Il 23 maggio 2026 Andrea Pazienza avrebbe compiuto 70 anni. Ai tempi era quasi biologicamente impossibile immaginarlo vecchio, perché la sua intera esistenza è stato un inno alla giovinezza più bruciante, assoluta e disperata.
Come Raffaello Sanzio ha consumato la propria parabola artistica in pochissimo tempo, lasciando un’impronta indelebile nella storia della cultura visiva. Caso più unico che raro, fu consacrato come un genio
fin dal suo primissimo esordio: il pubblico, la critica e i colleghi lo riconobbero da subito come uno dei più grandi (se non il più grande) autore di fumetti italiano.
Parlare di lui significa parlare di un artista che ha trasformato il fumetto italiano in qualcosa di nuovo, in autobiografia, poesia, cronaca politica, allucinazione e confessione. Ma significa anche parlare della droga, che attraversa quasi tutta la sua opera come una presenza mutevole e inquieta.

Andrea Pazienza fa il suo esordio nel mondo del fumetto sulle pagine di Alter Linus n. 40 nell’aprile del 1977, con la sua fantasmagorica opera prima “Le straordinarie avventure di Pentothal”. In quest’opera compare uno dei primi accenni al mondo della droga sotto forma di una battuta famosissima: «Il Dams è una scuola di drogati», che viene pronunciata nella prima parte dell’opera per ironizzare sui pregiudizi della borghesia e della stampa dell’epoca verso gli studenti della contestazione bolognese.
Per tutto il 1977 “Le straordinarie avventure di Pentothal” è prima di tutto il diario politico, lirico e collettivo del Movimento del ’77. I temi centrali sono le assemblee, i blindati inviati dal governo a Bologna, le cariche della polizia, i sogni di rivoluzione e le discussioni ideologiche. In questa primissima fase, le droghe sono solo quelle funzionali allo sballo “creativo” legato alla controcultura (canne, acidi…).

In Pentothal fin da subito Pazienza alterna la lucidità delle assemblee alla disforia degli sballi quotidiani e lo fa a ragion veduta essendo queste due facce della stessa medaglia. Partecipare a un’assemblea oceanica al Dams e subito dopo sballarsi in una casa occupata faceva parte dello stesso rifiuto della società borghese.
Bologna offriva una continuità fisica perfetta per questa doppia anima.
Le aule universitarie e le piazze ospitavano dibattiti infuocati e scontri con la polizia. Le case occupate, le osterie e le radio libere (come Radio Alice) erano i laboratori in cui quella stessa rabbia politica veniva rielaborata attraverso la musica e le droghe. Ma la convivenza tra l’impegno politico e lo sballo era strutturalmente fragile e destinata a crollare fin dall’inizio, perché poggiava su una contraddizione insanabile tra la realtà difficile e complessa di quei giorni e la spinta irrefrenabile verso la fantasia.

In Pentothal le canne hanno un ruolo molto concreto, sono il segno di una giovinezza bolognese sospesa tra militanza, attesa, pigrizia, desiderio di fuga e ricerca di uno stato mentale più aperto. La scheda della Biblioteca Salaborsa di Bologna nota infatti che uno dei coinquilini di Pentothal, Fiabeschi, è “alla perenne ricerca di marijuana”, e questo dice bene che la sostanza non è un dettaglio marginale, ma fa pienamente parte del paesaggio umano e generazionale del fumetto.
L’uso di acidi diventa evidente nelle pagine centrali del fumetto, dove corpo di Pentothal cessa di avere confini rigidi. Pazienza disegna il protagonista mentre
si scioglie letteralmente sul pavimento, si allunga come gomma o si frammenta in pezzi. Gli spazi della sua stanza o delle aule del Dams si dilatano all’infinito, perdendo ogni coordinata prospettica e geometrica, replicando esattamente le distorsioni sensoriali tipiche del “trip”.

C’è in Penthotal una frase cruciale e storicamente perfetta che fotografa con brutale precisione la svolta del 1978, l’anno in cui il clima a Bologna cambia radicalmente e l’eroina fa il suo ingresso devastante nella quotidianità della contestazione. La frase fa riferimento alle “transaminasi a 4000” e al crudo realismo della siringa. Valori così alti indicano un fegato devastato da un’epatite acuta fulminante (spesso l’Epatite B), contratta a causa dello scambio di aghi infetti tra tossicodipendenti nelle case occupate di Bologna.
La frase dice anche “quello stronzo è in ospedale…”, mostrando il progressivo cinismo con cui la cerchia di amici e studenti inizia a commentare i primi “caduti” sulla via della dipendenza. È proprio questo passaggio storico che rende Pentothal un’opera unica, un diario in presa diretta che documenta il momento esatto in cui una generazione è passata dalle piazze alle corsie d’ospedale.

Verso la fine del 1979, “Le straordinarie avventure di Pentothal” abbandonano del tutto la componente onirica e goliardica per mostrare la cruda realtà della tossicodipendenza da eroina. Nelle tavole pubblicate in quell’anno Andrea Pazienza inserisce vignette che squarciano il velo sul dramma chimico di Bologna.
Compaiono i primi piani espliciti e le panoramiche sugli oggetti della dipendenza. Si vedono chiaramente il cucchiaino usato per scaldare e sciogliere la sostanza, il batuffolo di cotone, l’accendino e la siringa.

Ci sono vignette in cui i personaggi puliscono e disinfettano la pelle del braccio prima di bucarsi. Pazienza non nasconde i dettagli grafici delle vene cercate o danneggiate. Con queste immagini, Pentothal smette definitivamente di essere il manifesto del movimento creativo e si trasforma nel primo, tragico diario del “riflusso” eroinomane in Italia.

Tra la fine del 1980 e l’inizio del 1981, con la conclusione delle storie su Pentothal l’immaginario di Andrea Pazienza viene letteralmente invaso da teschi, scheletri e allegorie della morte. Queste funzionano come un memento mori barocco e spietato, sono la letterale rappresentazione della morte che sta falciando i suoi amici, i suoi compagni di facoltà al Dams e la sua stessa generazione. Andrea sta rendendosi progressivamente conto dell’estrema pericolosità dell’eroina.
Le ultime tavole di
Pentothal perdono la vitalità urbana di via Zamboni o di piazza Maggiore. Gli sfondi si fanno desertici, i cieli cupi, e i personaggi iniziano a muoversi in scenari post-apocalittici dove i teschi e i resti umani affiorano dal terreno. Graficamente, Pazienza dichiara che la festa è finita e che Bologna è passata dall’essere il laboratorio della creatività a una necropoli a cielo aperto.

Andrea Pazienza tra il 1982 e il 1984 attraversa il periodo della “grande finzione”. L’autore vive la sua tossicodipendenza da eroina come un segreto inconfessabile in pubblico, convinto, grazie alla sua straripante energia e al successo da rockstar del fumetto, di poter dominare la sostanza.
Il personaggio di
Zanardi (che debutta nel 1981 su Frigidaire) diventa lo specchio deformante di questa rimozione. La dipendenza non viene mai affrontata direttamente, ma le preoccupazioni e i sintomi dell’eroina affiorano sotto forma di echi, metafore e ossessioni grafiche. Zanardi è freddo, amorale, privo di empatia e guidato da una noia distruttiva. Questo vuoto pneumatico dei sentimenti è la perfetta trasposizione psicologica dell’effetto dell’eroina. Zanna non si fa di eroina nelle storie, ma si comporta esattamente come la sostanza, anestetizza la realtà e distrugge i legami sociali.

Zanardi, Colasanti e Petrilli non sono tre personaggi distinti, ma una spietata dissezione psicologica dello stesso Andrea Pazienza, che ha proiettato in loro le tre anime scisse e in conflitto della sua personalità durante gli anni più duri della dipendenza.
Massimo Zanardi incarna l’anima pubblica di Pazienza, quella della rockstar del fumetto. Rappresenta il delirio di onnipotenza dell’artista che si sente in grado di dominare l’eroina.
Colasanti è il braccio destro di Zanardi. Rappresenta l’anima artigianale e cinica del Pazienza disegnatore. È la parte di lui che continua a produrre tavole su tavole per fare soldi infischiandosene del lato oscuro della sua vita quotidiana.
Sergio Petrilli è l’anello debole, la vittima sacrificale del trio. È la parte più autentica, spaventata e segreta di Pazienza in quegli anni. È l’anima del tossicodipendente che sa di aver perso il controllo.

In “Gli ultimi giorni di Pompeo” (1985), il castello di carte delle finzioni crolla definitivamente e Andrea Pazienza decide di fondere le sue tre anime scisse nel personaggio di Pompeo. L’illusione di onnipotenza tipica di Zanardi viene completamente annientata. Pompeo conserva l’intelligenza acuta, l’orgoglio e il disprezzo per il perbenismo borghese di Zanardi, ma ha perso il superpotere dell’invulnerabilità. La sostanza lo ha sottomesso.
Anche la spinta produttiva di Colasanti si riduce all’osso, il protagonista disegna ancora, ma lo fa soprattutto perché è l’unico modo rimasto per rimediare i soldi necessari a comprare la dose quotidiana. Petrilli, invece, diventa il nucleo centrale della coscienza di Pompeo. La vergogna, il senso di colpa lacerante verso la famiglia, la paura della morte e la dolorosa consapevolezza del proprio fallimento prendono il sopravvento su tutto il resto. Pazienza smette di nascondere la sua parte fragile, la accetta, la mette in primo piano e le dà una voce lirica e straziante.

“Gli ultimi giorni di Pompeo” è il capolavoro assoluto di Andrea Pazienza perché abbatte qualsiasi confine tra l’autobiografia confessionale e il saggio storico-sociale. Il dramma privato di Pompeo non è isolato, ma diventa l’allegoria tragica di un naufragio epocale. Nel fumetto emerge la chiara consapevolezza che l’eroina sia stata il vero contromovimento politico, l’anestetico che ha spento la rivoluzione.
Il fallimento personale di Pompeo nel tentare di ripulirsi rispecchia l’incapacità di un intero popolo di giovani di trovare un’alternativa al vuoto lasciato dalla fine delle ideologie. La siringa cessa di essere un vizio privato e diventa il
simbolo di una resa storica collettiva. Consapevole di essere stato uno dei geni assoluti del suo tempo, Andrea ammette la sua sconfitta personale di fronte alla sostanza e quella di una generazione che era partita per cambiare il mondo ed è finita a morire nei bagni pubblici.

2 pensiero su “ANDREA PAZIENZA DANZAVA SULLA PUNTA DI UN AGO”

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