza e la maturità. I tre si muovono in una periferia italiana cupa e degradata attraversata da una guerra più evocata che descritta. Siamo di fronte al classico romanzo di formazione che tocca i temi più cari all’autore: l’adolescenza con il suo vuoto incolmabile e l’amicizia come àncora indispensabile alla crescita. È un’opera che ha introdotto nel fumetto italiano un linguaggio adulto, personale e letterario. Appunti disordinati Gipi segnala già dal titolo che non si tratta di un racconto ben strutturato e coerentemente articolato ma soltanto di una serie di appunti disordinati, frammentari e incompleti, come pezzi di un puzzle accumulati per ricostruire un’immagine che ancora non si riesce a ricomporre. Dalla memoria affiorano in superficie frammenti scollegati che ancora oggi lo stesso narratore non è stato capace di decifrare. Tutto quello che ha saputo mettere insieme è una serie di spunti che stentano a prendere una forma definita, ad assumere un significato preciso. Ci troviamo di fronte a un racconto a prima vista slegato, composto di tre parti che sembrano cozzare tra loro: sulle colline, nella “città grande” e dopo la fine della guerra, che forse simboleggiano, l’infanzia, l’adolescenza e la maturità. L’io narrante La struttura fortemente discontinua dell’opera è tenuta assieme utilizzando l’espediente dell’io narrante. Si tratta di una scelta in qualche modo indispensabile per tenere uniti gli appunti all’interno di una cornice unitaria che rende il racconto comprensibile. L’io narrante permette all’autore di metterci di fronte a una testimonianza personale, filtrata dalla memoria, dal rimorso e dal trauma che nonostante la struttura volutamente frammentaria non solo guida la narrazione, ma costruisce il senso stesso del racconto. Il protagonista racconta ma non riesce a riannodare completamente i fili della storia. L’intera narrazione si trasforma così nei mille frammenti di una confessione che assume i contorni di una seduta psicoanalitica. Una guerra che non c’è In “Appunti per una storia di guerra”, Gipi costruisce un’opera dove la guerra presente nel titolo è quasi del tutto assente. Eppure la sensazione che un conflitto sia in corso ci prende sin dalle prime pagine e non ci abbandona più. Leggendo prende forma una sorta di evocazione della guerra che funziona da metafora di un combattimento mortale che in realtà si svolge dentro di noi. Apparentemente i giovani protagonisti cercano di sopravvivere come possono tra le macerie di un paese devastato dai bombardamenti. Ma non si vede nessun esercito, nessun fronte di battaglia, nessun nemico definitivo. Non ci sono scontri di ideologie o di visioni politiche. La guerra è dentro di loro, ormai diventata una condizione esistenziale. Un’adolescenza rubata Dietro le pieghe di un racconto bellico in “Appunti per una storia di guerra” si nasconde la consapevolezza profonda e struggente che qualcosa di importante è stato sottratto ai nostri protagonisti. Ci troviamo di fronte a tre giovani a cui non è stato permesso crescere. Sono tre giovani che, dopo la giovinezza, si sono ritrovati catapultati in un mondo adulto, ostile e disgregato, di cui non conoscono le regole di funzionamento. L’unica risposta che hanno a disposizione è la violenza. Ma è una violenza fine a se stessa, che non li porta da nessuna parte. Le loro vite sono ormai state “scippate ” del diritto alla scoperta, al dubbio, all’errore innocente. Gipi ci porta all’interno di un vuoto generazionale, dove le ferite subite non sono ancora state sanate e l’eco di un’adolescenza rubata continua a risuonare nell’aria. Un’autobiografia di fatto Appunti per una storia di guerra non è un racconto autobiografico in senso stretto, ma è profondamente autobiografico nel tono, nello sguardo e nella verità emotiva che trasmette. Gipi stesso ha dichiarato che la storia non è basata su eventi realmente vissuti, e che i personaggi e le vicende sono completamente inventati. Tuttavia, si avverte da mille particolari che Gipi sta parlando di se stesso e che sta mettendo in scena il dramma della sua generazione ripercorrendone nella storia il tormentato percorso emotivo. Il protagonista adulto che rievoca il passato, Giuliano, somiglia per molti versi a Gipi stesso, impegnato in una una lunga seduta di autoanalisi, come se la narrazione fosse l’unico modo possibile per fare pace con una parte rimossa di sé. Memoria e rimozione L’opera è profondamente radicata nel tema della memoria. Proust distingue tra memoria volontaria, razionale e strutturata, e memoria involontaria, che evoca emozioni e verità nascoste attraverso i sensi. In Gipi troviamo solo memoria involontaria che, attraverso il riemergere di ricordi frammentati e incompleti, cerca di ricostruire un passato dai contorni indistinti e dal senso sfuggente. Strettamente legato al tema della memoria c’è quello della rimozione. In psicoanalisi, la rimozione è un meccanismo psichico inconscio che allontana dalla consapevolezza del soggetto quei desideri, pensieri o residui mnestici considerati inaccettabili e intollerabili dall’Io. Gli eventi rievocati in Appunti per una storia di guerra non sono mai stati davvero elaborati. Il processo di riemersione del passato è doloroso, anche se terapeutico. Una periferia senza futuro In “Appunti per una storia di guerra” Gipi ambienta la sua storia in un periferia senza futuro. È lo spazio degli ultimi, di chi resta indietro, di chi parte in svantaggio e raramente riesce a recuperare. Il concetto di periferia che solitamente descrive una condizione di marginalità e un luogo di degrado è elevato da Gipi a spazio dell’anima e simbolo concreto della mancanza di futuro, dello smarrimento sociale e del vuoto educativo in cui crescono i protagonisti. Si tratta di un ambiente sospeso, metafisico quasi, segnato dalla impersonalità, dal silenzio e dalla mancanza di presenza adulta. Non è solo un luogo privo di futuro, è un luogo che toglie ogni speranza e ti costringe a vivere come una generazione dimenticata, abbandonata per sempre in un mondo crudele. Un acquerello emotivo Gipi disegna questa storia utilizzando una sorta di acquerello emotivo dove il tratto non si limita a rappresentare la realtà, ma la reinterpreta, la digerisce e la fa sua. Il suo segno diventa liquido, instabile, a tratti impreciso, fatto di macchie, trasparenze e sfumature che lo rendono più evocativo che descrittivo. L’uso dell’acquerello non è solo una scelta stilistica, ma nasconde una esigenza espressiva profonda dove ogni colore e ogni sfumatura raccontano uno stato d’animo. Gipi non vuole riprodurre il mondo così com’è, ma così come viene percepito da chi lo vive con tanta intensità. Il risultato è una pittura interiore, dove le tavole sono come pagine di un diario intimo, dove si cerca di dare forma a dei ricordi confusi. Il diario pittorico di una perdita. Navigazione articoli SILVER SURFER, IL MESSIA DI STAN LEE E JOHN BUSCEMA IL RITORNO DI TERROR