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Nel corso del Novecento il poster e, più in generale, la grafica sono entrati a pieno titolo nel canone artistico corrente. A dimostrarlo c’è il fatto che copie di questi poster sono presenti nelle collezioni stabili di prestigiosi musei come il Moma dì New York.
Intorno a questi oggetti si è sviluppato un collezionismo vivissimo che porta spesso nelle aste i capolavori della grafica al pari di quelli di altre arti, raggiungendo cifre ragguardevoli.
La grafica diventa arte quando le sue tecniche di riproduzione e le sue immagini, oltre a comunicare messaggi, riescono a suscitare emozioni, stimolare la riflessione e creare un impatto visivo ed emotivo duraturo.
L’arte grafica, nel corso del Novecento, è spesso riuscita ad andare oltre la semplice funzionalità di un’immagine concepita per la pubblicità o l’informazione, diventando un’espressione artistica e un’iconografia riconoscibile che può riflettere o ispirare la società.
Vediamo assieme alcuni dei capolavori della grafica del secolo scorso.


Colpisci i bianchi con il cuneo rosso (1919)

Colpisci i bianchi con il cuneo rossodi El Lissitzky è un caposaldo della grafica, il momento chiave in cui l’arte astratta entra a far parte del quotidiano. Delle varie correnti dell’arte astratta qui riconosciamo subito il Costruttivismo, movimento d’avanguardia nato in Russia che mirava a mettere l’arte al servizio della società. L’arte non veniva più considerata rappresentazione ma “costruzione” dove le forme astratto-geometriche erano fondamentali.

L’opera è costruita con poche figure geometriche elementari, il triangolo e il cerchio e pochi colori, il rosso, il bianco e il nero, ma riesce a esprimere comunque un forte messaggio politico: il cuneo rosso (i bolscevichi) che penetra e “spacca” il cerchio bianco (le forze antirivoluzionarie).
Il poster diventa un’icona in Occidente dopo la migrazione di El Lissitzky in Germania (1921), viene ristampato, citato in manuali e campionato nella pubblicità. Oggi ne esistono esemplari in collezioni al Museum of Fine Arts di Boston e alla Tate Gallery di Londra.

 

Mostra Bauhaus (1923)

Il poster della “Mostra Bauhaus” di Joost Schmidt è un capolavoro che dimostra come l’arte astratta stava conquistando ampi spazi nella società. Uno dei luoghi cardine di questo processo fu il Bauhaus la celebre scuola di arte, architettura e design, fondata da Walter Gropius nel 1919 e chiusa dai nazisti nel 1933. Non fu solo una scuola, ma un influente movimento culturale che mirava a superare la separazione tra arte e artigianato, creando oggetti e architetture ispirati al funzionalismo. 

L’opera di Schmidt è il manifesto ufficiale della prima grande mostra pubblica del Bauhaus nella città di Weimar. Schmidt, allora giovane talento che di lì a poco sarebbe diventato docente alla scuola, vince il concorso interno e firma un’immagine manifesto destinata a rimanere nella storia.
Il linguaggio è quello della geometria, c’è una croce costituita da cerchi e quadrati, diagonali, pochi elementi essenziali, è un mondo nuovo che si fa avanti. Il manifesto è una
litografia; un esemplare storico è nella collezione del Moma (donazione di Walter Gropius).

 

Libri! (1924)

“Libri!” è un manifesto pubblicitario realizzato da Alexander Rodchenko per la casa editrice statale di Leningrado Lengiz . La scritta urla: “Libri! In tutti i rami del sapere”, fa parte di una campagna che promuoveva la lettura e l’alfabetizzazione del popolo russo nell’immediato periodo post rivoluzionario.
Il manifesto è composto di due parti apparentemente molto diverse tra loro, che Rodchenko è riuscito non solo a far convivere in armonia ma le ha esaltate entrambe creando una potente sinergia.

In primo piano c’è una foto dove riconosciamo Lilya Brik (scrittrice, musa d’avanguardia), ritratta da Rodchenko mentre “grida”. Tutto intorno a lei troviamo delle scritte inserite in una serie di spazi geometrici di derivazione costruttivista.
Il colpo di genio è il messaggio principale (libri) che esce dalla bocca di Lilya Brick inglobato in una forma a imbuto che ne esalta la forza e la dinamicità. Il poster è diventato un’
icona didattica della grafica, onnipresente in manuali e mostre. Il ritratto della Brik è stato citato e “inserito in meme” infinite volte nel design e nella cultura visuale contemporanea.

 

Normandie (1935)

Il “Normandie” di A.M. Cassandre è uno dei poster più importanti del Novecento. Fu commissionato dalla Compagnie Générale Transatlantique per il varo e la promozione del transatlantico SS Normandie, simbolo della Francia moderna e dell’“età del progresso”. Lo stile di Cassandre è molto grafico: sintetico, bidimensionale, geometrico, con forti contrasti cromatici e contiene una significativa componente simbolica sul piano comunicativo.

Quello che colpisce immediatamente è l’immensa prua che incombe frontale come un grattacielo. Cassandre usa una prospettiva “dal basso” che trasforma la nave in un’icona astratta di potenza, velocità e stabilità. Il disegno si risolve in pochi piani geometrici, leggere sfumature ad aerografo e un controluce nebbioso che danno massa e profondità, facendo in modo che l’immagine rimanga astratta e pittorica senza risultare troppo illustrativa.
È tra i poster più ristampati e studiati al mondo (presente nelle collezioni dei principali musei). Insegna ai designer a
unire prodotto, messaggio e grafica in un insieme coerente e indimenticabile.

 

Gran Premio dell’Autodromo, Monza (1948)

Nel 1948, dopo la guerra, l’Italia torna ai grandi eventi motoristici. Max Huber, svizzero di Mendrisio attivo a Milano, riceve l’incarico per la realizzazione di un manifesto che annunci la gara motoristica di Monza. Il manifesto diventa immediatamente un biglietto da visita di una nuova modernità fatta di velocità, rumore ed energia.
Huber era un patito di jazz e aveva incontrato personalmente Louis Armstrong e Duke Ellington. L’influenza di questo tipo di musica si avverte anche nel suo lavoro grafico, dove preferisce ritmi dinamici, colori dissonanti ed equilibri complessi.

In questo capolavoro Huber utilizza solo elementi astratti, rinunciando di proposito a mostrarci i piloti, gli spettatori o la bandiera a scacchi. Tutto si basa sulla sensazione. Le forme a freccia scorrono appaiate simulando le traiettorie di due bolidi che si affrontano in una gara all’ultimo respiro. Le sovrapposizioni e le trasparenze di colore creano la sensazione delle elevate velocità che si sviluppano in pista.

 

The Man with the Golden Arm (1955)

La sfida che il grande grafico Saul Bass accettò a metà degli anni cinquanta e vinse fu quella di ridurre un intero film in una sola immagine potente e decisiva. Lo fece attraverso l’utilizzo di una grafica minimalista che rifletteva appieno il suo interesse per il Modernismo e il Surrealismo. Nel manifesto “dell’uomo dal braccio d’oro” Bass punta tutto su un braccio seghettato nero che cala dall’alto: un segno duro, spezzato, che mette a nudo la dipendenza da eroina del protagonista senza ricorrere al realismo.

Il design, sintetico ed evocativo, gioca con metafore e simboli astratti, sintetizzando i significati attraverso elementi facilmente decifrabili e lasciando qualcosa di non detto in sottofondo, che induce il pubblico a volerne sapere di più.
Il braccio è circondato da cut-up scuri che lo circondano quasi a formare una gabbia per dare il senso della claustrofobia. Lo stile si può definire semplice ed enigmatico per il modo in cui racchiude diverse chiavi di lettura, non disdegnando implicazioni metafisiche.

 

Che (1968)

Si tratta forse del manifesto più stampato di tutta la storia, presente nelle camerette di milioni di ragazzi affascinati dal carisma del guerrigliero argentino. Il grafico irlandese Jim Fitzpatrick lo ideò nel 1968, realizzando, sull’onda emotiva della recente morte del simbolo della rivoluzione cubana in Bolivia, una serigrafia bicolore (rosso/nero), con stella gialla sul basco, basandosi su una foto (Guerrillero Heroico del 1960) dell’allora sconosciuto fotografo cubano Alberto Korda.

La diffusione del poster è stata inizialmente limitata a Cuba, ma con il tempo ha acquisito popolarità internazionale. Negli anni successivi, il poster è stato stampato e diffuso su svariati supporti, dai libri alle magliette, diventando un’icona della cultura di massa.
Il poster del Che è diventato un simbolo di ribellione, rappresentando per molti l’idealismo e la lotta per un futuro migliore. Fitzpatrick esporta la rivoluzione utilizzando la pop art.

 

God Save the Queen (1977)

Un ritratto ufficiale della regina Elisabetta II con gli occhi e la bocca “censurati” da strisce di lettering a ritaglio sovrapposto a una Union Jack logora. Nasce come immagine per il singolo dei Sex Pistols e come poster promozionale (Virgin Records) affisso in negozi e in strada. Diventa immediatamente l’emblema visivo del punk britannico e della critica all’establishment.
L’artista anarchico Jamie Reid
si appropria del ritratto giubilare della regina effettuato da Peter Grugeon (spesso, erroneamente, attribuito a Cecil Beaton) e lo trasforma in un emblema della contestazione.

Oltre alla versione con la bandiera, Reid crea alcune varianti più o meno riuscite (con la spilla da balia sulla bocca, con le svastiche negli occhi). L’opera crea nello spettatore un effetto di straniamento dato dalla visione di oggetti comuni strappati dal loro contesto abituale. Nella collezione del Moma è presente un poster litografico a riprova della formalizzazione museale dell’immagine.

 

Burning Butterflies (1983)

Si tratta del primo manifesto della campagna Hiroshima Appeals (avviata nel 1983 dalla Hiroshima International Cultural Foundation), una serie annuale di poster per promuovere la pace e “lo spirito di Hiroshima”, affidata ogni anno a un diverso designer.
Burning Butterflies di Kamekura inaugura il progetto e diviene immediatamente il suo emblema più riconoscibile. Bellissime farfalle variopinte che cadono avvolte dalle fiamme, una immagine che fa leva sul contrasto tra bellezza e distruzione.

Kamemura voleva realizzare un manifesto slegato da politica, filosofia e religione. Fece un piccolo schizzo di quello che aveva in mente e lo consegnò al talentuoso illustratore Akira Yokoyama. Yokoyama gli presentò una prima illustrazione un mese dopo che però Kamemura trovò priva di forza e gli chiese di modificarla in modo che le fiamme fossero al centro dell’attenzione.
L’illustrazione rivista fu pronta due giorni dopo ma a Kamemura non piaceva ancora, solo ritagliando e ingrandendo l’illustrazione di Yokoyama e intensificando le fiamme durante il processo di stampa arrivò a creare un’icona.

 

Bring in ’da Noise, Bring in ’da Funk (1995)

Si tratta di un Poster realizzato da Paula Scher per lo spettacolo di Savion Glover, uno dei maggiori ballerini di tip tap viventi, al The Public Theater di New York. Il poster è caratterizzato da una estetica hip-hop con lettere disposte in modo da simulare una danza rap, le quali creano suono urbano attorno alla figura del tap dancer. La Scher non “imita” il rap ma traduce l’energia dell’hip hop nell’ambito di un poster tipografico che sembra urlare nello spazio urbano.

La Scher porta il linguaggio della strada all’interno delle istituzioni. Con  lei l’estetica hip hop entra davvero nel mainstream della cultura pop di fine Novecento, perché viene prima istituzionalizzata dentro un’icona culturale (il Public Theater di New York) e poi consacrata dai musei. Il poster è presente nella collezione del Moma ed è spesso citato come emblema del “typographical be-bop”, un linguaggio che si ricollega direttamente alla tradizione dei campionamenti, del call-and-response e dei flyer da marciapiede di fine anni Settanta.

 

Un pensiero su “DIECI CAPOLAVORI DELLA GRAFICA DEL NOVECENTO”
  1. Curiosamente, in italiano il grido “LIBRI” risulta composto dalle prime lettere del nome e del cognome della stessa LI-lya BRI-k.

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