Gli anni Sessanta erano ricchi di idee originali e di fumetti fuori dagli schemi, alcuni dei quali non hanno resistito nel ricordo dei lettori: vediamone dieci.

 

L’impero dei Trigan

Non si può non rimanere a bocca aperta davanti all’impero dei Trigan. La saga di Mike Butterworth e Don Lawrence pubblicata per quasi vent’anni (in Italia sul settimanale Vitt, la rivista Avventuroso, su due volumi cartonati editi da Piero Dami e infine su 6 volumi editi da Planeta De Agostini nel 2011) è un capolavoro pittorico unico che ispirandosi alla storia antica e alla fantascienza riesce a costruire un mondo autonomo coerente e fascinoso.

Fu forse penalizzato dal fatto di uscire a puntate su Ranger e poi su Look and Learn, settimanali didattici con poca distribuzione fuori dall’inghilterra. Ai tempi fu poco capito anche lo stile grafico di Don Lawrence, che dipingeva tavole a colori: prima acquerello, poi gouache. È attualmente oggetto di rivalutazione da parte di molti critici, che ne lodano l’enorme impatto visivo e stanno uscendo nuove edizioni che lo stanno riportando sotto i riflettori.

 

The Spider

The Spider è un personaggio bizzarro nato nel 1965 sulle pagine del settimanale britannico Lion, che ottenne un buon successo in Inghilterra ma poca esposizione internazionale ( in Italia venne pubblicato dall’editore Bianconi nel 1967). Si trattava di un prodotto di qualità, molte storie furono scritte da Jerry Siegel ( il co-creatore di Superman!) e disegnate dal talentuoso Reg Bunn (il cui tratto ricorda quello del nostro Leone Cimpellin).

Il personaggio aveva un’identità anomala, nato come super-criminale (in tuta nera alla Diabolik) per poi diventare un vigilante, scombinando tutti i canoni supereroistici. Non possiamo non citare il suo nome “ambiguo”, riecheggiando nell’edizione italiana quello dell’ancora inedito (da noi) Spider-Man. La riscoperta è partita solo con le ristampe sui i volumi Rebellion/Treasury a partire dal 2021.

 

Lone Sloane

Con la saga di Lone Sloane, Philippe Druillet dà vita alla prima “Space opera” del fumetto. Ma l’esordio avviene fuori dai circuiti di massa con l’album “Le Mystère des Abîmes” pubblicato nel 1966 per Éric Losfeld/Le Terrain Vague, un editore d’avanguardia dalla capacità distributiva limitata. Poi Sloane emigra su Pilote nel 1969 e successivamente viene “rilanciato” su Metal Hurlant a metà anni ‘70. Il percorso editoriale spezzettato ha reso difficile seguirlo e ristamparlo in modo continuo.

Le prime pubblicazioni in Italia avvennero su riviste come Horror, Il Mago, Pilot e su volumi come “I viaggi fantastici di Lone Sloane” (1973). Nel 2001, venne pubblicata una raccolta intitolata Lone Sloane – L’Integrale che raccoglie in unico volume tutti gli episodi che lo stile barocco e visionario, oggi celebrato da tutti, del suo autore ha tenuto per molto tempo lontano dal grande pubblico. Tra tutti spicca l’episodio “Delirius”, scritto da Lob.

 

Jodelle

Comunque si scelga di definirlo, Guy Peellaert non è mai stato un “fumettista”. “Illustratore inclassificabile”. “Rigurgitatore di immagini”. “Michelangelo del Pop”. Così è stato definito. A noi fan dei fumetti ha lasciato Le avventure di Jodelle, un eruzione vulcanica, un classico istantaneo che, sulla scia di Barbarella, ha proiettato i fumetti verso l’età adulta e ha contribuito alla affermazione del fumetto come arte.

Jodelle nasce nel 1966 in un circuito d’avanguardia pubblicata da Éric Losfeld/Le Terrain Vague in un costoso “grande formato” a tiratura limitata, per anni quasi irreperibile e poco conosciuto fuori dalla Francia (in Italia uscì nel 1969 per le edizioni Il girabò). L’estetica futurista ispirata alla pop art e alla psichedelia che cita celebrità reali (Jodelle è modellata su Sylvie Vartan), mescola la Roma imperiale alla cartellonistica contemporanea e l’erotismo alla satira. Geniale ma difficile da incasellare nei canoni classici della bande dessinee.

 

T.H.U.N.D.E.R. Agents

Dopo aver litigato con Stan Lee per la paternità dei testi di Devil, Wally Wood abbandonò la Marvel a fine ‘65 iniziando a collaborare con la neonata Tower Comics, una casa editrice di libri erotici che aveva deciso di inserirsi nel business dei comic books. La Tower decise di puntare tutto sui T.H.U.N.D.E.R. Agents, la nuova creazione di Wally Wood. È un ibrido tra supereroi e agenti segreti fuori dagli schemi per il tempo, che impose l’autore come uno dei massimi realizzatori di sequenze dinamiche.

Purtroppo il piccolo editore, schiacciato dai giganti Marvel e DC, non ebbe la forza di imporre il titolo come avrebbe meritato e la chiusura precoce dopo solo 20 numeri cancellò i  T.H.U.N.D.E.R. Agents dalla memoria collettiva. Alcune storie furono presentate in Italia nella breve serie “Albi Flash”, con il nome di “Squadra Tuono”, dai Fratelli Spada tra il 1966 e il ’67. Peccato perché la qualità delle storie (realizzate anche da Gil Kane, Steve Ditko e Reed Crandall) era alta.

 

Enemy Ace

Si tratta di una serie atipica all’interno del genere bellico, la quale non ebbe la fortuna che, vista la qualità del prodotto, avrebbe meritato. Realizzata da Robert Kanigher per i testi e da Joe Kubert per i disegni, Enemy Ace nasce e cresce al di fuori dal “canone” supereroistico. Debutta su Our Army at War n. 151 nel 1965, poi prosegue a spizzichi su Showcase e Star-Spangled War Stories. Un percorso frammentato, diverso da quello di una serie di punta che catalizza l’attenzione del grande pubblico.

La prospettiva che la rende una serie interessante, la guerra vista dall’altra parte della barricata, la rende anche difficile da digerire da parte del tipico consumatore del genere bellico. Il protagonista, il barone tedesco Hans von Hammer, anti-eroe cupo e tormentato della Prima guerra mondiale, è “il nemico”: una scelta  coraggiosa ma meno “vendibile” rispetto a un protagonista alleato. Tradotta in italiano con molto ritardo sull’omnibus “Showcase presenta Enemy Ace” (Planeta DeAgostini, 2009, b/n, 552 pp).

 

The Steel Claw

Quando nel 1962 la Fleetway Publications, storica casa editrice londinese, lanciò il settimanale antologico Valiant, la redazione era convinta che il fumetto di punta sarebbe stato un certo Captain Hurricane. Contro ogni previsione fu Artiglio d’Acciaio di Kenneth Bulmer e del disegnatore spagnolo Jesus Blasco a colpire maggiormente la fantasia dei lettori. Il protagonista aveva il potere di rendersi invisibile, salvo per la mano artificiale in metallo..

In Italia uscì pubblicato a puntate su l’Abc dei ragazzi, periodico a fumetti pubblicato come inserto della rivista politica e di costume Abc dal 1963 al 1965. Successivamente alcune storie vennero raccolte sulla collana Apollo della Agena editoriale nel 1967, con copertine di Carlo Jacono. Subito dopo apparve nella collana Testarossa delle edizioni Bianconi (19671968). Venne poi ristampato sulla rivista L’ Avventuroso nuova serie nel 1976 e recentemente in due volumoni da Planeta DeAgostini (2011).

 

Magnus, Robot Fighter

Tutto quello che ha disegnato Russ Manning merita attenzione. Il suo stile è realistico ma, diversamente da quello di Hal Foster, per nulla fotografico. In varie cose ricorda il nostro Magnus, anche se è meno caricaturale. Ricordato soprattutto per le strisce giornaliere di Tarzan aveva in precedenza (1963) realizzato per la Gold Key, le storie di Magnus Robot fighter che sono una saga fantascientifica con richiami espliciti ai robot di Asimov. In un futuro apparentemente utopico, ma in realtà distopico, Magnus combatte i robot che vogliono conquistare il mondo.

Pur essendo un fumetto di altissima qualità raggiunse il suo picco di vendite nel 1964 (247.000 copie) per poi perdere lettori negli anni successivi. È sempre stato ampiamente superato da altri prodotti della Gold Key di qualità inferiore, come Tarzan e Turok son of Stone. In Italia fumetti di Magnus sono stati pubblicati nel numero uno della Collana Oceano, rivista dell’Editrice Junior nel 1965. Nel 1966 le storie di Magnus continuano sulla Collana Oceano nuova serie della Bonelliana Edizioni Araldo. A partire dal 1972 e fino al 1974 la pubblicazione riprende sugli Albi Spada.

 

Gesebel

Nel 1966 la mitica coppia Bunker e Magnus, al suo apice, decise di far uscire una nuova eroina che in un certo modo anticipava l’avvento del fumetto sexy che sarebbe esploso di lì a poco. Si tratta però di tutta altra roba. Parliamo di Gesebel, la corsara dello spazio, un fumetto percorso da una tensione erotica (più precisamente sadomaso) straordinaria, dove Magnus si sbizzarrisce nell’immaginare un pianeta militarizzato “al femminile”.

L’impatto è devastante ma purtroppo Bunker non sapeva scrivere di fantascienza e Magnus ne disegnò solo i primi sei numeri. Il titolo ebbe una corsa breve e sfortunata, i sostituti di Magnus e Bunker non furono all’altezza e la serie di interruppe con il numero ventitré. Peccato perché conteneva un sacco di elementi interessanti, dalla satira sociale, al femminismo, all’erotismo, al rovesciamento dei ruoli, che avrebbero potuto farne un fenomeno di successo. Oggi lo possiamo apprezzare sulla Mini-serie Max Bunker Press (1990) o su Gesebel, la corsara dello spazio (Cosmo Books, 2017).

 

Teddy Bob

Teddy Bob nasce nel luglio 1966, ideato da Pier Carpi e Giorgio Montorio, come quindicinale beat/flower power. Il protagonista è un “capellone” pacifista che sfreccia sulla sua moto “Drago” e combatte le ingiustizie insieme al suo gruppo multirazziale. La cornice “giovanilistica” e l’etichetta di “fumetto beat” hanno spesso portato la critica a liquidarlo come mero fenomeno di costume, mentre in realtà le prime storie affrontavano temi allora inediti come razzismo, droga e antimilitarismo.

Gli autori coniarono un linguaggio pseudo‑giovanile quasi del tutto inventato che ha fatto percepire la serie come datata e ridicola, oscurandone i meriti. Dopo un inizio impegnato, la serie scivola in trame sempre più fantasiose e la qualità dei disegni si fa incostante, determinandone la chiusura nel 1972. Teddy Bob è stato ristampato soltanto dalla Cea/Astorina nella seconda serie del 1973‑74, dopo di allora nessun editore ha proposto una ristampa moderna e gli appassionati devono affidarsi al mercato dei collezionisti.

 

Un pensiero su “10 FUMETTI ANNI ’60 INGIUSTAMENTE DIMENTICATI”
  1. di Teddy Bob mi piacciono le assurde parole giovani dai giovani per i giovani con asterisco e traduzione in nota; tra i pregi di questo fumetto un po’ assurdo ma di compagnia, trovo gli abbigliamenti delle ragazze e le ragazze stesse, parecchio vicini al vero di quegli anni;
    forse fatto interessante sono le inserzioni dei lettori, pressoche tutte provenienti dalla provincia, il che forse indica il target;
    ciao!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *