Le leggi ingiuste esistono: dobbiamo essere contenti di obbedirvi, o dobbiamo tentare di emendarle, obbedendovi fino a quando non siamo riusciti nel nostro intento, oppure ancora dobbiamo trasgredirle da subito? Henry David Thoreau Con questa frase del filosofo, narratore e poeta americano del diciannovesimo secolo Henry David Thoreau, che fu anche un pioniere del pensiero ecologista e della resistenza civile nonviolenta, si apre il documentario Il figlio di internet (The Internet’s Own Boy, 2014), di Brian Knappenberger, sulla vita di Aaron Swartz (che potete recuperare facilmente in rete). Non è una questione da poco! È il punto da cui ripartire per spiegare perché vale la pena tornare, con gratitudine e rispetto, sulla sua storia. Perché Swartz ha dato a quella domanda una risposta vissuta, non teorica. Ha trasformato l’alfabeto del codice in una lingua etica, in cui l’accesso alla conoscenza non è un favore concesso ma un diritto da difendere. Scrivere oggi di Aaron significa anzitutto dire grazie: grazie per l’intelligenza messa al servizio di tutti, per i ponti costruiti tra sapere e cittadinanza, per il coraggio di sfidare pratiche consolidate quando negavano l’interesse pubblico. Ma vuol dire anche riconoscere che la posta in gioco non è cambiata, che l’asimmetria nell’accesso alla ricerca, la privatizzazione dei beni comuni informativi, la pressione delle piattaforme sull’attenzione e sui dati restano problemi vivi, oggi più che mai. In questo scenario, la sua figura ci ricorda che la tecnologia è anche scelta politica, che gli strumenti non sono mai neutrali e che ogni riga di codice, ogni archivio, ogni licenza può anche raccontare da che parte stiamo. Questo articolo nasce dunque per un personale desiderio di onorare una vita breve e luminosa, passata nell’impegno di custodire la promessa di un Internet capace di emancipare, non di escludere. Swartz non è stato solo l’esempio, ma l’invito a non abbassare lo sguardo davanti a ciò che è ingiusto e a farne responsabilità personale. Milano, 10 ottobre 2025 Aaron Swartz e la promessa infranta di Internet Quando si parla di Aaron Swartz, si avverte una doppia perdita: la scomparsa di un giovane genio — morto a soli ventisei anni, nel gennaio del 2013 — e il dissolversi di una possibilità storica che molti avevano intravisto nel nascente Web. Swartz non fu soltanto un programmatore brillante e un attivista digitale: per molti rappresentò la coscienza morale di Internet, la parte idealista e disinteressata del Web che continuava a credere nella conoscenza come bene comune e non come merce. La sua parabola, conclusa tragicamente, è diventata il simbolo della fine di una grande utopia del XXI secolo: l’idea di una rete libera, aperta, capace di emancipare chiunque, ovunque. Parlando di Swartz si parte dall’ammirazione, per approdare poi a un sentimento più complesso, quello di un lutto condiviso, la consapevolezza che con Aaron Swartz è morta una certa idea di progresso etico legato alla tecnologia. L’infanzia di un genio fuori posto Nato a Chicago nel 1986, Aaron cresce in una famiglia curiosa e culturalmente vivace. La precocità è evidente: a tre anni legge e a otto inizia a scrivere codici informatici. Non è un bambino modello nel senso scolastico del termine; quanto, piuttosto, un autodidatta insaziabile, spinto da una curiosità che corre più veloce degli schemi a disposizione. Ama i libri, i computer, le conversazioni sui temi morali che contano e diffida delle autorità che impongono limiti alla libertà di pensiero. Un incontro chiave avviene quando, a undici anni, conosce John Perry Barlow, già paroliere dei Grateful Dead, tra i pionieri della difesa delle libertà in rete e cofondatore del’Electronic Frontier Foundation. Barlow, con il suo carisma da convinto idealista e la sua visione utopica, diviene per Aaron un modello e un mentore che gli trasmette con forza un’idea semplice e radicale: la tecnologia è anche politica e può combattere censura e concentrazione del potere. Swartz abbandona i piccoli progetti di videogiochi amatoriali e inizia a interrogarsi su come usare la rete in senso etico e collettivo. A tredici anni, mentre molti coetanei muovevano i primi passi tra blog e primi social, Aaron provava a costruire un’enciclopedia collaborativa online, un’idea, un progetto embrionale che anticipa di qualche anno quanto sarebbe poi diventato Wikipedia. Non ci sono calcoli di carriera, né interessi economici, ma c’è il convincimento netto che il sapere deve circolare liberamente. Il giovane architetto del Web In pochissimi anni, Swartz contribuisce a sviluppare strumenti che, ancora oggi, segnano in profondità l’ecosistema digitale. Partecipa alla definizione dei feed RSS, che permettono di ricevere in modo automatizzato gli aggiornamenti dei siti web e che ancora oggi sostengono la circolazione dei contenuti. Collabora quindi a Creative Commons, un sistema di licenze che offre agli autori una via alternativa al copyright tradizionale, con gradi diversi di condivisione. Più tardi entra nel gruppo che avrebbe dato vita a Reddit, oggi una delle piattaforme più influenti nella formazione dell’opinione online. Tutto questo accadde prima che Swartz compia vent’anni. Eppure, Swartz non si riconosce mai nella cultura della Silicon Valley che va imponendosi in quegli anni: la retorica del successo, la pressione a scalare, la trasformazione di ogni intuizione in un asset finanziario e lucroso. Per lui, il Web deve restare lo spazio della cooperazione e della curiosità, non soltanto il terreno della competizione. Questo atteggiamento spiega anche il suo percorso accademico irregolare: un breve passaggio a Stanford, poi l’abbandono degli studi formali, a cui preferisce l’autoapprendimento e la ricerca libera. Più avanti frequenta corsi ad Harvard in sociologia e scienze politiche, spostando l’orizzonte dall’informatica pura allo studio delle strutture di potere che governano l’informazione. Aaron non è mai stato solo un programmatore ma è, prima di tutto, un intellettuale (del digitale) nel senso più ampio, animato dal bisogno di capire come il sapere possa trasformarsi in emancipazione collettiva. L’attivismo digitale e la lotta contro la censura Con la maturità il suo impegno politico diventa ancora più esplicito. Nel 2010 fonda Demand Progress, una piattaforma di mobilitazione civica pensata per opporsi a leggi e pratiche che minacciano la libertà della rete. Il primo grande banco di prova è la proposta di legge SOPA (Stop Online Piracy Act), presentata nel 2011 dal deputato repubblicano Lamar Seeligson Smith, che dietro la retorica della lotta alla pirateria introduce meccanismi che mirano a rafforzare controllo e censura sul traffico Internet, devastanti per la libera circolazione delle informazioni. Swartz comprende subito che quella legge rappresenta un colpo durissimo alla libertà di espressione e alla condivisione dei contenuti. In pochi mesi, insieme a una rete di programmatori, attivisti, giornalisti e persino aziende tecnologiche, contribusce a organizzare una mobilitazione senza precedenti e Demand Progress mobilita milioni di utenti. La protesta culmina con il blackout del 18 gennaio 2012, quando siti come Wikipedia, Reddit e Google oscurarono parzialmente o totalmente le proprie pagine per un giorno intero, mostrando agli utenti l’impatto che quelle norme avrebbero avuto. Milioni di persone contattano i propri rappresentanti e il Congresso è costretto a fare marcia indietro. È una vittoria politica e simbolica che dimostra come la cittadinanza digitale può incidere sugli equilibri di potere. Ma è anche il momento in cui molti comprendono che Swartz non è soltanto un brillante tecnico, ma anche un organizzatore, un catalizzatore, un leader. E, inevitabilmente, finisce sotto i riflettori di forze più grandi, più potenti (e pericolose). La battaglia per la conoscenza libera Convinto che l’accesso alla conoscenza scientifica è un diritto universale, Swartz guarda con inquietudine ai grandi archivi digitali a pagamento, tra cui JSTOR (Journal Storage), che conservano milioni di articoli accademici. La ricerca — spesso finanziata con denaro pubblico — diventa di fatto inaccessibile a chi non può permettersi un abbonamento, molto spesso assai costoso, o non appartenga a un’istituzione privilegiata. Per lui è un’ingiustizia strutturale, un ostacolo alla parità delle opportunità cognitive. Tra il 2010 e il 2011 decide di agire. Collegandosi alla rete del MIT (Massachusetts Institute of Technology), scarica in modo massivo circa 4,8 milioni di articoli da JSTOR con l’intento — simbolico e politico prima ancora che pratico — di renderli (gratuitamente) disponibili a tutti. Ancora una volta, non si tratta di lucro, ma di un atto di disobbedienza civile contro la privatizzazione del sapere. Va detto che tutti gli articoli sono anteriori al 1923 e già di pubblico dominio ma la loro digitalizzazione su JSTOR, però, è coperta dal copyright relativo al Journal Storage. La risposta del sistema giudiziario è durissima: il 19 luglio 2011 viene arrestato e il procuratore del Massachusetts lo incrimina con accuse pesanti, compresa la frode informatica, con un potenziale di condanna sproporzionato che può arrivare fino a 50 anni di carcere e al pagamento di 4 milioni di dollari di multa. È rilasciato dietro al pagamento di una cauzione di 100.000 dollari. Il processo è previsto per il 2013. Viene proposto un patteggiamento che però rifiuta: accettarlo significherebbe ammettere una colpa che nega l’essenza stessa delle sue convinzioni e delle motivazioni che lo hanno spinto ad agire. È scelta etica, ma dalle conseguenze devastanti. Elliott Peters, avvocato di Swartz, prova a trattare con il viceprocuratore federale Stephen Heyman e cerca una soluzione che non preveda il carcere, ma la procura vuole Swartz in carcere, anche se si dichiarasse colpevole di tutte le imputazioni. Il 9 gennaio 2013, Peters torna a chiedere un accordo senza detenzione, che la procura rifiuta: è evidente (e prevedibile) la volontà di fare di Aaron Swartz un monito e un avvertimento. In una nota ufficiale, il JSTOR dichiara di non avere intenzione di avviare azioni legali nei confronti di Swartz e, nel settembre 2011, annuncia l’apertura gratuita alla consultazione e al download degli articoli anteriori al 1923 negli Stati Uniti e al 1870 nel resto del mondo, facenti parte del suo archivio. La piattaforma precisa che il progetto era in cantiere da tempo, ma che le indagini in corso ne avevano influenzato la tempistica per timore di fraintendimenti sulle motivazioni. Nonostante ciò, decide comunque di procedere con l’iniziativa. La pressione legale e mediatica, la prospettiva di un processo lungo e (altamente) punitivo, la solitudine, l’abbandono da parte del MIT e una depressione pregressa pesano fino all’irreparabile. Venerdì 11 gennaio 2013, Aaron Swartz viene trovato morto: si è tolto la vita impiccandosi nel suo appartamento di Brooklyn. Aveva ventisei anni. «Riconosco un atto di hacking criminale quando lo vedo e il download di Aaron di articoli accademici da un contenitore aperto non è un reato che valga 35 anni di carcere.» [Alex Stamos, CEO di Artemide Internet ed esperto di informatica forense] Il processo come specchio di un sistema Il caso Swartz suscitò un’ondata di indignazione pubblica. In molti denunciarono l’eccesso della persecuzione legale rispetto alla natura del gesto, che in altri contesti sarebbe stato compreso come disobbedienza civile a tutela di un interesse pubblico. Il governo, a difesa degli interessi delle grandi case editrici accademiche e dei colossi dell’informazione, trattò la vicenda come un crimine esemplare, facendo del giovane attivista un monito. Le prese di posizione non mancarono. Lawrence Lessig, giurista e promotore di Creative Commons, parlò di “tragedia giudiziaria”. Tim Berners-Lee, inventore del World Wide Web, ricordò Swartz come un interprete autentico dello spirito originario della rete. Il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, come anche il poeta e saggista John Perry Barlow, sottolinearono il valore del gesto come sacrificio in nome della libertà di conoscenza. Più che ricostruire una cronaca giudiziaria, importa cogliere il nodo simbolico, la collisione fra una cultura nata per condividere e un impianto normativo pensato per recintare. Da quel punto di vista, il processo a Swartz somiglia a uno specchio in cui si riflette una trasformazione più ampia. La rete comunitaria, cooperativa e intrisa di curiosità dei pionieri, stava cedendo il passo a un ecosistema dominato dalle piattaforme globali, le cosiddette big tech, in cui l’attenzione degli utenti diventa la valuta, i dati personali la merce e le interfacce sono progettate per massimizzare il tempo trascorso online più che la qualità dell’esperienza. Swartz aveva intuito il rischio che, da strumento di libertà, Internet potesse farsi macchina di sorveglianza e di manipolazione. L’eredità di una visione Parlare di Aaron Swartz oggi significa riconoscere un’eredità che continua a generare pratiche e riflessioni: open access, open data, copyleft, software libero, educazione aperta. La sua vicenda ha contribuito a spingere università e istituzioni a ripensare le proprie politiche di pubblicazione; ha incoraggiato ricercatori e ricercatrici a scegliere sedi editoriali più permeabili all’accesso libero; ha fatto emergere un dibattito, non privo di contraddizioni, sul rapporto tra diritto d’autore, sostenibilità economica dell’editoria scientifica e interesse pubblico. Il lascito più profondo è però etico. Dietro a ogni riga di codice, dietro a ogni protocollo e a ogni piattaforma, esiste una scelta di valore: chi include e chi esclude, chi decide le regole dell’accesso, quali comportamenti vengono incentivati. Programmare non è neutro; è un atto politico. In un mondo in cui gli algoritmi orientano consumi, credito, informazione e perfino la percezione del reale, questa consapevolezza è imprescindibile. La figura di Swartz resta un riferimento per chi rifiuta la naturalizzazione del capitalismo e della sorveglianza. Le nuove generazioni — cresciute dentro una rete già colonizzata da modelli di business pervasivi — possono leggere la sua storia come un invito a non rassegnarsi, a interrogare i meccanismi che governano la visibilità e il silenzio, a pretendere trasparenza, a sperimentare modelli alternativi di produzione e circolazione della conoscenza. Una storia che parla ancora al presente La morte di Swartz non è soltanto la fine di una biografia; segna una frattura nel modo in cui viviamo il rapporto tra tecnologia e libertà. Mette a nudo la tensione permanente tra due anime della rete: quella commerciale, che per ragioni strutturali concentra potere e controllo e quella civica, che tende a distribuire sapere e responsabilità. Ognuno di noi la incontra quotidianamente nell’affidare la memoria personale a infrastrutture opache, nel lasciarsi guidare da raccomandazioni che non sappiamo come siano state generate, nell’accettare condizioni d’uso incomprensibili. Non si tratta di demonizzare le piattaforme, ma di ricordare che l’innovazione non coincide automaticamente con il bene comune. La questione è chi decide gli standard, come vengono governati i dati, quali poteri di audit e di verifica sono riconosciuti alla collettività. La storia di Swartz, sotto questo profilo, produce un effetto pedagogico e ci restituisce il senso della responsabilità individuale dentro sistemi complessi. Ci ricorda che l’alfabetizzazione digitale non è soltanto imparare a usare gli strumenti, ma comprenderne logiche e implicazioni. Non sorprende che, dall’informatica al diritto, dalle scienze politiche all’etica pubblica, la sua vicenda continui a essere oggetto di studi, corsi e discussioni in ambiti così diversi tra loro. Chiariamo, Swartz non è un martire da incensare, ma un caso-limite che costringe a fare i conti con i compromessi della modernità digitale. Il punto non è riprodurre un’icona, ma proseguire la riflessione che la sua vita ha aperto. «Qual è la cosa più importante su cui potresti lavorare nel mondo in questo momento? E se non ci stai lavorando, perché non lo fai?» AARON SWARTZ 1986 – 2013 La speranza di una nuova generazione Guardare a Swartz con lucidità implica anche evitare la retorica del “genio incompreso”. È più utile leggere la sua vita come un messaggio di metodo: la ribellione può germogliare dentro il sistema stesso e la tecnologia, se sottratta alla logica proprietaria che la vuole opaca e inaccessibile, può tornare strumento di emancipazione. Oggi esistono pratiche concrete che incarnano quella speranza: archivi istituzionali ad accesso aperto; iniziative civiche che usano dati pubblici per monitorare la spesa e i servizi; comunità di sviluppatori che costruiscono strumenti liberi e verificabili; movimenti che chiedono trasparenza algoritmica e responsabilità sulle piattaforme. Una generazione più consapevole, cresciuta in un ambiente in cui la sorveglianza è normalità, sta raccogliendo quel testimone. Gli attivisti del clima che costruiscono database pubblici e tracciabili, i difensori dei dati aperti che sviluppano strumenti per leggere i bilanci, gli hacker etici che denunciano vulnerabilità nei sistemi di pubblica utilità tutti, a modo loro, proseguono la traiettoria di un’idea radicale di libertà digitale. E se le resistenze sono forti, lo sono anche gli anticorpi: comunità che documentano, spiegano, insegnano, diffondono buone pratiche. Conclusione: la libertà come conoscenza Aaron Swartz è stato programmatore, attivista e intellettuale del digitale. Ma, più di ogni altra cosa, è stato un pensatore morale che ha compreso che la conoscenza è potere e che limitarne l’accesso equivale a consolidare (e aumentare) disuguaglianze già esistenti. La sua battaglia non era contro la legge in quanto tale, ma contro un assetto che ha smarrito il proprio scopo. Rendere il sapere disponibile, non custodirlo come privilegio, è questa intuizione che, nella sua semplicità, resta rivoluzionaria. Il suo percorso breve ma densissimo ha lasciato un’impronta che non si cancella. Ci ha insegnato che la tecnologia non è neutra, che la libertà non è un codice sorgente da copiare ma una responsabilità da esercitare e che ogni generazione deve ridefinire i propri diritti digitali. Nell’epoca del capitalismo dei dati e dell’intrattenimento senza fine, ricordare Aaron Swartz significa ricordare che Internet può — e soprattutto deve — essere ancora un luogo di conoscenza condivisa, non soltanto un mercato dell’attenzione, se non della distrazione. In quell’utopia infranta sopravvive una verità operativa: la possibilità di riprovare. Ogni scelta progettuale, ogni politica di pubblicazione, ogni licenza aperta, ogni archivio accessibile, ogni riga di codice documentata e verificabile è un passo in quella direzione. È un modo per tenere vivo ciò che della sua storia ci riguarda tutti: l’idea che la libertà digitale coincide, in ultima analisi, con la libertà di conoscere, comprendere e partecipare. Ancora una cosa… Vi consiglio la lettura di due libri: Aggiustare il mondo. La vita, il processo e l’eredità dell’hacker Aaron Swartz di Giovanni Ziccardi, edito da Milano University Press nel 2022. Firmato da uno dei maggiori esperti di informatica giuridica e diritti digitali, docente all’Università Statale di Milano, ricostruisce con taglio rigoroso la biografia, le vicende giudiziarie e l’impatto culturale di Swartz. La ricerca si fonda su un ampio corpus documentale fatto di atti processuali, materiali dell’FBI, report del MIT, scritti e corrispondenze di Swartz, oltre a testimonianze di amici e mentori. Per me un vero punto di riferimento. Il libro, nella sua edizione digitale, è scaricabile gratuitamente su licenza Creative Commons da questo indirizzo. Aaron Swartz — Una vita per la cultura libera e la giustizia sociale, di Bernardo Parella e Andrea Zanni. Attraverso voci, ricordi e analisi, il ritratto che mette in risalto il suo impegno per l’accesso aperto alla conoscenza e i diritti civili; un invito a proseguirne la lotta contro corruzione e disuguaglianze, difendendo giustizia ed equità come beni comuni. Anche questo scritto è disponibile su licenza Creative Commons gratuitamente a questo indirizzo. Chi è chi e cosa (in breve) Persone Aaron Swartz — Programmatore, scrittore e attivista dei diritti digitali (1986–2013). Ha contribuito allo sviluppo di tecnologie e pratiche di condivisione (RSS, Creative Commons, Reddit) e ha fatto dell’accesso aperto alla conoscenza la sua battaglia civile, diventando un simbolo globale dell’etica del Web. John Perry Barlow — Attivista per le libertà civili online e cofondatore dell’Electronic Frontier Foundation. Ex paroliere dei Grateful Dead, è tra le voci che hanno teorizzato un Internet aperto e non sottoposto a censure; per Swartz fu un riferimento e un mentore ideale. Lawrence Lessig — Giurista e professore, tra i principali promotori di Creative Commons. Ha riflettuto a lungo sul rapporto tra copyright e interesse pubblico e ha difeso pubblicamente la causa della conoscenza come bene comune, intervenendo anche sul caso Swartz. Tim Berners-Lee — Inventore del World Wide Web e sostenitore degli standard aperti. La sua visione di un Web interoperabile, decentralizzato e accessibile è la cornice culturale entro cui si colloca l’impegno di Swartz per l’accesso al sapere. Jimmy Wales — Cofondatore di Wikipedia e promotore della conoscenza libera. Ha sostenuto iniziative di mobilitazione civica a tutela dell’apertura della rete, contribuendo a rendere Wikipedia un esempio di bene comune digitale. Lamar Seeligson Smith – Politico repubblicano statunitense, deputato per sedici mandati del 21º distretto del Texas. È ricordato soprattutto per la Stop Online Piracy Act (SOPA), proposta di legge controversa che mirava a contrastare la pirateria online con strumenti di controllo ed enforcement più rigorosi. Stephen P. Heyman – Avvocato, già Assistant U.S. Attorney nel Distretto del Massachusetts, dove guidò l’Internet & Computer Crimes Unit sotto la procuratrice Carmen Ortiz. È ricordato soprattutto per il ruolo nell’azione penale United States v. Swartz La strategia accusatoria e le pene prospettate furono aspramente contestate dopo il suicidio di Swartz nel 2013. Organizzazioni e progetti Electronic Frontier Foundation (EFF) — ONG che difende i diritti civili nell’ambiente digitale (privacy, libertà di espressione, giusto processo). Fornisce sostegno legale e advocacy, ed è un punto di riferimento per l’attivismo online. Creative Commons — Organizzazione e insieme di licenze che permettono agli autori di condividere opere con condizioni chiare e flessibili. Ha cambiato il modo di distribuire contenuti sul Web; Swartz contribuì alle fasi iniziali del progetto. Demand Progress — Piattaforma civica fondata nel 2010 per mobilitare cittadini su temi di libertà digitale e democrazia. Nota per il ruolo nelle campagne contro SOPA, che hanno coinvolto milioni di utenti e numerosi siti. Wikipedia — Enciclopedia collaborativa e gratuita, gestita da una comunità globale di volontari. Ha adottato azioni simboliche (come il blackout del 2012) per difendere l’apertura del Web, diventando un emblema della conoscenza condivisa. Reddit — Piattaforma sociale basata su community tematiche e moderazione dal basso. Swartz fu coinvolto nella fase iniziale dello sviluppo; negli anni è diventata un hub di informazione, dibattito e attivismo digitale. Google — Grande gruppo tecnologico (ora parte di Alphabet) con un ruolo centrale nell’ecosistema informativo. Nel contesto raccontato è citato anche per il sostegno pubblico alle proteste contro SOPA, ma è spesso richiamato come esempio di big tech. JSTOR — Archivio digitale di riviste e articoli accademici. È al centro del caso legato al download massivo compiuto da Swartz e dell’ampio dibattito su accesso alla ricerca e modelli economici dell’editoria scientifica. Leggi e istituzioni SOPA (Stop Online Piracy Act) — Proposta di legge statunitense antipirateria che prevedeva strumenti di blocco e rimozione potenzialmente lesivi della libertà di espressione e dell’interoperabilità del Web. Ritirata dopo un’ondata di proteste e blackout dei siti nel 2012. Congresso degli Stati Uniti — Organo legislativo federale (Camera e Senato) davanti al quale si è misurata la pressione della mobilitazione civica contro SOPA, rivelando la forza politica dell’opinione pubblica online. MIT (Massachusetts Institute of Technology) — Università di ricerca dove avvennero i download che diedero origine al caso giudiziario su JSTOR. Simbolo di eccellenza scientifica e luogo cruciale nell’immaginario della cultura hacker. Stanford University — Ateneo californiano frequentato per un periodo da Swartz. Evocata per indicare il suo percorso atipico tra formazione formale e autoapprendimento. Harvard University — Università in cui Swartz seguì corsi e maturò l’interesse per le implicazioni sociali e politiche dell’informazione, oltre la dimensione puramente tecnica. Standard e concetti citati RSS — Formato di distribuzione automatica degli aggiornamenti dei siti (syndication). Ha favorito la circolazione capillare dei contenuti editoriali; Swartz partecipò ai lavori che ne hanno consolidato l’adozione. World Wide Web — Sistema ipertestuale di documenti e link su Internet. È il contesto infrastrutturale e culturale della visione di apertura, trasparenza e standard liberi richiamata nell’articolo. Open access — Modello di pubblicazione che rende gli articoli scientifici liberamente accessibili e riutilizzabili. È il cuore delle battaglie civiche di Swartz per democratizzare la conoscenza. Open data — Dati pubblici disponibili in formati aperti, riusabili senza barriere proprietarie. Consentono controllo diffuso, innovazione e servizi civici basati su trasparenza. Copyleft — Filosofia e approccio giuridico che tutela la libertà d’uso, modifica e ridistribuzione di un’opera, chiedendo di mantenere le stesse libertà nelle opere derivate. Alla base di molte licenze aperte moderne. Software libero — Ecosistema di software con codice sorgente disponibile e libertà di esecuzione, studio, modifica e condivisione. È parte della cultura tecnica e politica che informa l’etica del Web aperto. Bigtech — Etichetta per le grandi piattaforme digitali con forte potere di mercato e controllo degli ecosistemi informativi. Nel testo sono il contraltare dell’idea di rete come bene comune. Capitalismo della sorveglianza — Modello economico fondato sull’estrazione e monetizzazione dei dati personali e sull’orientamento dei comportamenti. È la cornice critica entro cui leggere i rischi dell’attuale Internet. Luoghi e riferimenti culturali Chicago — Città natale di Aaron Swartz; richiama le sue origini e il contesto culturale in cui è cresciuto. Brooklyn — Quartiere di New York in cui Swartz è deceduto; nel testo indica il tragico epilogo di una vicenda diventata simbolica. Grateful Dead — Storica band rock statunitense collegata alla figura di John Perry Barlow. Spesso citata come emblema di una cultura della condivisione “dal basso” (si pensi al tape-trading1), affine allo spirito del Web aperto. Il figlio di internet (The Internet’s Own Boy) scritto e diretto da Brian Knappenberger fotografia Brian Knappenberger Scott Sinkler Lincoln Else montaggio Jason Decker Brian Knappenberger Andy Robertson Bryan Storkel Michelle M. Witten musiche John Dragonetti produttori Brian Knappenberger Zach Braff Mason Fink Charles Annenberg Weingarten documentario 105 min USA 2014 NoteIl tape trading era una circolazione informale di musica e video tramite posta, molto diffusa negli anni ’80 e ’90: serviva soprattutto a scambiarsi demo a tiratura limitata delle scene underground, ma anche bootleg di concerti, registrazioni radio, programmi amatoriali e videocassette di cinema underground e pornografia. Con i 2000 ha perso centralità, soppiantato da streaming, file sharing e podcasting; sopravvive oggi in piccole reti di appassionati come pratica nostalgica.[↩] Navigazione articoli “IL MOSTRO DI FIRENZE” E IL DADO DELLE INTERPRETAZIONI LUCIA, LA SANTA CHE INIZIA L’INVERNO
tutto sacrosanto, ma resta sempre fuori un dettaglio: la conoscenza della rete può anche essere gratuita, ma è costata il tempo e i soldi di persone che avrebbero diritto a essere retribuite o ricompensate; Wikipedia e simili: senza internet esisterebbero dei volumi scritti da persone competenti (e sorvegliate da persone molto competenti) e venduti al giusto prezzo; adesso i siti che elemosinano i soldini per pagare i server raccolgono la conoscenza di persone che magari non arrivano a fine mese; tu come me scrivi gratis qui, io lo faccio solo perché Sauro Pennacchioli non becca un centesimo da quello che fa e che facciamo, e dunque considero GIornale Pop come un piccolo atto di protesta o di affermazione: ma io qui non pubblico il mio articolo su un manoscritto inedito di Handel che ho scovato in una biblioteca, articolo che di suo varrebbe migliaia di euro; però quell’articolo non me lo comprerà nessuno, proprio perché il valore della conoscenza e della cultura è sceso a zero grazie alla gratuità del sapere, anche se superficiale; però poi arriva un qualche musicologo bene introdotto che recupera le mie fonti e fa un bell’avanzamento di carriera aggratis con le decine di ore che mi è costato scovare il manoscritto, farlo microfilmare, trascrivere; quindi me lo tengo per me, ma è assurdo; sommando e sovrapponendo tutti i miei anni di studio partendo dalle elementari alle due lauree e al conservatorio si arriva a 30 anni; più altri 40 di lavoro qualificato e sottopagato; e io da tutta questa conoscenza non ho guadagnato appunto quasi niente; la conoscenza in rete è prodotta da gente come me, bene che sia gratuita e libera per ci la riceve, ma di fatto è un furto nei confronti di chi quella conoscenza ha prodotto; furto involontario finché vuoi, e so benissimo che le riviste scientifiche non pagano gli articoli, che vengono scritti per fare qualdhe passettino di carriera; ma la cosa si applica a tutto; chi paga le produzioni dei Pink Floyd, se nessuno ci guadagna? chi scrive più libri se si possono scaricare in rete gratis? ciao, io il tape sharing lo pratico ancora, se vuoi fare degli scambi; Rispondi