Che mi abbiano messo in codice bianco in un certo senso mi ha tranquillizzato. Non avrei sopportato un colore diverso da quello a cui sono abituato. Il codice verde lo lascio agli altri. In uscita dal box del triage, il medico, o l’infermiere con cui avevo parlato, mi avvisa che ci sarebbe stato tanto da aspettare. Eppure, in sala attesa eravamo solo in cinque.

Arriva un’infermiera foglio in mano. Chiama: “Loddo!”.

Loddo, il quale stava sdraiato sulla sua barella, si mette seduto, afferra i remi e, rema verso l’altra riva del lago di Como.

Quattro in sala d’attesa.

Arrivano altri pazienti. Tutti sulle loro zampe. Forse ora siamo in dieci, o poco più.

Ed ecco un’ambulanza. Chi arriva in ambulanza come minimo lo mettono in codice verde. E così è.

Altre persone in arrivo.

Apprendo così che il pronto soccorso, come le strade cittadine, ha la sua ora di punta.

Ambulanze. Ambulanze. Non dico milioni di ambulanze, ma quasi. E poi la marea di codici bianchi. Ogni volta che arriva un’ambulanza, il codice bianco che aspettava da almeno un’ora fa una smorfia. Sì, bello mio, dovrai aspettare ancora.

Va bene l’empatia, ma i codici bianchi devono pensare pure a loro stessi. E quindi chi, da tre o quattro ore, soffriva di calcoli renali comincia a lamentarsi. Nel frattempo si alza, fa il giro della sala d’attesa e sbatte la testa contro il muro. Alcuni calcinacci cadono dal soffitto.

Mosso dalla compassione, un addetto del triage va a parlare con qualcuno all’interno e il sofferente viene fatto entrare. Mai l’avessero fatto! Un altro interviene immediatamente: “Anch’io ho i calcoli renali e sono arrivato molto prima di lui!”. Minaccia di sfasciare tutto. Si alza. Nonostante l’opposizione della sorveglianza, entra nel box e urla contro medici e infermieri. Arriva altro personale. È quasi rissa. E poi, per calmare le acque, lo si fa entrare e ci si occupa di lui.

Arrivano altre ambulanze.

Improvvisamente diventiamo dei mamuthones con i campanacci sul dorso. Qui non si passa più! E per dimostrarlo buchiamo le ruote delle ambulanze. Qui comandiamo noi! Chi ha i calcoli passa per primo! La nostra bandiera sventola sotto il cielo della Sardegna. Accenniamo le note di un inno inventato lì per lì, poi con mille voci potenti lo cantiamo a squarciagola. I mamuthones salgono sulle sedie, sui tavoli, sui tetti. Si lanciano fumogeni, petardi, si spara. Poi si ricade nel mondo reale.

Si sente un rumore. Un paziente è caduto dalla barella. Grida di dolore. Gli infermieri lo risistemano nella barella.

Passa altro tempo. Le donne non possono più nascondere la ricrescita.

Altre ore scivolano via. Rimaniamo in cinque. Come quando sei ore prima sono entrato al pronto soccorso. Qualcosa mi terrorizza: che viva in un loop temporale?



Un’ora dopo rimaniamo in due. Strano, mi chiamano. Guardo l’altro paziente come per dire: Mi dispiace. Lui mi guarda come per dire: Non fa niente, fratello.

Al medico ricordo la mia storia: morso di gatto, il mio medico di famiglia mi dà il trattamento, mi fa l’immunoglobulina e mi raccomanda di fare l’antitetanica il più presto possibile, ragione per cui sono al pronto soccorso.

“Ma qui non si fa l’antitetanica. Deve andare al centro vaccini!”.

“E non potevate dirmelo prima?”.

“Ma lei al triage non l’ha detto che voleva fare l’antitetanica!”.

Era vero. Avevo dimenticato perché davo per scontato che al pronto soccorso me l’avrebbero fatta. Allora mi altero: “Secondo lei, uno si presenta con tutte queste ferite profonde da morsi di gatto, infreddolito, magari con un po’ di febbre, spaesato, confuso, eccetera, e non gli si accenna neanche minimamente all’immunoglobulina o all’antitetanica, così, da protocollo? Oltre a questo mi mettete pure in coda a tutti. Vi sembra professionale?”.

Finalmente, anch’io, come tanti altri prima di me, posso per la prima volta nella mia vita, uscire sbattendo la porta.

Forse ho mormorato: “ma vaffa…”.

Ma nessuno l’ha sentito.

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