Alterlinus è tornato, ormai da un paio d’anni. Nel novembre del 2023, la casa editrice Oblomov Edizioni ha rilanciato la testata. Si tratta di un lussuoso cartonato di circa 200 pagine. Ha una cadenza trimestrale ed è distribuito principalmente nelle librerie, nelle fumetterie e negli store online. La pubblicazione a oggi prosegue regolarmente, l’ultimo volume pubblicato è Alterlinus 6, uscito a giugno 2026. Dal punto di vista dello spirito editoriale, il nuovo Alterlinus di Oblomov rispetta l’impostazione della rivista originale. Come nel 1974 nacque per dare spazio a storie lunghe e complesse anche la versione odierna propone opere importanti, graficamente sperimentali e d’autore. Giova però ricordare ai più giovani che la Alterlinus originale fu una rivista epocale e il luogo dove prese forma una trasformazione irreversibile del fumetto italiano. Alterlinus nacque nel gennaio 1974 per volontà del direttore Oreste Del Buono, che si era reso conto della necessità di restituire spazio al fumetto d’avventura: il suo Linus aveva progressivamente virato a favore dell’umorismo, della satira e del dibattito politico e culturale. Come scriveva nello storico editoriale del primo numero, «Alterlinus è un altro Linus. Un Linus uguale e diverso. Un Linus che non resta insensibile al grido di dolore dei patiti dell’avventura…». E nel secondo numero, del febbraio 1974, “Diciamo la verità, non ci aspettavamo neppure noi un successo simile per Alterlinus. Abbiamo scoperto in ritardo di aver tirato del numero poche copie rispetto alla domanda. Grazie, ma questo ci impone nuove responsabilità. I patiti dell’avventura, dunque, sono tanti e tanto affezionati”. Del Buono aveva fatto centro inventandosi una nuova rivista per separare due anime che dentro Linus cominciavano a convivere con difficoltà. Alterlinus non nasce rivoluzionario. Nasce conservatore nel senso migliore del termine. Non è ancora una alternativa a Linus, come il suo nome vorrebbe fare intendere, si limita a riprendere e allargare il discorso sul fumetto d’avventura. I nomi pubblicati del resto appartengono a una ben riconosciuta “aristocrazia” del fumetto europeo. Hugo Pratt (Gli scorpioni del deserto), Guido Crepax (Valentina) e Lob e Georges Pichard (Ulisse) possono essere non convenzionali rispetto al fumetto popolare (come Tex o Diabolik), ma rappresentavano nomi consolidati per il pubblico borghese e intellettuale della Milano Libri. Alterlinus era una splendida vetrina per fumettisti affermati, ma pareva non accorgersi che là fuori il mondo giovanile stava cambiando. Nemmeno l’arrivo nel gennaio 1975 di Alack Sinner con “Il caso Webster” spostò più di tanto le cose. La trama è relativamente convenzionale: Webster viene minacciato, qualcuno tenta di avvelenare la segretaria Loretta, i sospetti cadono sul greco Foutiadis, che in realtà è soltanto un voyeur. Lo sceneggiatore Carlos Sampayo omaggia la letteratura hard boiled, mantenendosi in territori tutto sommato piuttosto classici. È Muñoz, il disegnatore, che deraglia. Deformazioni, neri violentissimi, volti tormentati, una città che sembra fisicamente malata. È qui che Alack Sinner smette di essere classico e diventa avanguardia pura. Proprio per questa sua natura duale, una trama classica che non spaventava il lettore tradizionalista abbinata a un disegno mai visto, Alack Sinner diventò il cavallo di Troia per dare inizio a quel processo di svecchiamento dell’avventura che avrebbe portato alla trasformazione di Alterlinus in Alter alter. “Le armate del conquistatore” di Jean-Pierre Dionnet e Jean-Claude Gal comparve su Alterlinus n. 22, nell’ottobre 1975, come primo episodio di 12 pagine; mentre l’originale era appena apparso su Métal Hurlant n. 1, nel gennaio dello stesso anno. Se in Alack Sinner la trama rassicurava il lettore e il disegno espressionista lo destabilizzava, ne “Le armate del conquistatore“ avviene il contrario, l’estetica visiva accademica inganna l’occhio del lettore, per poi immergerlo in una narrazione nichilista, destrutturata e totalmente nuova. Il numero di dicembre 1975 rappresentò lo shock definitivo. Con la pubblicazione di “Operazione Centauri“ (scritta da Druillet e disegnata da Moebius) l’estetica umanoide di Métal Hurlant prese possesso della rivista. Se i lettori conservatori di Alterlinus avevano potuto aggrapparsi alla trama solida di Alack Sinner (almeno nei primi episodi) e alla illustrazione pulita di Gal, qui vennero privati di ogni punto di riferimento. “Approche sur Centauri” era il primo fumetto pubblicato su Alterlinus in cui l’avanguardia attaccava simultaneamente, e con la stessa violenza, sia la struttura narrativa che il segno grafico. A quel punto, i lettori della Milano Libri si trovarono davanti a una mutazione impossibile da ignorare, che metteva a nudo l’inadeguatezza del vecchio concetto di fumetto. Il blocco di storie provenienti da Métal Hurlant non voleva più semplicemente raccontare un’avventura, ma ambiva a creare qualcosa di completamente nuovo. A quel punto la frattura generazionale si era ormai consumata. Una parte del pubblico tradizionale di Linus protestava, disorientata da quella che percepiva come un’incomprensibile anarchia grafica e narrativa, l’altra parte, quella più giovane e legata alle controculture, capiva invece che stava assistendo alla nascita di un nuovo modo di fare fumetto. Linus aveva creato un pubblico adulto per il fumetto; Alterlinus stava portando quel pubblico da un’altra parte. La trasformazione formale in Alter alter, che avverrà esattamente un anno dopo, è ormai un percorso inevitabile. Le lettere e i messaggi inviati alla posta dei lettori di Alterlinus tra la fine del 1975 e il 1976 testimoniano un vero e proprio scontro culturale e generazionale. Dopo la “svolta francese” inaugurata dall’importazione del materiale di Métal Hurlant la redazione si trovò a dover gestire il malcontento di una fetta storica di lettori. Il lettore medio di Linus e Alterlinus era un intellettuale legato alla sinistra. Una parte di loro si trovò davanti a qualcosa di assai più difficile da assimilare dell’ennesima variante del fumetto d’avventura. Le storie degli Umanoidi potevano apparire sconclusionate, prive di una trama vera e propria, quasi incapaci di rispettare le regole elementari della narrazione. Ma era proprio quello il punto, non stava cambiando soltanto il disegno, stava cambiando l’idea stessa di cosa fosse una storia a fumetti. I lettori più politicizzati furono quelli che la presero peggio, cercavano l’impegno e l’impegno non c’era, cercavano il sociale e del sociale nemmeno l’ombra. Quelle opere fredde, nichiliste e disilluse provocarono un forte rigetto ideologico. Diversi lettori accusavano la fantascienza francese di essere disimpegnata, “qualunquista” o, peggio, reazionaria. In questo clima di contestazione, la figura di Oreste Del Buono fu fondamentale. Invece di scusarsi o giustificarsi, il direttore utilizzò lo spazio della posta per rivendicare orgogliosamente questa svolta. Spiegava ai lettori che il fumetto non poteva rimanere ancorato alle regole del passato e che la vera “avventura” del presente era proprio la ricerca di un nuovo linguaggio sia narrativo che grafico. Per lui i nostalgici di Corto Maltese e di Valentina rappresentavano il fumetto di ieri, mentre una nuova generazione di giovani lettori reclamava altro. Questa frattura tra chi chiedeva un ritorno all’ordine e chi esigeva di andare avanti col nuovo corso convinse definitivamente la Milano Libri che non si poteva più continuare così, serviva assolutamente una nuova rivista, con un nuovo nome, dichiaratamente “altra”. Il numero di gennaio 1976 fu epocale. Con la pubblicazione simultanea di Arzach di Moebius e de Lo scimmiotto di Milo Manara (su testi di Silverio Pisu), i lettori di Alterlinus non ci capirono più niente. Non si trattava più solo di digerire le provocazioni che arrivano dalla Francia; la redazione dimostrava che anche gli autori italiani stanno iniziando a usare il fumetto come un’arma di distruzione di massa. Arzach eliminava quello che era sempre sembrato uno strumento fondamentale per il fumetto, la parola, presentando una storia completamente muta, priva di dialoghi, didascalie o onomatopee. Manara e Pisu firmavano un’opera che oltre a “confrontarsi con lo stile di Moebius” univa la provocazione politica a quella sessuale, andando ben oltre la classica avventura da salotto e aprendo una strada che, nel giro di pochissimi mesi, verrà percorsa da altri autori italiani ancora più radicali. A metà del 1976, la situazione su Alterlinus non solo si complica, ma diventa esplosiva. Con l’esordio di Richard Corben, Den, e di un cinico Filippo Scozzari (con il racconto “Sulla collina”) la rivista accoglie contemporaneamente l’underground americano e il nuovo fumetto movimentista italiano. A questo punto, i vecchi lettori si trovano di fronte a due stili che non cercavano più il dialogo, ma invocavano lo scontro. Con Den siamo di fronte a un fumetto dove la sessualità e la violenza esplicita sono presenti quasi ovunque e il più delle volte sembrano non avere senso. Con “Sulla collina” Scozzari porta la rabbia urbana e il nichilismo politico che da lì a pochi mesi avrebbero incendiato Bologna. Del Buono non stava solo importando la rivoluzione francese, stava cercando, all’interno del fumetto, autori capaci di parlare una lingua altrettanto nuova. Ormai la convivenza nello stesso contenitore di Hugo Pratt e Filippo Scozzari, o di Guido Crepax e Richard Corben, creava una situazione anomala e insostenibile. La rivista era diventata una polveriera in cui il fumetto d’autore classico si trovava letteralmente assediato dalle nuove controculture, dal sesso, dalla droga e dal rock’n’roll. La massa di lettori più giovani, universitari e movimentisti, si complimentava per aver “fatto entrare l’aria fresca” e aver zittito quei “quattro intellettuali da salotto”. Sull’ultimo numero di Alterlinus, il n. 36, del dicembre 1976, Oreste Del Buono inizia il suo editoriale con la frase “Ehi, penso che l’abbiate capita. Dal prossimo numero tutto cambia”. Dando per scontato che i lettori più attenti avessero già ampiamente percepito le tensioni sotterranee e le polemiche dei mesi precedenti. Poi continua con “Ovvero il buono resta, e cerchiamo di aggiungerne un po’. Un po’ tanto, vorremmo”. Qui da un colpo al cerchio e uno alla botte rassicurando i lettori storici spaventati dalla deriva francese ma allo stesso tempo promettendo ulteriori novità. Per concludere con una domanda retorica: “Questo Alter, insomma, sarà un giornale d’evasione?”. E rispondendosi citando J.R.R. Tolkien, quando affermava che le uniche persone a considerare l’evasione un reato sono i carcerieri. Pubblicare “Il garage ermetico” di Moebius sul primo numero di Alter alter nel gennaio 1977 significava dire al pubblico: “Dimenticate la narrazione rassicurante e lineare con un inizio e una fine. Da oggi vi chiediamo di abbandonare il controllo e accettare il caos creativo”. Alter alter si proponeva non più come una rivista di storie, ma come una rivista di idee. Di fronte alla plumbea e violenta realtà italiana del 1977, la rivista offriva un rifugio nella fantasia. Non per codardia, ma per preservare la capacità di sognare in un momento storico durante il quale la gente sembrava occupata in tutt’altre faccende. Il capolavoro di Moebius divenne la linea guida di una testata che aveva l’ambizione di espandere i confini del fumetto e che lo stava facendo divertendosi. (A me, lettore di Alterlinus, piacevano le storie con una sceneggiatura professionale, che arrivarono con Andrea Pazienza – NdSauro) L’AI è stata utilizzata per recuperare i contenuti degli editoriali di Oreste Del Buono e della posta dei lettori di Alterlinus nel periodo 1974-1976. Navigazione articoli Matite Blu 505 TOPOLINO AGOSTO 2026: RIECCO MACCHIA NERA